Covid, «Panorama» non diffamò Bonifazi
Il tesoriere di Italia Viva Francesco Bonifazi (Imagoeconomica)

Francesco Bonifazi aveva incassato 38.723 euro da Panorama per un articolo sui «furbetti» del vaccino anti-Covid. Ora dovrà restituirli e pagare oltre 20.000 euro di spese legali. Una doppia beffa giudiziaria per il deputato e tesoriere nazionale di Italia viva, che aveva trascinato in tribunale il settimanale del gruppo La Verità, il direttore Maurizio Belpietro e il giornalista Giorgio Gandola.

La Corte d’appello di Firenze ha ribaltato la condanna di primo grado, stabilendo che raccontare e criticare le corsie preferenziali utilizzate da alcuni politici per vaccinarsi durante la pandemia non costituisce diffamazione. Nemmeno quando la critica è aspra e denuncia un «privilegio di casta». Bonifazi si sentì diffamato.

Ma a stabilire che si trattava di legittimo esercizio del diritto di critica su una tematica di «indubbio interesse pubblico» è la Quarta sezione civile della Corte d’appello di Firenze, presieduta dal giudice Carla Santese, che ha ribaltato completamente il verdetto di primo grado che nel gennaio 2025 aveva prodotto la condanna a favore del deputato (oltre interessi legali dalla data del fatto al saldo), nonché al rimborso delle spese di lite e alla somma di 2.500 euro a titolo di riparazione pecuniaria.

Ora, per effetto della sentenza d’appello (il gruppo era difeso dagli avvocati Carlotta Nannini e Valentina Ramella), toccherà all’attuale tesoriere di Italia viva restituire alla società Panorama srl le somme ricevute in esecuzione del verdetto iniziale, alle quali bisognerà aggiungere gli interessi legali maturati dalla data del pagamento al saldo, oltre a rimborsare le spese sostenute dagli appellanti nei due gradi di giudizio liquidate complessivamente in oltre 20.000 euro.

L’articolo di Panorama che riguarda Bonifazi

L’articolo risale al 17 marzo 2021 e ricostruiva la scelta di alcune Regioni, tra cui la Toscana (dove risiedeva Bonifazi) di estendere anche agli operatori del settore giudiziario (avvocati compresi) l’accesso prioritario alla campagna vaccinale cominciata pochi mesi prima e destinata inizialmente a tutti i cosiddetti «soggetti fragili (anziani o affetti da gravi patologie, ndr)» e al personale sanitario, in quel momento ritenuto estremamente esposto al rischio di contrarre il virus.

L’avvocato Bonifazi (assistito dai colleghi Lorenzo Pellegrini e Anna Sara Pianigiani) lamentava che, secondo la ricostruzione di Panorama, egli avrebbe usufruito di una corsia preferenziale per accedere al vaccino grazie a un’iscrizione solo formale all’Ordine degli avvocati. Professione che, a suo dire, aveva, invece, continuato a svolgere anche in concomitanza con gli impegni parlamentari.

Perché si trattò di diffamazione

Come evidenziato nella sentenza di secondo grado, però, nell’articolo «mai si afferma» che Bonifazi «non svolgesse la professione di avvocato» anche perché, spiegano i giudici, «la critica del giornalista era molto più ampia» e metteva l’accento su un punto preciso: non rientrando i politici indicati (oltre al tesoriere di Italia viva, erano stati citati sia nell’articolo che in prima pagina altri beneficiari del vaccino in via preferenziale) nella categoria di soggetti fragili né per età né per patologie, e per quanto riguarda il deputato toscano «anche per aver in precedenza già contratto il virus da cui era guarito», la loro decisione di vaccinarsi in via prioritaria grazie alle norme regionali «era moralmente ed eticamente censurabile, espressione di un privilegio di casta».

I giudici di primo grado avevano ravvisato una portata diffamatoria anche nella presenza in prima pagina delle foto dei politici che si erano vaccinati grazie alle norme introdotte dalle Regioni per ampliare le categorie prioritarie individuate dal governo Conte con il Piano strategico nazionale di vaccinazione.

Di avviso contrario il collegio della Quarta sezione civile della Corte d’appello fiorentina, che ha stabilito: «L’esposizione pubblica e mediatica è connaturata all’esercizio di una carica politica». E ricordato che, essendo «diretta al perseguimento degli interessi della collettività», non può, in un Paese democratico, «sottrarsi al giudizio valutativo dell’opinione pubblica, anche aspramente critico».

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