• Il belga celebra l’anniversario dell’entrata nell’Unione di Atene. Che con l’austerità ha visto crollare i salari, il Pil e l’occupazione.
  • Vladimir Putin inchioda l’Ue al bluff sul blocco dei voli da Minsk. Gli aerei banditi in realtà transitano nei nostri scali. Ma Mosca, con un pretesto, non ha fatto atterrare chi evita i cieli bielorussi.

Lo speciale contiene due articoli.

Platone, Socrate, Aristotele, e poi Omero, Saffo, Erodoto, Aristofane, Esopo? Poco più che parolai. L’altare di Pergamo, la Venere di Milo, la maschera di Agamennone e la Nike di Samotracia? Banali patacche. Fidia, Skopas e Prassitele? Artigiani dilettanti. Se siete cresciuti con il mito della Grecia culla della civiltà occidentale, fareste meglio ad archiviare questo retaggio culturale prima possibile. Sì, perché il periodo d’oro della penisola ellenica non va situato nel primo millennio avanti Cristo, bensì negli ultimi 40 anni. «Da quando tu, o Grecia, ti sei formalmente unita alla nostra Europa comune, che è sempre stata tua, hai conosciuto i migliori anni della tua storia, che ti hanno collocato in un cammino di pace e prosperità». Non sono le squinternate affermazioni di uno storiografo alticcio reduce da un conviviale pranzo tra amici, bensì le parole pronunciate in veste ufficiale dal belga Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, in visita questi giorni ad Atene in occasioni delle celebrazioni dell’anniversario dell’adesione della Grecia all’Ue, avvenuta per l’appunto nel 1981.

Non occorre essere esperti di storia contemporanea per essere colti da un senso di profondo sconcerto all’ascolto di queste dichiarazioni. Per il popolo greco quello appena concluso è stato un decennio drammatico, contrassegnato da povertà e forti tensioni sociali. Un contesto nel quale Bruxelles anziché rimanere «al fianco della Grecia durante la crisi degli anni recenti», come favoleggiato da Charles Michel, ha continuato a infierire su un paziente già di per sé fortemente debilitato. Proviamo a ripercorrere per sommi capi i termini di questo fantomatico «successo».

Lontanissimo il picco raggiunto nel 2007 con 22.500 euro di reddito pro capite. La discesa iniziata l’anno successivo si è arrestata solo nel 2017, anno in cui per la prima volta la ricchezza è tornata sia pur debolmente a crescere. Ma la Grecia continua a essere un’economia piuttosto fragile, come dimostra il dato – seppur provvisorio – del 2020, che ha fatto sprofondare (complice il Covid) il reddito medio a livelli peggiori di otto anni fa. Una situazione che inevitabilmente riflette il crollo dei salari. Se consideriamo il reddito del 2009, anno in cui si è raggiunto il valore massimo, oggi un greco guadagna meno dell’80%. Pensate di avere in tasca 500 euro, e d’improvviso trovarvene 400, e capirete che sensazione può aver provato un lavoratore greco in quest’ultimo decennio.

Le ferite inferte al mondo del lavoro dalla terribile crisi debbono ancora rimarginarsi. Il tasso di disoccupazione fatto registrare in Grecia nel 2019, pari al 17,3%, è stato ancora più che doppio rispetto al minimo toccato nel 2008, quando il rapporto tra disoccupati e occupati aveva raggiunto il 7,8%. Per ben sei anni il tasso ha superato il 20%, raggiungendo il picco nel 2013 (27,5%). Ma a pagare il conto più salato sono state le fasce d’età più basse. Dopo aver raggiunto l’apice nel 2013, con un tasso di disoccupazione pari al 53,8%, a tutt’oggi quasi un giovane greco su tre (31,5%) è senza lavoro. Nel 2007 l’indice era appena al 15,4%, inferiore a quello italiano e molto vicino alla media Ocse.

«Rianimazione richiesta»: questo l’eloquente titolo di un rapporto pubblicato nell’aprile del 2020 da Amnesty International sullo stato della sanità greca dopo un decennio di austerità. Non deve sorprendere se il sistema ellenico è arrivato stremato all’appuntamento con il Covid. La spesa pubblica per questo settore è passata dal 6,6% sul Pil del 2010 ad appena il 4,6% del 2019. Gli ospedali si sono ritrovati con poco personale e pure pagato male. Medici e infermieri hanno risentito della crisi dei salari che ha colpito l’intera popolazione. I risultati di questo scempio si vedranno a lungo termine, ma nel frattempo alcuni studi hanno dimostrato una scarsa capacità di reagire alle epidemie (ad esempio quella di febbre del virus del Nilo occidentale nel 2010 e di malaria nel 2011), un aumento dei casi di Hiv e un incremento dei suicidi.

Nonostante i grossi sforzi compiuti da Atene, il debito pubblico continua a galoppare incessantemente. Secondo le ultime stime fornite da Eurostat, il rapporto debito/Pil ha ormai sfondato la soglia psicologica del 200%. Spaventosa la progressione temporale: nel 2007 la percentuale si attestava «appena» al 113%.

Numeri che desterebbero senza dubbio minor preoccupazione in un qualsiasi altro Stato, ma per la Grecia le cose stanno diversamente. Complessivamente, il Meccanismo europeo di stabilità ha stanziato finanziamenti per 204 miliardi di euro, e di fatto detiene metà del debito pubblico greco. Per uscire dal terzo programma di aiuti e in cambio di un allungamento delle scadenze dei rimborsi dei prestiti, il governo ellenico ha firmato la propria condanna a morte impegnandosi a garantire un avanzo primario (differenza tra entrate e uscite dello Stato, ndr) del 3,5% dal 2018 al 2022, e una media del 2,2% fino al 2060. Un accordo capestro che lascia a Bruxelles il coltello dalla parte del manico. «L’Europa si costruisce trasformando i “no” in irrevocabili “sì”», ha aggiunto sibillino Michel parlando ad Atene, «voi avete ricostruito la vostra unità trasformando un “no” in un convinto “sì” all’euro e all’Europa». Come se la povera Grecia avesse avuto altra scelta che quella di piegarsi al ricatto degli euroburocrati.


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