Eterosessuali: i nuovi discriminati
(Ansa)
  • Sono affetti da una «patologia», dicevano i primi attivisti omosessuali come Mario Mieli. E oggi la maggioranza dei gay li definisce «tossici». Così non stupiscono i bandi pubblici in Canada destinati solo agli Lgbt.
  • Il 30% delle lesbiche ha subito una violenza fisica dalle proprie compagne, mentre il 75% parla di costrizioni psicologiche. Numeri su cui si fa cadere una coltre di silenzio.
  • La femminista Marina Terragni: «Dirsi attratti dall’altro sesso è sconveniente. La transizione dei bimbi? Uno scandalo come la lobotomia».

Lo speciale contiene tre articoli.

Se c’è una cosa rischiosa e impopolare da raccontare a giugno, il mese dell’orgoglio Lgbt, è sicuramente il pregiudizio ai danni delle persone eterosessuali; rischiosa perché potrebbe passare come sciocca provocazione fine a sé stessa, impopolare perché la grancassa mediatica progressista ha ormai convinto tantissimi dell’idea che i soli discriminati siano quanti ora festeggiano il Pride Month.

La realtà però è più complessa, e la narrazione secondo cui solo gay, lesbiche, transgender, queer e «non binari» possano essere vittime di violenza e tutti gli altri siano quanto meno indifferenti se non perfino complici e carnefici, ecco, oltre a suonare vagamente manichea risulta pure falsa. Perché sì, anche l’eterosessualità può essere oggetto di pregiudizi e la cosa curiosa è che a dirlo siano personalità tutt’altro che ordinarie, come per esempio Mauro Coruzzi, più noto come Platinette, che in una intervista rilasciata nell’aprile 2021 fu molto chiaro: «I veri discriminati oggi sono gli eterosessuali e chi li difende; ormai sono una razza in estinzione».

Parole da considerare come una esagerazione? Non si direbbe, dato che sono anni, anzi in realtà decenni, che proprio dal mondo Lgbt arrivano attacchi frontali alla stessa condizione eterosessuale. Emblematico, in tal senso, quanto scrisse Mario Mieli che, prima di morire suicida a 30 anni di età – fu ritrovato cadavere il 12 marzo 1983, con la testa nel forno della sua abitazione, intossicato dal gas -, si affermò come attivista nonché come uno dei fondatori del movimento omosessuale italiano. Ebbene, Mieli, cui sono state dedicate pure delle pellicole, ebbe a sostenere che «l’eterosessualità, quale oggi si presenta, come norma, è […] patologica, perché il suo primato si regge come un despota sulla repressione delle altre tendenze dell’Eros. La tirannide eterosessuale è uno dei fattori che determinano la nevrosi e – dialetticamente – è uno dei più gravi sintomi di questa nevrosi».

Anche un altro storico attivista gay, lo statunitense Jonathan Ned Katz, nel 1995 diede alle stampe un libro The Invention of Heterosexuality (Dutton Adult, 1995) in cui afferma che, nella sua accezione più comune, l’eterosessualità abbia fatto la sua comparsa solo nell’edizione del 1934 del New International Dictionary pubblicato da Merriam Webster: come a dire che la diffusa attrazione tra persone di sesso opposto, in fondo, sia un costrutto sociale. Ora, molti forse non avranno familiarità col libro di Katz e neppure con le citate parole di Mieli, contenute in Elementi di critica omosessuale (Feltrinelli), eppure l’influenza che questo pensiero ha avuto arriva ai giorni nostri; e si traduce perfino, oggi, in una certa avversione verso l’eterosessualità.

Nella sua tesi a conclusione degli studi all’Università di Liegi, discussa nel 2022, Julien Sohier ha intervistato dei giovani che si identificano come queer scoprendo come costoro considerino le persone etero «noiose» se non «addomesticate» e, pertanto, «preferiscano passare il loro tempo» con chi è queer. Ad analoghe, anzi perfino più nette conclusioni era già giunta Jane Ward, sociologa che si definisce «lesbica e femminista», la quale in un suo libro che è tutto un programma fin dal titolo – The Tragedy of Heterosexuality (New York University Press, 2020) – aveva fatto un esperimento molto interessante. In breve, la Ward aveva personalmente svolto un sondaggio su Facebook e Twitter esaminando le opinioni di 58 persone «identificate come queer»; ebbene, ben 53 di esse – quota superiore al 90% – hanno criticando le relazioni eterosessuali, definite come «noiose» e «tristi», con gli uomini etero bollati malamente come «fragili», «egocentrici», spesso pure «tossici».

Che dei pregiudizi concreti verso gli uomini etero possano esistere è da anni suggerito perfino da vertenze giudiziarie. Già 11 anni fa, per esempio, l’insegnante di ginnastica Gregory Kenney fece causa contro sua ex scuola dove aveva insegnato per ben 16 anni – la prestigiosa Trinity School, che tra i suoi ex alunni può vantare lo scrittore Truman Capote e Ivanka Trump, figlia del tycoon – sostenendo d’esser stato licenziato dalla sua superiore, Pat Krieger, lesbica e single, in quanto marito ed eterosessuale. Kenney sostiene che la sua superiore gli abbia chiesto di seguire tre sport, mentre il suo contratto gliene richiedeva due e, quando lui aveva osato evidenziarlo ricordandogli di essere sposato e di avere tre figli piccoli, si era sentito rispondere: «Ciascuno fa le sue scelte».

Nel 2017 il giudice di Manhattan David Cohen aveva poi rigettato le istanze del querelante, sostenendo che questi era stato licenziato semplicemente «per non aver adempiuto ai suoi doveri», ma è singolare quanto, richiamando quanto emerso in tribunale, ha messo in evidenza il Daily Mail: dopo il licenziamento, Kenney è stato sostituito da un’insegnante lesbica. Tu chiamale, se vuoi, coincidenze. Ad ogni modo, casi come quello di Kenney sono destinati a non ripetersi per il semplice fatto che la nuova frontiera della discriminazione degli eterosessuali, nel mondo scolastico, è rappresentato da bandi ai quali chi non è Lgbt manco può partecipare.

Chi pensa che sia una esagerazione, si vada a leggere il bando emesso – ed aperto fino al 30 giugno – per un nuovo posto da ricercatore sul cancro orale alla facoltà di Odontoiatria dell’Università della British Columbia, una delle più famose del Canada. Nel bando infatti si fa esplicito riferimento al fatto che la posizione è riservata «ai membri dei seguenti gruppi designati a livello federale: persone con disabilità, popolazioni indigene, persone razzializzate, donne e persone appartenenti a gruppi di identità di genere minoritari».

«La ricerca sul cancro orale è stata a lungo dominata dai maschi eterosessuali bianchi», è stato il commento sarcastico di Gad Saad, uno psicologo libanese naturalizzato canadese, «immaginate i progressi che si potrebbero ottenere se le ricerche al riguardo fossero condotte da gente transgender di colore». «Ma questo è legale in Canada?», è stata invece la domanda che si è posto Elon Musk. Incredulità comprensibile, ma se questo succede oggi nel Paese guidato dall’illuminato Justin Trudeau aspettiamoci che accada presto anche in altre parti dell’Occidente, dove – a riprova del discredito crescente verso chi sia eterosessuale – i giovani risultano sempre più inclini a dichiarare un’identità «fluida».

Un recente sondaggio Gallup ha rilevato come nella Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012) il 22,3% si riconosca come Lgbtq, identità in cui si ritrova addirittura oltre il 30% delle giovani donne tra i 18 e i 26 anni. Parallelamente, sono in caduta libera quanti si dichiarano eterosessuali. Un’indagine condotta sui giovani del Regno Unito tra i 18 e i 24 anni da YouGov ha scoperto come meno della metà di essi, oggi, si identifica come «eterosessuale al 100%». Sono dati sconvolgenti eppure inevitabili, se passa l’idea che l’attrazione verso il sesso opposto sia un’«invenzione», come ha scritto Katz, o perfino «patologica», come sosteneva Mieli.

Sta quindi accadendo che l’omosessualità, un tempo creduta patologica, si sia ormai ampiamente sdoganata mentre invece l’eterosessualità, un tempo creduta la norma, sia oggi guardata quasi con sospetto. L’Occidente che dovrebbe combattere i pregiudizi li sta così, in realtà, semplicemente capovolgendo all’insegna di una inclusione arcobaleno, di fatto, sempre più escludente. Nell’era fluida ogni identità non effimera è uno scoglio.

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