Estintori svuotati nei corridoi, portoni presi a colpi di monopattino, finestre ridotte in frantumi con pietre e mazze, perfino una scuola elementare assaltata: l’avvio del «venerdì nero» della scuola italiana non passa dai banchi, ma dai verbali delle questure, trasformando il consueto copione dell’autunno studentesco in un bollettino da guerriglia urbana.
Quest’anno la protesta ha alzato il livello dello scontro, guardando alle piazze in fiamme della Francia di Emmanuel Macron e della Spagna di Pedro Sánchez. S’importa, più modestamente, il format della tensione permanente agganciando i calendari delle proteste alle prossime scadenze elettorali di fine legislatura: un percorso democratico del tutto ordinario, se non fosse che è sfruttato come catalizzatore per un’escalation di scontri pianificati e sistematici.
Le manifestazioni degli studenti a Torino
Nei verbali delle forze dell’ordine, infatti, l’identità degli assalitori è stata associata a maranza non iscritti agli istituti, bande di strada e giovani di seconda generazione estranei alla militanza ma anche universitari delle reti antagoniste ed extraparlamentari: la Digos ha mappato la presenza attiva di maggiorenni appartenenti all’area dei collettivi autonomi (nella speranza che la regia non veda il coinvolgimento, più o meno occulto, di qualche sigla politica) che si muovono da un istituto all’altro per inasprire il livello dello guerriglia, coordinando l’uso di barricate, il mascheramento dei volti e la resistenza fisica per respingere la polizia e identificare i dirigenti scolastici.
L’appuntamento cruciale, però, è proprio stamattina, con lo sciopero nazionale che vedrà i cortei dell’Opposizione studentesca d’alternativa (Osa) convergere sotto il ministero dell’Istruzione a Roma. Il grido di battaglia è già pronto, impacchettato e lanciato sulle agenzie: «Valditara bocciato dagli studenti!».
I fatti di cronaca registrati a Torino nelle ultime ore descrivono però una realtà in cui le rivendicazioni politiche hanno ceduto il passo a vandalismo e violenza. La mappa dei disordini fotografa una vera e propria escalation: al Bosso Monti di via Meucci sono stati svuotati gli estintori e mandate in frantumi le finestre mentre un gruppo tentava di abbattere il portone principale.
Le conseguenze della manifestazioni di Torino
I carabinieri hanno tratto in arresto un diciassettenne esterno, sorpreso con il passamontagna mentre rompeva un vetro. Durante il fermo, gli agenti sono stati bersagliati da un fitto lancio di pietre che ha causato il ferimento di un militare alla gamba.
Disordini analoghi hanno colpito l’istituto Sella in via Montecuccoli, adiacente al Boselli, dove una trentina di persone incappucciate e vestite di nero ha abbattuto i cancelli per devastare il cortile lanciando i cassonetti dei rifiuti. Peraltro, la scuola era già inagibile e chiusa per le pulizie a causa di un precedente raid vandalico.
La succursale del Colombatto in via Ada Negri è stata invece teatro di un’occupazione coatta culminata nel ferimento di un professore e di un collaboratore scolastico, caricati e travolti mentre cercavano di bloccare gli accessi ai circa cento manifestanti.
L’episodio più allarmante si è verificato tuttavia alla scuola elementare Ricardi Di Netro, dove un gruppo di quaranta ragazzi con passamontagna e maschere di carnevale ha forzato una porta d’ingresso e devastato arredi e attrezzi sportivi a colpi di spranga.
Complessivamente sono circa venti gli istituti torinesi in stato di agitazione; l’assemblea studentesca ha denunciato l’identificazione in questura di 27 giovani, parlando di «incursioni della polizia per spaventare il movimento», mentre la preside del Colombatto Silvia Viscomi ha replicato duramente parlando di «danni ingenti, reati e atti di violenza veri e propri».
Le reazioni della politica
Sulla gravità degli scontri è intervenuto il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, con una posizione netta: «La devastazione di alcune scuole a Torino durante le occupazioni è un fatto molto grave. Una cosa è protestare, un’altra è sfasciare i beni pubblici. Il ministero e gli istituti colpiti agiranno per ottenere il risarcimento dei danni cagionati. A pagare, altrimenti, sarebbero i cittadini italiani».
Una linea di ferma condanna speculare a quella espressa dal sindaco di Torino, Stefano Lo Russo (Pd), che ha ricordato il danno pratico per la collettività: «Le scuole sono di tutti e ogni volta che vengono danneggiate a pagarne le conseguenze è l’intera comunità. Ogni euro che si è costretti a spendere per riparare quei danni è una risorsa che potrebbe essere investita proprio per migliorare le nostre scuole».
La contraddizione più profonda si consuma tuttavia proprio sul terreno dei numeri. La mobilitazione generale di domani si fonda sulla denuncia di presunti «tagli lineari» all’edilizia che lascerebbero marcire i plessi scolastici. I documenti contabili dello Stato smentiscono però la narrazione del collasso finanziario: secondo il ministero, il bilancio complessivo per la sicurezza nelle scuole gestito in questo quadriennio, tra fondi nazionali e Pnrr, ammonta a 13 miliardi di euro, la cifra più alta della storia repubblicana per l’edilizia scolastica.
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