L’Europa sbugiarda Giuseppi sul Mes: «Niente soldi senza condizionalità»
Angela Merkel (Ansa)
  • Ancora nessun accordo. E il numero uno del Meccanismo di stabilità spiega che potremmo chiedere aiuti pari al 2% del Pil: appena 36 miliardi contro i 58 che abbiamo già versato. Ci conviene emettere Btp.
  • L’economista Lorenzo Bini Smaghi non si arrende neanche davanti all’evidenza e arriva a proporre bilancio comune e «trasferimento di sovranità». Nel manipolo pure Lucrezia Reichlin.

Lo speciale contiene due articoli.

I tedeschi, e più in generale tutta l’alta burocrazia europea, avranno tantissimi difetti, ma di sicuro non manca loro il pregio della sincerità. Per giorni il 3G (Giuseppi, Gualtieri e Gentiloni) ci ha raccontato la favola della possibilità di accedere ai soldi del Mes senza che questo chiedesse in cambio «condizionalità», che nel gergo europeese altro non sono che cose da fare per meritarsi il credito e tutte contenute in un programma di «aggiustamento macroenomico» (austerità) dentro un protocollo di intesa fra Mes e Stato finanziato a supporto della «linea di credito a condizioni rafforzate».

Quindi periodiche visite della Troika (Commissione Ue, Fmi e Bce) per verificare lo stato di avanzamento su quanto fatto e quanto ancora da fare. Basta infatti leggere la seconda premessa dello statuto del Mes: «La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità».

Che il Mes eroghi quindi soldi senza chiedere nulla in cambio è impossibile. Oltreché inutile, anzi dannoso. È lo stesso direttore generale Klaus Regling a esprimersi in proposito al termine della conferenza stampa congiunta tenutasi martedì 24 marzo assieme al commissario Paolo Gentiloni e al capo dell’Eurogruppo Mário Centeno. Secondo Regling non vi sarebbe necessità di «espandere il ruolo del Mes» visto che ha ancora «capacità di credito inutilizzata». Neanche minimamente paragonabile, sia chiaro, a quella della Bce, che può creare – come ogni Banca centrale – un’illimitata quantità di denaro con un semplice clic. Ma il Mes ha pur sempre 410 miliardi da prestare. Peccato però che il fondo stesso possa erogare crediti in misura non superiore al «2% del Pil di ciascun Paese», che nel caso dell’Italia sarebbero grosso modo 35-36 miliardi. Abbiamo quindi speso 58 miliardi in sostegni finanziari anche attraverso il Mes ai Paesi in difficoltà (Grecia, Cipro, Portogallo, Irlanda e Spagna) e ne riceveremmo indietro il 60%. Senza dimenticare il non trascurabile dettaglio che qualora il Mes decidesse di finanziarsi sul mercato emettendo bond dedicati, dovremmo pure noi garantire pro quota. In pratica, per dirla alla Giulio Tremonti, una «partito di giro» da un punto di vista economico e di «raggiro» da un punto di vista politico: il Paese si sottometterebbe al pieno controllo della Troika.

Ma Regling è talmente sincero da avvertirci anche che il Mes a oggi è uno strumento sostanzialmente inutile, visto che l’attuale crisi è molto diversa da quelle finanziarie del 2008 e del 2011 che hanno portato alla nascita del Fondo e che, inoltre, nessun Paese ha perso accesso al mercato dei capitali e pertanto può tranquillamente finanziarsi da solo (non ricorrendo quindi il presupposto per ricorrere al Fondo). Infine, i tassi sono talmente bassi che il Mes non sarebbe di nessun aiuto nel calmierare il costo del debito. È il farmacista stesso insomma ad avvisarci in anticipo che la medicina sarebbe amara e inutile. Il tutto nonostante gli eroici – si fa per dire – sforzi di Centeno e del ministro francese Bruno Le Maire nel ricordarci che il Mes è li per noi pronto a finanziarci.

La situazione è grave ma non è seria, avrebbe scritto Ennio Flaiano. Da una parte un governo, già traballante di suo, che chiede l’accesso al Mes contro il volere anche di una buona parte della sua maggioranza; dall’altra un ministro straniero che quasi chiede l’intervento per conto nostro. Il 3G è stato insomma sbugiardato sulla favola dell’ineludibile necessità del Mes, visto che si può spendere tutto ciò che serve (causa sospensione del Fiscal compact), al punto che la Bce può ora di fatto sottoscrivere tutti i Btp emessi. Quanto alla storiella dell’assenza di condizionalità, lo stesso Centeno ha dovuto ribadire che «nel lungo termine gli Stati membri dovrebbero concentrarsi sull’assicurare un percorso sostenibile di finanza pubblica».

A Giuseppi non rimaneva quindi che aggrapparsi alla trovata degli eurobond scrivendo assieme ad altri Paesi (fra cui Francia e Spagna) un appello per la loro adozione. Ma pure qui ha preso un monumentale due di picche. Il ministro tedesco Peter Altmaier ha infatti consigliato cautela dal momento che «vengono presentati concetti apparentemente nuovi e geniali ma sono solo una rivisitazione di idee a lungo respinte. La discussione sugli eurobond è quindi un dibattito fantasma». Ancora la pregevole sincerità tedesca.

Finché quindi starà in piedi, il governo Conte programmi, se ne è capace, interventi di sostegno straordinari all’economia. Emetta i Btp necessari per finanziarsi che tanto sottoscriverà la Bce. Lo ha ribadito ieri l’economista Nouriel Roubini. Il coronavirus è un asteroide che ha colpito tutte le economie del mondo nessuna esclusa. Uno shock simmetrico e strutturale per intendersi. Ma perché la grande recessione, ormai realtà, non si trasformi in grande depressione servono tre cose: una cura farmacologica immediata; una massiccia immissione di liquidità da parte della Banche centrali; un formidabile programma di spesa pubblica e abbattimento di imposte per dare alle famiglie i soldi necessari a ripartire. In pratica, la monetizzazione del deficit sarà la nuova realtà. Altro che Mes e «percorso sostenibile di finanza pubblica».


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