• Il dissenso verso «Fiducia Supplicans» rischia di rendere la religione di Roma meno attrattiva delle sette protestanti, le quali combinano spirito d’impresa economica e difesa dei valori tradizionali. E crescono, in quella che sarà la culla della cristianità.
  • Faccia a faccia del Papa col segretario di Joseph Ratzinger, monsignor Georg Gänswein, punito per il memoriale critico con Bergoglio.

Lo speciale contiene due articoli.

Fiducia Supplicans è stata benzina sul fuoco. Papa Francesco, resosi conto che è ormai trasversale il dissenso verso il documento che autorizza le benedizioni alle coppie irregolari e omosessuali, negli ultimi giorni ha provato a inviare segnali di disgelo verso il clero conservatore: ha incontrato il cardinale Raymond Leo Burke, al quale aveva fatto togliere casa e stipendio, e ieri ha visto padre Georg Gänswein, segretario personale di Benedetto XVI, rispedito lo scorso anno in Germania senza incarico, dopo che aveva pubblicato un memoriale molto critico con Jorge Mario Bergoglio.

Intanto, però, gli episcopati delle periferie del mondo continuano a contestare la Dichiarazione dell’ex Sant’Uffizio: l’ultimo, in ordine di tempo, è stato il vescovo peruviano Rafael Escudero López-Brea, che ha proibito di amministrare il sacramentale alle coppie gay, biasimando le «conseguenze distruttive» che deriverebbero dalle direttive del cardinale Víctor Manuel Fernández.

È comunque il dossier africano quello più delicato. Non soltanto alla luce del paradosso per cui, contro l’agenda progressista caldeggiata dal Pontefice, si stanno ribellando anzitutto quelle aree marginali del globo, che lui ha rimesso al centro financo del conclave. Il fatto è che, nel continente nero, il cattolicesimo si trova in un momento di svolta: è vivo, benché sottoposto alla costante minaccia della violenza islamista, anzi, forse, proprio in virtù della lotta e dei pericoli quotidiani che i credenti devono fronteggiare; al contempo, però, viene sfidato «a destra» dalla crescita delle sette protestanti. La cui influenza si fa sentire specialmente nei Paesi più dinamici dell’Africa.

In Nigeria, ad esempio, dove il Pil aumenta di circa il 3% l’anno, i cattolici sono una minoranza (tra il 10 e il 15%) dei cristiani. Tra i «riformati» stanno crescendo i pentecostali, una setta che ha sposato una specie di Vangelo economico, focalizzato sull’esaltazione dello spirito imprenditoriale e della corsa all’arricchimento individuale. Da questo punto di vista, la linea di Francesco rischia di essere due volte perdente: primo, perché in una nazione che sgomita per uscire dalla miseria, un messaggio «weberiano», un’esortazione a perseguire il profitto, attira di più del pauperismo del Papa argentino; secondo, perché alla rivendicazione dell’«avidità», i carismatici associano la difesa di valori tradizionali.

Gli stessi che stanno a cuore agli anglicani d’Uganda, che più volte hanno rasentato lo scisma dalla casa madre inglese sulla questione dei diritti Lgbt. A giugno, l’arcivescovo di Canterbury aveva chiesto alla Chiesa ugandese di condannare la legge appena approvata nel Paese, che puniva le effusioni tra persone dello stesso sesso. Il primate, Stephen Kaziimba, l’aveva invece accolta con soddisfazione e si era scagliato contro i tentativi di imposizione da parte di «attori stranieri che si mascherano da attivisti per i diritti umani».

È uno dei paradossi che caratterizzano la religiosità e, più in generale, l’opinione pubblica africana: il colonialismo da cui si sentono oppressi non è tanto quello predatorio delle multinazionali, dalle quali sperano almeno di ottenere investimenti e opportunità di sviluppo, quanto quello culturale dell’élite progressista occidentale.

È a questo senso comune conservatore che si riferiva monsignor Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo di Kinshasa in Congo, creato cardinale da Francesco e, nondimeno, perplesso dall’«ambiguità» di Fiducia Supplicans, quando ha invitato a rispettare «il ruolo cruciale delle Conferenze episcopali e delle Organizzazioni continentali nella salvaguardia della fede e della cultura dei popoli». Insomma, in ballo non c’è, banalmente, il conflitto ecclesiale tra conservatori e progressisti. In Africa, la posta in palio coincide con la presa stessa del cattolicesimo sulla società.

È sufficiente guardare le statistiche. I presuli dell’Angola, ad esempio, hanno espresso «perplessità» riguardo al testo licenziato da Tucho. Il loro è uno Stato a maggioranza cattolica (50%), ma nel quale il 25% aderisce a confessioni protestanti. In Gabon, dove prevalgono i cristiani riformati, i prelati hanno fatto appello alla norma voluta dalla giunta militare, che ha bandito le unioni gay. In Kenya, i cattolici sono meno del 24% del totale dei fedeli. E lì, la Conferenza episcopale ci ha tenuto a rimarcare che, «nel nostro contesto africano, mentre riconosciamo la confusione che esiste in Paesi più sviluppati, con nuovi modelli non cristiani di “unione coniugale” e “stili di vita”, siamo molto chiari su cosa siano la famiglia e il matrimonio. La situazione sociale dei matrimoni omosessuali non trova accettazione nella nostra cultura».

Ciò che noi europei dobbiamo toglierci dalla testa è che l’Africa sia una regione in cui albergano fame, povertà e null’altro. La centralità geopolitica del continente, invece, è testimoniata dagli sforzi di penetrazione compiuti da potenze come Russia e Cina. Le economie di diversi Paesi si stanno espandendo. E l’importanza demografica di quell’area per il Vaticano la mostrano le cifre che cita Federico Rampini nel suo recente libro, La speranza africana: «Entro il 2026 […], quattro cristiani su dieci saranno nell’Africa subsahariana». Se si tratterà di cristiani protestanti o di cristiani cattolici, dipenderà pure dalle scelte dottrinali della Santa Sede: non si possono persuadere le periferie adottando l’ideologia del centro decadente e nichilista. E non tutti i giovani africani vogliono salire sui barconi ed essere accolti dalla Caritas. Nel futuro, la Chiesa tornerà nelle catacombe? Oppure rinascerà nella savana?

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