Le mani straniere sul Made in Italy
Moltiplicate per quattro le aziende che hanno chiesto una tutela al governo per «interesse nazionale». Settori economici strategici sono a rischio. Ma Palazzo Chigi interviene poco.

Lo speciale contiene quattro articoli.

Un Paese vulnerabile, nel mirino di «attori stranieri» che si muovono in modo «predatorio e speculativo». La crisi sanitaria ha amplificato le fragilità di tante realtà produttive italiane, alle prese con un mercato interno contratto e con i canali esteri bloccati. Ad approfittarne, soggetti, anche statuali, che hanno accentuato la loro postura aggressiva, con un unico obiettivo: «Conseguire posizioni di leadership commerciale e tecnologica». Il quadro delineato dall’ultima relazione dei servizi di intelligence al Parlamento fa un certo effetto: nel 2020, le minacce agli asset strategici italiani si sono moltiplicate per quattro. La crescita emerge dalle notifiche inviate alla presidenza del Consiglio per la valutazione dell’esercizio del golden power: 341 contro le 83 del 2019. A far gola, secondo gli 007, gli assetti proprietari delle imprese nazionali, non solo quelle di piccole e medie dimensioni.

Anche chi può contare su un patrimonio produttivo consolidato e su un portafoglio clienti consistente subisce le conseguenze della pandemia. «Di fronte a un progressivo indebolimento del tessuto economico, il Paese corre seri rischi», spiega Paolo Arrigoni, membro del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, in quota Lega. «I timori sono su scala globale, le minacce arrivano dappertutto, anche dall’Europa». Il campanello d’allarme, dalle parti di Palazzo Chigi, è suonato già nei primi mesi dello scorso anno. Il decreto Liquidità, approvato l’8 aprile scorso, ha rafforzato gli strumenti del golden power, cioè l’insieme dei poteri speciali che il governo ha a disposizione per la difesa dei settori strategici.

Gli ambiti di intervento sono stati estesi al settore finanziario, incluso quello creditizio e assicurativo, agroalimentare e siderurgico. Eppure, come sostengono alcuni membri del Copasir, il golden power resta ancora un’arma spuntata: nei casi in cui si potrebbe valutarne almeno l’utilizzo, si sceglie di non intervenire. Su 341 notifiche arrivate lo scorso anno, i poteri speciali sono stati esercitati 38 volte: in una sola occasione è stato opposto il veto; negli altri 37 casi, si è scelto di imporre prescrizioni.

Lo scorso 13 febbraio, nel primo Consiglio dei ministri, il nuovo governo Draghi ha scelto di non esercitare i poteri di cui dispone nell’offerta pubblica di acquisto annunciata da Crédit agricole sul Credito valtellinese. Come raccontato in queste pagine, la pressione della finanza francese sugli istituti di credito italiani è uno degli aspetti più caldi sul fronte della sicurezza nazionale.

«La Francia resta un soggetto ampiamente monitorato», racconta Arrigoni. «A Parigi hanno investito molto negli ultimi anni. Non è un caso che nell’ambito dei loro servizi di intelligence ci sia un reparto specifico definito “guerre economiche”». Automotive, meccanica e made in Italy: esiste un patrimonio di conoscenze e capitale su cui all’estero hanno acceso i riflettori. Come scrivono i servizi, «sono emersi tentativi di sottrazione attraverso acquisizioni mirate e rischi di compromissione della catena del valore». E poi ci sono le infrastrutture strategiche, su cui da tempo ha messo gli occhi la Cina. Porti e retroporti sono la via maestra per la penetrazione dei prodotti cinesi in Italia e in Europa.

«Avere in mano la logistica significa spingere le proprie merci, a svantaggio delle produzioni italiane», spiegano dal Copasir: «All’interno del Comitato, e nel governo, ciò desta una certa preoccupazione». In attesa di conoscere i possibili cambiamenti nella composizione interna, al Copasir si lavora sui prossimi dossier di peso: industria e, soprattutto, energia.

«La transizione ecologica è uno dei capitoli più importanti nel Piano di ripresa e resilienza da presentare in Europa, ma c’è modo e modo per approcciarla», ragiona Arrigoni. «Qualcuno punta alla completa elettrificazione dei consumi, anche a sostegno della mobilità elettrica. Eppure, c’è da tener presente un punto: la Cina già detiene un’ampia fetta del mercato e la gran parte delle concessioni minerarie per l’estrazione delle terre rare, che servono a produrre le batterie delle auto elettriche e gli accumulatori di energia, necessari a compensare la non programmabilità degli impianti a fonti rinnovabili. Quando parliamo di transizione ecologica, eccessivamente spinta sull’elettrificazione, stiamo spostando il baricentro geopolitico mondiale. Più di quanto non lo sia già».


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