Alla fine, Pedro Sánchez ha deciso di staccare la spina. Ieri, infatti, il premier spagnolo ha sciolto le Cortes e convocato il voto anticipato per il 29 novembre. La decisione arriva dopo la batosta subita venerdì al Congresso, dove Pp, Vox e Junts hanno affossato i due decreti sulla casa con cui il governo cercava di rispondere alla protesta esplosa nelle piazze.
Sánchez ha subito trasformato la sconfitta in una chiamata alle armi per la sinistra, attualmente piuttosto malconcia: gli spagnoli, ha detto, dovranno decidere se «aderire all’ondata di estrema destra che sta causando regressione ovunque governi», oppure consegnargli una «maggioranza progressista più ampia» e mantenere la Spagna «un baluardo di apertura e giustizia sociale», un «punto di riferimento globale per la pace, il femminismo e la prosperità». Parole lunari, come al solito, ma il personaggio è questo e ormai abbiamo imparato a conoscerlo.
Gli scandali che pesano sul governo socialista
I toni da campagna elettorale, ovviamente, servono a nascondere il disastroso bilancio degli ultimi anni. La legislatura si chiude, infatti, con il Psoe travolto dagli scandali. L’ex ministro ed ex numero due socialista José Luis Ábalos è stato condannato a giugno a 24 anni e tre mesi di carcere per il caso delle mascherine, mentre il suo successore alla segreteria organizzativa, Santos Cerdán, è indagato nell’inchiesta sui presunti appalti truccati. E appena due settimane fa la moglie del premier, Begoña Gómez, è stata mandata a processo con giuria popolare con l’accusa di traffico di influenze e malversazione.
Immigrazione e crisi abitativa al centro della campagna
C’è poi il capitolo immigrazione. Ad aprile il governo socialista ha varato una sanatoria straordinaria per oltre 500.000 irregolari, alimentando così l’«effetto calamita» per altri aspiranti clandestini. Pochi mesi dopo, inoltre, è arrivata la catastrofe di Ceuta: oltre 70.000 persone hanno attraversato il confine dal Marocco tra il 30 e il 31 luglio, mentre Sánchez già pensava alle sue vacanze a Lanzarote. La Moncloa ha sostenuto di non aver ricevuto allerte tali da far prevedere l’assalto. Ma già il 28 luglio il Centro nazionale per l’immigrazione e le frontiere della polizia aveva avvertito Madrid del pericolo imminente.
Nonostante non si sia fatto scrupoli a reprimere le proteste patriottiche e contrarie all’invasione migratoria, è paradossalmente lo stesso Sánchez che ora prova a presentarsi come l’uomo della piazza. La scintilla è stata lo sfratto di Maricarmen Abascal, 87 anni, diventato il simbolo della crisi abitativa (che peraltro, come spiega anche Reuters, è stata acuita proprio dalla politica delle porte aperte del governo socialista).
La protesta sulla casa diventa una carta elettorale
Sabato decine di migliaia di persone hanno manifestato in più di 50 città: a Madrid erano 70.000, mentre a Valencia gli scontri hanno lasciato nove poliziotti feriti e portato a cinque arresti. I manifestanti, è vero, non risparmiano l’esecutivo: tra gli slogan c’era anche «proprietari colpevoli, governo responsabile». Ma a Ferraz, storica sede del Psoe, hanno fiutato subito l’occasione.
Già prima della bocciatura dei decreti, infatti, dirigenti e ministri socialisti spiegavano alla stampa che una mobilitazione simile a sinistra non si vedeva da anni. El País ha raccontato che alcuni pesi massimi del Psoe volevano aspettare il fine settimana per misurare l’affluenza prima di spingere Sánchez alle elezioni. E a La Vanguardia un ministro ha confessato: «È il momento di approfittarne per convocare le elezioni».
I decreti bocciati tornano alla Diputación Permanente
I socialisti hanno così iniziato a soffiare sul fuoco contrapponendo la «gente» ai «fondi avvoltoio». La mossa più spregiudicata, però, arriva adesso: oggi il consiglio dei ministri dovrebbe riapprovare i decreti bocciati venerdì. Con le Cortes sciolte, a votarli sarà la Diputación permanente, l’organo che sostituisce il Congresso, dove la sinistra con i baschi del Pnv dispone dei numeri anche senza Junts. La sconfitta parlamentare può così diventare il primo spot elettorale del Psoe: il gioco delle tre carte elevato a prassi legislativa, insomma.
Feijóo e Abascal preparano la sfida
Dall’altra parte della barricata, Alberto Núñez Feijóo ha accolto il voto come una liberazione: «Non è più in gioco la semplice alternanza, ma una ricostruzione nazionale», ha detto il leader del Pp, che ha chiesto agli spagnoli «un’opportunità» per «aiutare il Paese», sostenendo che «il danno è stato enorme, ma non irreversibile». Santiago Abascal, invece, ha parlato di «ottima notizia», ricordando però la beffa del 2023 e invitando a non fidarsi dei sondaggi. Poi ha fissato le priorità di Vox: fermare l’immigrazione clandestina, «preferenza nazionale» nelle politiche pubbliche e, dulcis in fundo, remigrazione.
I sondaggi: PP e Vox sopra il Psoe
I numeri spiegano bene perché Sánchez agiti con tanta foga lo spettro dell’«ondata nera». I sondaggi collocano il Pp attorno al 32-33%, Vox sopra il 18% e il Psoe tra il 25 e il 27%. Sigma Dos assegna a Feijóo 140 seggi e ad Abascal 63: insieme fanno 203, ben oltre la maggioranza assoluta di 176. Soprattutto, Vox arriva alle urne molto più forte che nel 2023 e il Pp ha ormai abbandonato il veto a una coalizione. Già a giugno, d’altronde, Feijóo aveva ammesso che, se il responso delle urne lo imponesse, Pp e Vox si sarebbero seduti a un tavolo per formare un governo comune.
È qui che prende forma una possibile soluzione «all’italiana»: due partiti distinti, uno più moderato e maggioritario, l’altro identitario e in crescita, pronti a governare insieme se gli elettori daranno loro i numeri. La partita, insomma, è aperta. E dopo otto anni di politiche «inclusive», frontiere colabrodo e parole d’ordine da sezione del Pci anni Settanta, la Spagna potrebbe finalmente voltare pagina.
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