- Sta per concretizzarsi un paradosso: dall’estero sarà possibile entrare e circolare nel nostro Paese, mentre gli italiani non potranno ancora spostarsi fra regioni diverse. Sempre ammesso che dal resto d’Europa qualcuno abbia intenzione di fare qui le vacanze.
- Ipotesi scuole aperte a settembre, ma soltanto elementari e medie. Piano allo studio del comitato di esperti. Anna Ascani: «Per i piccoli classi sdoppiate».
Lo speciale contiene due articoli.
Siamo al gioco delle tre date, remake di quello delle tre carte che è una specialità del governo giallorosso. Data vince, data perde. Ritenere che ciò che è scritto in un decreto approvato appena una settimana fa, sia pure con un mese di ritardo, resti valido per qualche giorno è una bizzarria. In Italia le regole sono come i sogni: svaniscono all’alba. Siamo al paradosso: il 3 giugno in Italia potranno arrivare – ammesso e non concesso che decidano di venirci – cittadini da tutti e 27 gli Stati dell’Ue senza nemmeno farsi misurare la febbre, accolti da 60.000 spioni con la scritta «assistenti civici» che li inviteranno a mantenere le distanze – quando si dice l’accoglienza – ma gli italiani dovranno restare confinati nella loro regione. Quando il cancelliere austriaco Sebastian Kurz non ne voleva sapere di aprire il Brennero – lo farà per consentire il transito dei tedeschi che volessero eventualmente arrivare in Alto Adige perché forse oltre non potranno andare – si è gridato al complotto. Kurz ha risposto: lo faccio perché non mi fido dell’Italia. In effetti non è un bel vedere un paese che apre le frontiere, ma tiene chiuse quelle fra le sue regioni. Detta così sembra che chi ci governa sia affetto da un disturbo bipolare, la verità e che non riescono a mettersi d’accordo. Ci sono tante regioni che vivono di turismo che chiedono il via libera, in prima linea su questo fronte ci sono Giovanni Toti con la Liguria, Luca Zaia col Veneto, Massimiliano Fedriga col Friuli Venezia Giulia, Donatella Tesei con l’Umbria. Sono tutte di centrodestra e contro di loro è schierato il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, che ritiene una sua missione dimostrare che chi governa i territori, ma non è del Pd, deve prendere ordini da lui, lo «sceriffo di Bisceglie», il custode della sanità pubblica attraverso la negazione del titolo quinto della Costituzione. Però c’è anche un dissidio evidente nel governo tra il Pd e il M5s. In particolare Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, spaventato da un probabilissimo flop del turismo vuole aprire tutto e subito. Come si sa, l’Italia rischia di essere tagliata fuori dai flussi turistici perché alcuni Paesi si stanno mettendo d’accordo fra loro. In particolare la Germania, la Francia, la Svizzera, la Danimarca e il Lussemburgo stanno riaprendo le loro frontiere e i croati – che non hanno mai chiuso le loro spiagge – ne hanno approfittato per dire: venite da noi. Luigi Di Maio è andato in Europa a chiedere regole eguali per tutti, si è accordato con il suo omologo tedesco Heiko Mass per evitare gli accordi bilaterali, ma per non finire isolato ha giocato d’anticipo: dal 3 giugno frontiere aperte. L’Italia è la prima nazione a farlo. Che questa decisione abbia fatto imbufalire tutti gli altri Paesi europei – Svizzera, che comunque sta nell’area Schengen, compresa – è particolare trascurabile. Di Maio – col silenzio assenso di Dario Franceschini che sarebbe anche ministro del Turismo, ma che di queste faccende non si preoccupa – ha fatto scrivere nel decreto Rilancio che «a decorrere dal 3 giugno, gli spostamenti da e per l’estero possono essere limitati solo con provvedimenti adottati ai sensi dell’articolo 2 del decreto-legge n° 19 del 2020, anche in relazione a specifici Stati e territori, secondo principi di adeguatezza e proporzionalità al rischio epidemiologico». Cosa significa? Che se si mettono d’accordo un po’ di regioni e s’impunta qualche ministro questo decreto allora non è più valido? È esattamente quello che sta succedendo e che rischia di rovinare definitivamente la già bassa reputazione italiana in Europa e nel mondo. Ad accendere la miccia e dunque a creare confusione, in danno prima di tutto del turismo, è il ministro degli affari regionali Francesco Boccia. Il quale ha una particolare avversione per le regioni governate dal centrodestra. Ha cercato in tutti i modi di accusare la Lombardia, ha impugnato la riapertura decisa da Jole Santelli in Calabria anche se poi dopo una settimana il governo ha adottato di fatto gli stessi provvedimenti e si è impegnato tantissimo a rovinare la stagione turistica dell’Umbria, che avendo contagi zero per una bislacca statistica – di cui anche l’Istituto superiore di sanità alla fine si è scusato – è stata inserita nelle regioni a rischio. Francesco Boccia è il reclutatore dei 60.000 spioni ed è quello che di fronte ai bar affollati di sabato scorso si è precipitato a dire, con un’intervista alla Stampa, «se va avanti così si chiude tutto di nuovo». Poi ha aggiunto: «Monitoriamo al situazione, nel fine settimana decideremo. Ci sono i 21 parametri da esaminare e solo se saranno tutti allineati daremo il via libera alla mobilità tra le regioni». A dire il vero anche Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna che proprio ieri ha riaperto le spiagge, con la giacchetta di presidente della conferenza Stato-Regioni sembra assecondare lo sceriffo di Bisceglie. Al Corriere della Sera dice: «Al 3 giugno mancano tanti giorni, il quadro si chiarirà in fretta. Credo si debba centrare un solo obiettivo: adottare soluzioni praticabili, efficaci e chiare. Discuterne ora, senza i dati del prossimo weekend, è inutile». Ma ai turisti – ammesso che qualcuno abbia intenzione di venire in Italia – chi glielo spiega? Oddio, è già successo che un volo della Eurowings partito da Dusseldorf la mattina del 22 maggio (destinazione Olbia) sia dovuto tornare indietro perché l’aeroporto era chiuso. Ma queste sono cose trascurabili per una nazione che punta, infelice, alla decrescita.
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