La vera scuola «classista» è quella voluta dalla pedagogia progressista
Luca Ricolfi (Ansa)
Portare il merito fra i banchi non è un regalo ai ricchi. Al contrario: è abbassando il livello dell’istruzione che si sabota l’ascesa sociale di chi ha meno possibilità economiche.

È bastata una parola, «merito», voluta da Giorgia Meloni nella nuova denominazione del ministero dell’istruzione, per scatenare le sinistre nel dibattito sulla fiducia al governo e sui social. Una polemica ben sintetizzata da Piero Sansonetti che, intervenuto a Quarta Repubblica, la trasmissione curata da Nicola Porro su Rete 4, associa «merito» a scuola «di classe». Peccato che, da veterocomunista un po’ patetico, il direttore del Riformista non si sia accorto di come la scuola, che a lui evidentemente piace, prodotta dalla politica «progressista», sia divenuta una «macchina della disuguaglianza», come si legge nel titolo del bel libro di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi, Il danno scolastico.

Sansonetti finge di non sapere che in Costituzione, all’articolo 34, premesso che «la scuola è aperta a tutti» (comma 1), in attuazione del principio di eguaglianza formale, è poi previsto (comma 2) che «i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». Per Meuccio Ruini, relatore del progetto di Costituzione, «l’impegno di aprire ai capaci e meritevoli, anche se poveri, i gradi più alti dell’istruzione», è «uno dei punti al quale l’Italia deve tenere» perché si tratta di «riconoscere, anche qui, un diritto della persona, per utilizzare a vantaggio della società forze che resterebbero latenti o perdute, di attuare una vera e integrale democrazia». Ha spiegato, in proposito, la Corte costituzionale fin dal 1993, con la sentenza n. 274, che è insita nella previsione costituzionale la consapevolezza che l’impegno profuso dalle istituzioni verso i capaci e i meritevoli non possa prescindere da una attenta valutazione del merito scolastico, perché la Costituzione «riconosce il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi ai “capaci e meritevoli”, la cui valutazione, come si ricava anche dai lavori preparatori della Costituzione, implica un riscontro relativamente al “profitto”».

Nel paventare una scuola «di classe», Sansonetti evidentemente propende per quell’egualitarismo che mortifica i migliori senza stimolare chi ha bisogno di essere aiutato negli studi. Perché «una scuola facile e di bassa qualità allarga il solco fra ceti alti e ceti bassi». Ignora coloro che non hanno mezzi personali e verosimilmente aiuti familiari. Concepita come ha prodotto la sinistra negli ultimi decenni, la scuola favorisce implicitamente i figli di famiglie di persone di cultura, che possono sopperire alle carenze didattiche con ausili privati, biblioteche familiari, genitori e parenti che forniscono insegnamenti.

«Abbassare il livello culturale dello studio non è democratico», scrive Paola Mastrocola nel libro richiamato, scritto con Luca Ricolfi, «anzi, è il contrario: è il gesto più antidemocratico e classista! Favorisce i ricchi e i privilegiati, che possono non studiare e, grazie a fenomeni quali le lezioni private a gogò, ce la faranno sempre. Bisogna rendere in grado i “poveri” (gli umili, gli svantaggiati, i ceti meno abbienti) di fare le scuole migliori. Rendere in grado! Un ragazzo non potrà fare il liceo se noi per otto anni (cinque di elementari e tre di medie) non gli abbiamo insegnato quasi niente o, se gli abbiamo insegnato qualcosa, poi non abbiamo anche deciso di esigere e di pretendere che lui le sapesse, quelle cose! Non farà né il liceo né l’università, un ragazzo, se non sa scrivere, se non sa fare un discorso compiuto, se non sa capire il senso (profondo, sfumato, metaforico, ironico…) di quel che legge, e se non sa ripetere con parole sue quel che ha studiato. Siamo stati noi a farne uno svantaggiato, uno che non parte uguale, che non ha le stesse opportunità iniziali. Siamo noi i colpevoli. Noi! Ma non ho le prove”.

In verità abbiamo certamente significativi elementi indiziari, come diciamo noi giuristi. Qualche anno fa ben seicento professori universitari segnalarono al ministro dell’Istruzione che nelle tesi di laurea si trovavano errori «di grammatica» non ammissibili neppure in una terza elementare. Vuol dire che è mancato l’insegnamento lungo l’intero corso degli studi durante i quali nessuno ha spiegato loro che l’uso della lingua italiana non è importante solamente per i letterati, gli avvocati, i filosofi, gli storici. Anche un ingegnere, un fisico o un chimico, all’inizio o nel corso della sua attività professionale, sarà chiamato a presentare le ragioni di un progetto, di un programma, di una ipotesi di lavoro. E, se dovrà essere valutato per come spiega, è evidente che il giudizio sarà graduato in relazione a come si esprime, a voce e per iscritto.

E così, la scuola egualitaria che piace a Sansonetti è diventata classista, non fa da «ascensore sociale», non è in grado di colmare le disuguaglianze di partenza, non fa che certificare e riprodurre privilegi e differenze.

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