- Il ministro azzurro per la Pa definisce il green pass «geniale» per il suo «costo psichico» ai danni dei dubbiosi. Un’esaltazione che si sposa con le parole del leader dem, secondo cui senza carta si ferma pure il Recovery.
- Il presidente Usa durissimo: «La pazienza è finita». Ed estende l’obbligo di fatto a 100 milioni di dipendenti pubblici e privati. I repubblicani preparano ricorsi.
Lo speciale contiene due articoli.
Per alcuni versi, è perfino naturale che, su un tema specifico, e a maggior ragione in un momento in cui al governo c’è una maggioranza ibrida e trasversale, possano verificarsi convergenze inedite. Eppure, fa comunque una certa impressione la sovrapponibilità, per non dire l’intercambiabilità, di alcune dichiarazioni di esponenti politici un tempo abituati a polemizzare fra loro.
Sarà forse il primo (e probabilmente anche l’unico) miracolo del green pass, gran feticcio capace di unire i diversi: qualcuno (accade per i ministri) per un costante eccesso di zelo nella difesa della linea dell’esecutivo, e qualcun altro (è il caso del Pd) per una più banale e scontata ostilità nei confronti di Matteo Salvini.
Sta di fatto che – eccezion fatta per la Lega e ovviamente per Fratelli d’Italia, che sta all’opposizione – la corrispondenza di amorosi sensi pro green pass è divenuta un coro assordante. Ecco Enrico Letta, autore di uno spericolato collegamento tra certificato verde e Recovery plan: «Abbiamo questi 200 miliardi dell’Ue da spendere, non possiamo permetterci per giochi politici di fermare il Paese. Chiedo al governo di andare avanti nell’estensione del certificato nel pubblico e nel privato». E la domanda nasce spontanea: i Paesi che non adottano il green pass all’italiana hanno forse fermato la loro economia? Non pare proprio, eppure il segretario Pd non sembra avere dubbi.
Molto assertivo anche il ministro Renato Brunetta, secondo il quale in futuro la certificazione «deve valere sia per il lavoro pubblico sia per quello privato» e anche per chi utilizza i servizi, pubblici privati che siano. Brunetta si è spinto testualmente a parlare di misura «geniale» con questa motivazione: perché la certificazione aumenta il costo psichico e monetario «per gli opportunisti contrari al vaccino, costringendoli a fare il tampone». Così «diminuisce la circolazione del virus e quindi la nascita di nuove varianti». Il ministro ha articolato in questi termini la sua teoria: «Vi spiego il modellino comportamentale. Più crescono i vaccini, più crescono i dubbi sui vaccini. Se la stragrande maggioranza si vaccina, il rischio diminuisce e quindi non mi vaccino. Si rende irriducibile uno zoccolo di opportunisti. Bisogna aumentare agli opportunisti il costo della non vaccinazione». Gran finale con l’evocazione del «costo psichico e monetario»: «I tamponi sono un costo psichico e monetario. Aumentando il costo si riduce lo zoccolo dei non vaccinati e si riduce la circolazione del virus. Il green pass ha l’obiettivo di schiacciare gli opportunisti ai minimi livelli di non influenza sulla velocità di circolazione del virus. Ci stiamo arrivando, mancano dieci punti. Se passa il lavoro pubblico, il lavoro privato, più i fruitori dei servizi, ci arriviamo. Non abbiamo tempo, arriva l’autunno e l’inverno, dobbiamo arrivare ai livelli di saturazione entro metà ottobre».
Al di là delle scelte linguistiche («schiacciare», «costo psichico e monetario», «opportunisti»), sorge il dubbio che si stia assistendo a una singolare inversione tra mezzi e fini: con il vaccino che, anziché essere considerato un mezzo (anzi, il primo dei mezzi) per contrastare la pandemia, sembra diventato un fine in sé. E con una carenza di attenzione, da parte del governo nazionale e di quelli regionali e locali, verso tutti gli altri mezzi, tutte le altre armi a disposizione: trasporti urbani, aule scolastiche, turni e scaglionamenti a scuola, tamponi salivari rapidi, impianti di ricircolo dell’aria, cure domiciliari.
Brunetta, assai elogiato sui social nei giorni scorsi per la sua sacrosanta campagna per il ridimensionamento dello smart working, è stato invece significativamente criticato ieri per l’uso dell’aggettivo «geniale».
Hanno anche destato attenzione in rete le parole che Brunetta ha liricamente rivolto a Draghi: «un campione», «il migliore di tutti», «l’Italia è diventata fica, cool». E ancora, in un crescendo inarrestabile: «Mi raccontano che nei G20 quando parlavano i G di seconda fila, i G di prima fila spegnevano. Non succedeva da tanto tempo che 19 accendessero quando parlava Draghi. Da quando non succedeva? Sono dovuto andare molto indietro. Da Ottaviano Augusto. Noi siamo stati sempre una forza regionale che a volte ha avuto leader straordinari, ma sempre regionali, lo erano Cavour e De Gasperi nel bene, altri nel male pensiamo a Mussolini. Con Draghi superiamo la dimensione regionale, arriviamo in una scala globale perché la sua dimensione è globale». Sistemati Cavour e De Gasperi nelle retrovie della classifica, Brunetta ha proseguito: il punto è «la credibilità. Lui ha una credibilità che supera ampiamente la sua origine nazionale. Come ce l’aveva Gianni Agnelli, che non era un semplice imprenditore italiano».
Tornando al green pass, al coro si è unita anche Confindustria che ha ribadito il suo ok all’obbligo sul posto di lavoro.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >