- Dai pazienti diabetici a quelli con patologie cardiache o respiratorie, ma anche chi ha un tumore o problemi psichiatrici: a causa dell’emergenza sanitaria si sono visti annullare visite e controlli. Non mancano strutture, ma infermieri e specialisti nelle corsie.
- Nel 2018 i reparti lombardi registravano numeri record: ma senza Covid e Cassandre.
Lo speciale contiene due articoli.
Durante l’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19, le altre malattie, soprattutto quelle croniche o tumorali, non hanno smesso di esistere. Da marzo in poi, pazienti con diabete, problemi cardiaci, tumori o malattie respiratorie croniche, ma anche psichiatriche, hanno visto annullare visite e controlli. Sono gli effetti collaterali di una pandemia che ha colpito un sistema sanitario reduce da anni di tagli di budget e di blocco delle assunzioni, ma anche di mancata programmazione per la presenza di infermieri e specialisti. È proprio la carenza di personale sanitario, più che delle strutture, a fare la differenza in questo contesto.
«Non abbiamo ancora terminato di analizzare tutte le più importanti casistiche», spiega Matteo Stocco, direttore generale dell’Azienda sanitaria (Asst) Santi Paolo e Carlo di Milano, «ma dal materiale raccolto, l’impossibilità di accedere ai controlli programmati ha senz’altro determinato un disservizio per i pazienti cronici». Le malattie croniche interessano circa il 40% della popolazione italiana (24 milioni di persone) e la metà ha più di una patologia. «Durante il lockdown», continua Stocco, «abbiamo garantito tutte le urgenze e sono stati attivati sistemi di teleconsulto/telemedicina, come ad esempio in ambito cardiologico, psichiatrico ed ematologico, oltre ad un sistema di telemonitoraggio per i collaboratori che si sono ammalati». In previsione della nuova ondata «è in fase di attivazione una piattaforma aziendale di telemedicina, integrata con la cartella clinica, cui accederanno tutte le specialità mediche, implementabili con devices per il controllo dei parametri vitali dei pazienti a domicilio».
Da febbraio ad aprile 2020 sono stati rimandati, a livello nazionale, il 75% dei ricoveri per interventi chirurgici in regime ordinario, circa il 50% degli interventi per problemi cardiovascolari, senza contare i day hospital e quelli con diagnosi di tipo oncologico, secondo un report di Nomisma. Solo in oncologia, nei primi cinque mesi del 2020 sono saltati 1,4 milioni di screening. «A partire dalla tarda primavera e durante l’estate, gli ospedali hanno ripreso con vigore l’attività», dice il direttore generale, «anche al fine di recuperare le prestazioni posticipate durante il periodo di conversione delle strutture in ospedali Covid, e ancora in questi giorni siamo impegnati al raggiungimento dell’obiettivo». Nell’impossibilità di definire se davvero questi pazienti non sono stati trattati, visto che potrebbero anche essersi rivolti ad altre strutture, la Regione Lombardia ha chiesto agli ospedali di fare almeno il 95% delle prestazioni ambulatoriali realizzate nello stesso periodo nel 2019. «Grazie al finanziamento regionale straordinario», prosegue Stocco, «abbiamo attivato un servizio di re-call (richiamo) e incrementato le attività ambulatoriali con maggiori disponibilità di visite e prestazioni diagnostiche, nel rispetto delle norme su distanziamento e sanificazione degli ambienti, soprattutto grazie all’ampliamento di orari e giorni di attività, come nelle giornate di sabato». In base alle proiezioni dei dati luglio-ottobre «possiamo stimare una percentuale di attività superiore al 100% in relazione al secondo semestre 2019». La crescita rapida dei positivi al Covid-19 di questi giorni non ha comportato, al momento, un «ridimensionato di reparti, posti letto e servizi», osserva Stocco, anche se è prevista una «graduale riconversione dei reparti e una contemporanea riduzione delle attività programmate per far fronte all’aumento dei casi di infezione da Covid-19, secondo la gravità e il contestuale impegno di risorse». Come è successo durante la prima ondata pandemica, l’aumento dei letti di terapia intensiva richiede un impiego di medici e infermieri molto elevato, per il livello di assistenza maggiore, data la gravità della malattia. «Abbiamo avuto dalla Regione importanti contributi economici finalizzati all’incremento del personale e delle dotazioni tecnologiche. Questo ci ha permesso, in queste settimane, di aumentare i posti letto per pazienti Covid senza ridurre l’attività ordinaria, sia ambulatoriale che chirurgica. Purtroppo», rimarca Stocco, «i professionisti sanitari (medici e infermieri) disponibili all’assunzione sono limitati a poche quantità, soprattutto gli infermieri». Anche avendo fisicamente i reparti, manca il personale perché una programmazione sballata ha portato a una carenza di infermieri e specialisti, soprattutto nell’area di anestesia e rianimazione, ma anche delle malattie infettive e della pneumologia. L’ottimale sarebbe poter garantire un minimo di assistenza sanitaria a chi non ha il Covid-19, anche durante una nuova ondata, grazie a strutture e personale dedicato. È proprio la carenza di professionisti sul mercato del lavoro che «ci costringerà a una graduale conversione dei reparti esistenti in reparti Covid», conclude il direttore. Il paradosso è che ci sono attualmente almeno 9.000 medici usciti dalle Università che non possono andare in corsia per un errore nel calcolo dei posti di specialità. È incredibile che non possano trovare un ruolo durante un’emergenza sanitaria.
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