Gli esperti chiedono più vaccini ma li finanzia l’azienda che li produce
Roberta Siliquini (Imagoeconomica)
Il team «indipendente» spinge i sieri proteici fabbricati da Novavax, che lo sovvenziona.

I medici italiani sono affetti da Long Covid. No, non stiamo parlando della sindrome clinica che può colpire i pazienti nel periodo successivo alla guarigione dal virus. Stiamo parlando, invece, del modo in cui gli «esperti», a emergenza platealmente finita, continuano ad agitare lo spauracchio di nuove pandemie e a promuovere vaccinazioni di massa.

Il Covid, d’altra parte, per alcuni è stato un vero affare. Di sicuro lo è stato per le case farmaceutiche, che hanno ottenuto contratti plurimiliardari e aumentato esponenzialmente i propri ricavi. Lo è stato senz’altro anche per i governi, che hanno potuto imporre norme che, in tempi normali, sarebbero suonate come inaccettabili. E, infine, è stato un affare redditizio anche per parecchi virologi, che hanno guadagnato una visibilità spropositata e, in alcuni casi, persino candidature politiche. Tra gli effetti di questa particolare forma di Long Covid, si segnala la predisposizione dei medici a ritenere imprescindibili le campagne vaccinali a tappeto. Altrimenti, è ovvio, sarà un’apocalisse. Di recente, ad esempio, la Covid transition initiative (Cti) ha pubblicato un rapporto chiamato «Covid transition roadmap», lanciando l’ennesimo allarme: in Italia e in Europa, ci viene detto, la copertura vaccinale della popolazione è troppo bassa. E, pertanto, occorre riprendere di buona lena a inoculare il prezioso antidoto.

La Cti viene presentata come «un gruppo indipendente e multi-stakeholder composto da esperti europei di rilievo». Tra i suoi membri, figura anche la presidente della Società italiana di igiene, medicina preventiva e sanità pubblica (Siti), Roberta Siliquini. Che ha dichiarato: «Il tasso di vaccinazione del 12% riportato dall’Ecdc (European centre for disease prevention and control, ndr) è troppo basso per mantenere protetti i gruppi più vulnerabili in Italia. Dobbiamo fissare un obiettivo di copertura del 75%, come per l’influenza stagionale». Un obiettivo, a ben vedere, tutt’altro che realistico: neanche con l’obbligo di puntura si può sperare di arrivare a una percentuale così alta.

Ad ogni modo, ha proseguito la Siliquini, solo l’anno scorso «l’Italia ha registrato 10.000 decessi e oltre 80.000 ricoveri a causa di Covid-19, che hanno coinvolto quasi esclusivamente individui vulnerabili, anziani e malati cronici. Un fattore che ha contribuito è stata una campagna vaccinale a rilento, con solo il 13% delle persone più a rischio che è stato vaccinato. Nonostante l’efficacia dei vaccini nel combattere il Covid-19 e nel ridurre il rischio di Long Covid, la copertura vaccinale è diminuita considerevolmente, specialmente tra i gruppi a rischio. Dobbiamo agire in modo urgente per migliorare i tassi di vaccinazione di quest’autunno». Insomma, a rischio ci sono unicamente i fragili ma, per proteggerli, bisogna vaccinarsi tutti. Un mantra già sentito e risentito.

Ma non è finita qui: «Una preoccupazione che ho e che è evidenziata nel Covid transition roadmap», ha aggiunto la presidente della Siti, «è la dipendenza eccessiva dell’Europa da un unico tipo di vaccino». Che poi sarebbe il vaccino a mRna. Questa dipendenza, ha puntualizzato la Siliquini, «potrebbe esporre l’Europa a potenziali problemi a livello di fornitura e non permettere a individui e operatori sanitari di accedere alla tecnologia vaccinale più adatta a loro». Fatalità vuole che, come viene specificato in una nota, «la Cti è stata avviata e resa possibile grazie al supporto di Novavax». Stiamo parlando dell’azienda americana che, guarda caso, ha brevettato e messo in commercio il Nuvaxovid, un vaccino anti Covid a subunità proteica.

Morale della favola: un gruppo «indipendente» di medici (ma curiosamente finanziato da una casa farmaceutica che produce vaccini) ci dice che bisogna immunizzare i tre quarti della popolazione e, inoltre, che i vaccini a mRna non sono sufficienti, suggerendo così che urge dotarsi di vaccini proteici. Più che una favola, in effetti, questa ha tutta l’aria di essere una goffa operazione di marketing.

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