- Sono piovuti attacchi sul governatore repubblicano del Texas per la sua linea favorevole alle armi, però il Partito democratico del presidente Biden da due anni rimanda il giro di vite sul settore, in alcuni casi per il voto contrario dei suoi stessi senatori.
- Uvalde, Texas: il killer Salvador Ramos è entrato in una classe ha freddato 19 bambini e due loro insegnanti.
Lo speciale contiene due articoli.
L’ultima sparatoria di massa negli Stati Uniti, quella verificatasi l’altro ieri a Uvalde in Texas per mano di Salvador Ramos, diciottenne che ha ucciso 19 bambini e due insegnanti in una scuola elementare, ripropone uno dei più roventi temi di politica interna. «Come nazione dobbiamo chiederci: quando in nome di Dio ci opporremo alla lobby delle armi?», ha dichiarato Joe Biden. «Dobbiamo agire. Non ditemi che non possiamo avere un impatto su questa carneficina», ha aggiunto.
Quella delle sparatorie di massa è una piaga che affligge la società statunitense da almeno 30 anni. Il problema è che, anziché cercare di metter mano alla questione in modo serio, troppo spesso questo dossier viene banalizzato e politicizzato. Anche stavolta si va alla ricerca del capro espiatorio. Parte della stampa americana (e italiana) ha già puntato il dito contro il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, che nel 2015 scrisse un tweet esortando i suoi concittadini a comprare più armi e che l’anno scorso ha siglato una legge per facilitarne il possesso. Si tratta di una linea sicuramente discutibile. Ma anziché cercare tutte le volte il nemico politico da additare, sarebbe forse meglio porsi una semplice domanda: che cosa hanno fatto i democratici per affrontare il problema delle armi in tutti questi anni? Sovente ci ripetono che sono i repubblicani collusi con la lobby delle armi a bloccare le loro iniziative benefiche. Ma le cose stanno realmente così?
Cominciamo col sottolineare che, nonostante le promesse fatte in campagna elettorale, Biden si è mosso con estrema lentezza sul problema delle armi. Era l’8 aprile 2021 quando l’inquilino della Casa Bianca annunciò l’intenzione di redigere un nuovo regolamento per introdurre restrizioni in materia. Sapete quando lo ha alla fine presentato? L’11 aprile scorso: vale a dire dopo ben 12 mesi. Ma questa non è l’unica lungaggine controversa di Biden sul tema. Il presidente ha infatti atteso ben sette mesi prima di nominare un nuovo direttore dell’Atf (l’agenzia federale che si occupa proprio delle armi da fuoco). La sua precedente scelta, David Chipman, fu bocciata dal Senato a settembre (anche per lo scetticismo di alcuni parlamentari democratici) e il nuovo nome, Steve Dettelbach, è stato annunciato soltanto lo scorso aprile. Tra l’altro, a lamentarsi di queste inaccettabili lungaggini sono stati proprio gli esponenti dell’asinello: a marzo il senatore dem Chris Murphy inviò – insieme a 127 colleghi di partito – una missiva al presidente, esortandolo ad agire con maggiore rapidità. A proposito: vi ricordate quei democratici, come Beto O’ Rourke, che ai tempi dell’amministrazione Trump attribuivano la responsabilità morale delle sparatorie di massa proprio all’allora presidente repubblicano? Ebbene, la tesi era già delirante in sé stessa, ma è stata anche smentita dai fatti. Secondo il database di Mother Jones, da quando Biden è entrato in carica si sono verificate nove sparatorie di massa per un totale di 76 vittime. Cnn ha inoltre riferito che, nel solo 2022, si sono già registrate almeno 30 sparatorie in istituti scolastici. Imputare a questo o a quel presidente la responsabilità morale di simili eccidi è quindi un’operazione tanto assurda quanto ignobile.
Tornando invece all’inconcludenza dem nell’adottare misure efficaci, anche Barack Obama, di cui Biden fu vicepresidente per otto anni, ha parlato molto e concretizzato poco. I suoi provvedimenti in materia di controllo delle armi furono in gran parte delle «azioni esecutive» (atti, cioè, molto meno vincolanti degli «ordini esecutivi» sul piano legale). Non solo: nel suo primo mandato, Obama firmò due leggi che abrogavano il divieto di portare armi nei parchi pubblici e sui treni (divieti che risalivano rispettivamente a due presidenti repubblicani, come Ronald Reagan e George W. Bush). Inoltre, secondo Politifact, la sua amministrazione diede di fatto il semaforo verde (in almeno due occasioni) alla vendita dei bump stocks: dispositivi che, se applicati ad armi semiautomatiche, le rendono utilizzabili come delle mitragliatrici. Proprio i bump stocks vennero usati nella strage di Las Vegas del 2017 (in cui morirono 58 persone). Sapete invece chi vietò questi terribili dispositivi a livello nazionale? Fu il tanto vituperato Donald Trump nel dicembre del 2018.
È senz’altro vero che al Congresso i repubblicani sono tradizionalmente restii ad introdurre restrizioni in materia di armi, ma questo è un tema che riguarda anche l’asinello. L’anno scorso il senatore dem Joe Manchin si espresse contro un disegno di legge del suo stesso partito che puntava a istituire delle significative limitazioni alla compravendita di pistole e fucili. E veniamo infine al ruolo della lobby delle armi, la Nra: un ruolo che resta indubbiamente influente, per quanto ridotto rispetto a cinque o sei anni fa, visto che, specialmente tra il 2018 e il 2020, l’organizzazione ha affrontato gravi problemi finanziari e scandali interni. Inoltre, la Cbs ha recentemente mostrato come alcuni stati tradizionalmente dem presentino un’alta percentuale di possessori di armi (è per esempio il caso di Michigan, Wisconsin e Pennsylvania). Tutto questo per dire che la questione del controllo delle armi è qualcosa di più complesso di una diatriba partitica. E che, nonostante la retorica, i democratici hanno fatto molto poco sul tema a livello nazionale negli scorsi anni.
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