L’energia verde in Spagna è favola, l’Irpinia sfregiata dalle pale è realtà
(iStock)

Pedro Sánchez non è ancora caduto. Ma la crisi politica spagnola lo ha costretto a sciogliere il Parlamento e a convocare elezioni anticipate per il 29 novembre. E tanto è bastato perché la sinistra si stracciasse le vesti per quello che considera da anni uno dei suoi ultimi punti di riferimento europei.

La Spagna di Sánchez è diventata una sorta di stella cometa: il Paese da indicare agli italiani come modello economico, sociale e, soprattutto, energetico. Un modello riproposto in modo martellante non solo da Pd e Verdi ma anche da una parte dell’informazione, dove Milena Gabanelli e Federico Fubini sono tra i più assidui cantori del miracolo energetico spagnolo.

Il modello energetico spagnolo

La storia che ci viene raccontata è semplice, quasi una favola: la Spagna avrebbe puntato senza esitazioni su eolico e fotovoltaico e, proprio per questo, godrebbe oggi di un’energia abbondante ed economica. L’Italia, al contrario, sarebbe rimasta indietro per colpa di governi timidi, amministrazioni ostili e cittadini egoisti incapaci di comprendere le magnifiche sorti e progressive del Green deal.

Peccato che la realtà sia un po’ diversa. Nel 2025 la Spagna ha prodotto circa 151 TWh di elettricità da fonti rinnovabili. L’Italia circa 128. Una differenza modesta che assume oltretutto un altro significato quando si ricorda che la Spagna ha una superficie di oltre 500.000 chilometri quadrati, contro i circa 300.000 dell’Italia. E soprattutto che la conformazione del territorio italiano, attraversato per buona parte da due grandi catene montuose e caratterizzato da una densità abitativa e da una stratificazione paesaggistica, storica e archeologica straordinarie, rende incomparabilmente più delicato disseminarlo di grandi impianti industriali.

Nucleare, gas e importazioni dalla Russia

C’è poi un altro piccolo particolare che scompare regolarmente dal racconto del «miracolo verde» spagnolo: dietro il sole e il vento ci sono ancora molto nucleare e molto gas. Nel 2025 le centrali nucleari spagnole hanno prodotto circa 52 TWh, quasi il 20% dell’elettricità nazionale, mentre la domanda di gas destinato alla produzione elettrica è aumentata del 33,4%, sfiorando i 100 TWh. E c’è un dato ancora più imbarazzante per chi presenta Madrid come la stella cometa della transizione europea: nello stesso anno la Spagna ha importato dalla Russia oltre 42 TWh di gas, circa 4 miliardi di metri cubi, pari all’11,4% di tutte le sue importazioni, mantenendo Mosca come terzo fornitore. L’Italia, al contrario, non figura più tra i grandi importatori diretti europei di Gnl russo.

Quanto costa l’elettricità alle famiglie

E dopo tutto questo, quanto costa davvero agli spagnoli l’elettricità rispetto agli italiani? Anche qui il miracolo si ridimensiona parecchio. I dati Eurostat sul secondo semestre 2025 mostrano che, una volta rapportato il prezzo al potere d’acquisto, una famiglia spagnola paga l’elettricità 29,75 Pps ogni 100 kWh contro 31,01 in Italia: appena il 4% in meno. Insomma, dietro la favola di una Spagna che avrebbe risolto il problema energetico disseminando il territorio di pale e pannelli troviamo quasi un quinto dell’elettricità prodotto dal nucleare, centrali a gas ancora indispensabili, miliardi di metri cubi di gas russo e un costo dell’elettricità per le famiglie che, rapportato al potere d’acquisto, è molto vicino a quello italiano. Il «miracolo spagnolo» esiste molto più nei talk show italiani che nelle bollette degli spagnoli.

Il caso dell’Irpinia e del Formicoso

Eppure il mito resiste. Per capire che cosa nasconda questa rappresentazione ideologica della transizione energetica bisogna lasciare per qualche giorno gli studi televisivi di Roma e Milano e andare in Irpinia. Io l’ho fatto. Sono tornato pochi giorni fa dall’altopiano del Formicoso. Ed è difficile descrivere la sensazione che si prova davanti a un paesaggio che sembra essere stato consegnato definitivamente all’industria energetica. Le pale appaiono ovunque. Sui crinali, sugli altopiani, dietro i paesi. Segnano l’orizzonte, si sovrappongono l’una all’altra, trasformano la percezione stessa del territorio. In Irpinia si parla ormai di circa 600 aerogeneratori. Non sono più singoli impianti inseriti in un paesaggio: in vaste porzioni del territorio sono diventati essi stessi il paesaggio. Il Formicoso rappresenta il risultato finale di un’idea di ambientalismo che diventa la negazione di se stessa: sacrificare l’ambiente in nome dell’ambiente.

Le contraddizioni della transizione energetica

E qui emerge una contraddizione politica che in Campania assume dimensioni grottesche. Per anni amministrazioni regionali e locali, prevalentemente riconducibili al centrosinistra, hanno consentito una concentrazione impressionante di impianti eolici in queste aree. Contemporaneamente, una parte importante dell’ambientalismo organizzato ha sostenuto la corsa alle rinnovabili industriali come se ogni pala eolica e ogni ettaro di fotovoltaico costituissero, per definizione, una vittoria dell’ambiente.

Chi invece ha tentato di difendere concretamente quei territori? Molto spesso semplici cittadini. Comitati locali. Persone senza uffici stampa, finanziamenti milionari o accesso quotidiano ai grandi mezzi di informazione. Per il Formicoso non ricordo le grandi mobilitazioni nazionali, gli appelli solenni al Presidente della Repubblica. Ricordo invece cittadini lasciati quasi soli a combattere contro un processo molto più grande di loro.

I costi dell’eolico industriale

È questo che rende particolarmente doloroso tornare dall’Irpinia e, la sera stessa, ascoltare nuovamente in TV le filastrocche sulle virtù taumaturgiche del Green deal. Naturalmente dobbiamo ridurre le emissioni. Ma proprio per questo avremmo bisogno di una politica energetica capace di misurare tutti i costi e tutti i benefici: energia prodotta (poca), emissioni realmente evitate (irrisorie), denaro pubblico impiegato (tanto), consumo di suolo, infrastrutture necessarie, accumuli, reti e soprattutto danno arrecato al paesaggio.

Provate oggi a mettere in discussione non le energie rinnovabili, ma la loro industrializzazione indiscriminata. Provate a chiedere se abbia senso collocare enormi aerogeneratori in territori di eccezionale valore paesaggistico o ricoprire centinaia di ettari di campagna con pannelli fotovoltaici quando esistono tetti, capannoni, parcheggi, cave e aree già compromesse. La reazione sarà immediata. Perché ormai attorno alla transizione si è formato un sistema economico gigantesco. E togliere l’osso di bocca a una speculazione di queste dimensioni è diventato difficilissimo.

Spagna, inflazione e costi energetici

Intanto la Spagna continua a essere indicata come la stella cometa. Curiosamente, proprio mentre Sánchez è stato costretto a convocare elezioni anticipate, l’inflazione spagnola di settembre è arrivata al 5% secondo l’indice armonizzato europeo, contro il 4,1% italiano. E dietro l’inflazione spagnola, udite udite, ci sarebbe il boom dei costi energetici. Sánchez potrà anche perdere le elezioni, per la sinistra italiana resterà comunque il Messia. E la Spagna, naturalmente, la stella cometa. Dal Formicoso, però, quella stella si vede molto meno bene. L’orizzonte è coperto dalle pale.

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