«Va ora in onda» una fucilazione. Gli Stati Uniti imitano i loro nemici
Nidal Malik Hasan (Ansa)

Neppure John Wayne sparava dal vivo. Una regola di Hollywood vietava la crudeltà gratuita e i registi impararono a usare il fuori campo: si sentiva il colpo ma l’impatto del proiettile era lasciato all’immaginazione dello spettatore. Quasi un secolo dopo ecco il passo avanti da Minions: il dipartimento della Difesa americano ha annunciato che l’esecuzione mediante fucilazione del maggiore Nidal Malik Hasan sarà pubblica e verrà trasmessa in diretta streaming mondiale.

Sottolineatura del segretario alla Difesa (ma a lui piace di più definirsi segretario della Guerra), Pete Hegseth: «Faremo in modo che la gente possa vederla e capisca che questo genere di cose comporta gravi conseguenze».

Appuntamento con l’orrore il 3 dicembre sul divano, neanche fosse il Superbowl, per l’atto conclusivo di una vicenda che dura da 17 anni. Era il 2009 quando l’ex psichiatra dell’esercito aprì il fuoco nell’infermeria della base di Fort Hood in Texas, uccidendo 13 soldati e ferendone 32.

Si fermò solo quando fu ferito da un poliziotto. Sostenne di avere compiuto la strage per «impedire che i militari partecipino alle operazioni in Afghanistan e Iraq, conflitti che ritengo illegali». Un massacro gratuito, cento colpi di fucile mitragliatore, scene da mattanza.

Hasan fu dichiarato capace di intendere e di volere, si difese da solo e fu condannato alla pena capitale. Numerosi ricorsi hanno allungato i tempi, altri potrebbero essercene prima dell’atto finale sempre a Fort Hood.

La fucilazione di Hasan e la scelta della diretta streaming

Ora nella stagione trumpiana delle esecuzioni (che arriva dopo quella dei dazi, delle annessioni, delle guerre infinite e degli insulti agli alleati) siamo arrivati al dunque: sarà fucilazione perché il protocollo militare la impone. Così non c’è pericolo di replicare il flop delle iniezioni poco letali a Christa Pike.

E sarà pubblica, in diretta, non si sa se con spot prima e dopo. Bloody Mary e patatine. Con la finalità dell’esempio che purtroppo sconfina nella barbarie. Perché il terrificante spettacolo finirà per appaiare la nazione guida dell’Occidente, custode dei diritti umani, della democrazia e della pietas cristiana al regime canaglia degli ayatollah iraniani che sta combattendo.

La similitudine viene naturale ed è preoccupante. Si fatica ad accettare che uno Stato di diritto si comporti come una dittatura teocratica che si fa forte della violenza e appende sulle gru «fino a che morte non sopravvenga» i nemici della rivoluzione islamica, mentre il popolo grida, sputa, insulta il condannato che si dibatte lassù negli ultimi spasmi.

Il rischio di trasformare l’esecuzione in uno spettacolo

Si fatica a metabolizzare la logica dell’esempio nel terrore, la stessa che motivava i tagliagole dell’Isis e di Al Qaeda a filmare le esecuzioni nel nome di Allah. Ed è triste notare come la differenza stia solo nella diffusione in 4k e nell’eventuale buffering.

Non si sa nulla della regia, delle inquadrature, della piattaforma. Ma Hegseth, che proviene dalla televisione e continua a tenere una trasmissione su Fox News, è convinto che la trasparenza della comunicazione passi anche attraverso questo eccesso, regolarmente autorizzato da Donald Trump, sul quale i social camperanno per mesi. Con un rischio ulteriore: la spettacolarizzazione del plotone d’esecuzione, il «bello della diretta» senza limiti che mischia cinema e vita vera, rischia di trasformare all’istante Hasan (ora in prigione a Fort Leavenworth in Kansas) in un martire del Jihad.

Le critiche di JD Vance, del Vaticano e dell’Onu

In attesa di un saggio ripensamento, la decisione è molto criticata anche fra i repubblicani. Il vicepresidente JD Vance ha preso le distanze: «Se in streaming, non guarderò quell’esecuzione». Si è fatto sentire anche il Vaticano. Ieri il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, ha commentato: «Non è accettabile la spettacolarizzazione della morte, per quanto naturalmente la persona sia colpevole. Ci sono altri sistemi, è incomprensibile. Inoltre il pensiero della Chiesa è in opposizione totale alla pena di morte». L’Alto Commissariato Onu ha alzato la voce: «La diretta streaming di un’esecuzione equivale a un’esecuzione pubblica e violerebbe il divieto assoluto di tortura». L’ente è meno credibile e ha qualche scheletro nell’armadio, dopo la nomina a presidente della Commissione sullo stato delle donne all’ambasciatore dell’Arabia Saudita, non un fulgido esempio di paese rispettoso dei diritti umani.

Le ultime esecuzioni pubbliche negli Stati Uniti

L’ultima esecuzione nell’esercito statunitense risale a 65 anni fa: era il 1961 quando il soldato John Bennett fu impiccato dopo essere stato condannato per lo stupro e il tentato omicidio di una bambina di 11 anni. Già allora la fucilazione era considerata un metodo disumano. L’ultimo a farne le spese fu Eddie Slovik, marine giustiziato nel 1945 dopo essere stato condannato per diserzione. Ancora più indietro nel tempo bisogna andare per vedere le foto color seppia dell’ultima esecuzione pubblica, stile rivoluzione francese.

Avvenne in Kentucky nel 1936 quando l’afro-americano Rainey Bethea fu impiccato da un boia ubriaco (così raccontano le cronache dell’epoca) davanti a 20.000 persone per avere violentato e ucciso una donna bianca. Quello «spettacolo» creò un tale scandalo da indurre lo Stato (e poi tutti gli altri) a vietare le esecuzioni in piazza. Nella stagione in cui la strategia è stata sostituita dalla schizofrenia, proprio negli Usa si riparte dallo streaming. Con il plotone d’esecuzione in mondovisione. E un esercito di tricoteuses digitali già eccitate; invece di fare la maglia faranno gli screenshot da postare su Instagram.

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