Si chiamano democratici, ma in realtà molti sponsorizzano metodi che sono tutto fuorché democratici. A chi mi riferisco? Ma è ovvio, ad alcuni esponenti politici dei cosiddetti progressisti, ovvero del Pd ma anche di quella sinistra europea sempre pronta a impartire lezioni a chiunque, evitando però di sottoporsi all’esame degli elettori.
L’ultimo esempio di questa spocchia «democratica»? Lo ha fornito Paolo Gentiloni, ex premier per grazia ricevuta (da Matteo Renzi) ed ex commissario europeo sempre per grazia ricevuta (pure questa dal succitato bullo).
Intervistato da Luca Telese durante il programma In Onda, parlando del riarmo Ue, l’ex presidente del Consiglio si è lasciato sfuggire le seguenti dichiarazioni: «Escludo che l’Italia possa tirarsi indietro».
Il conduttore a questo punto ha replicato la cosa più ovvia del mondo: «In democrazia in teoria un Paese può farlo». Gentiloni, che a Roma hanno soprannominato «Er moviola», a questo punto non solo ribadisce il concetto, e cioè che il piano di riarmo non prevede marce indietro, ma aggiunge una frase che spiega come lui e compagni intendano la democrazia: «E comunque è molto complicato che un Paese vada frontalmente contro l’orientamento europeo».
E affinché il concetto sia chiaro, l’ex premier ripete: «Molto complicato. Telefonare a Orbán e chiedere come gli è andata».
Gentiloni, il riarmo e il caso Orbán
In pratica, il democraticissimo ex commissario Ue ha inteso far capire che nella caduta del primo ministro ungherese, molto inviso ai vertici di Bruxelles, c’è lo zampino dell’Unione europea, perché, come è noto, Ursula von der Leyen e compagni non sprizzavano gioia per come andavano le cose a Budapest.
Del resto, ci sono anche altre testimonianze circa i metodi spicci dei vertici dell’Unione quando si tratta di rimettere in riga qualche Paese. Ricordate quando la Commissione europea entrò a gamba tesa nelle elezioni in Romania, addirittura avviando un’indagine sul ruolo avuto da Tik Tok nella campagna elettorale? E avete presente le parole di quel simpaticone di Günther Oettinger, il tedesco che la Cdu spedì a fare il commissario Ue? In vista delle elezioni italiane si fece sfuggire, salvo poi rimangiarselo, un discorso che, alludendo al nostro debito pubblico, suonava più o meno così: «I mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto».
Un avvertimento in stile mafioso che, benché fatto passare come uno scivolone, poi fu nella sostanza ribadito anni dopo dalla stessa presidente Ue, la baronessa Ursula von der Leyen, la quale disse che nel caso le cose fossero andate in una direzione difficile – vale a dire che il governo scelto dagli italiani non fosse stato gradito a Bruxelles -, l’Europa avrebbe avuto degli strumenti per correggere la rotta, «come nel caso di Polonia e Ungheria».
Von der Leyen e il ruolo di Bruxelles nelle scelte nazionali
In pratica, la massima autorità dell’Unione ammetteva non soltanto di voler metter becco nelle cose nazionali, ma che l’intromissione nella democrazia degli Stati fosse la prassi.
Del resto, non è un po’ quello che ha detto anche ieri il presidente Mattarella, quando ha spiegato che «l’Europa è la dimensione e lo spazio in cui pensarsi ed agire»? In altre parole, della Ue non si può fare a meno e neppure è consentito dissociarsi da certe decisioni, anche quando queste sono ipocrite o, peggio, controproducenti. A questo proposito segnalo un paio di fatti. Il primo riguarda il bilancio delle famose sanzioni contro la Russia.
Sanzioni alla Russia, gli acquisti di gas europeo
Dopo migliaia di divieti che hanno messo in ginocchio più le imprese europee che Mosca, si scopre che da gennaio a settembre l’Europa ha regalato a Putin 8 miliardi di euro importando gas liquido. I Paesi che primeggiano in questa gara di doppiopesismo sono i soliti, ovvero quelli che si descrivono come altamente democratici: Spagna, Francia eccetera.
Il saldo negativo dell’Italia nel bilancio Ue
Poi c’è un secondo fatto che dovrebbe far riflettere: negli ultimi 25 anni l’Italia ha accumulato un saldo negativo fra fondi versati nelle casse comunitarie e contributi ricevuti di 114 miliardi (senza considerare l’inflazione). In pratica, ci siamo svenati per finanziare i Paesi che abbiamo accolto nell’Unione. Quanti aumenti salariali sarebbero stati possibili con quella somma? Quanti incrementi delle pensioni? Ma soprattutto, quante opere pubbliche e con quale incremento del Pil? Di certo avremmo 114 miliardi di debiti in meno. Senza contare che da qui al 2034 la Ue deve regalare una novantina di miliardi all’Ucraina, e la nostra quota non sarà di due spicci.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >