- A Toretsk, poco distante dai combattimenti, nessuno ha voglia di festeggiare. Un ufficiale consola le truppe, ma deve ammettere: «Il 2025 sarà l’anno peggiore».
- Da ieri chiusi i canali che rifornivano l’Europa attraverso l’Ucraina. E il prezzo ricomincia a volare.
Lo speciale contiene due articoli.
da Toretsk
Alexiey è entrato nel battaglione da pochi mesi, scelto dal comando generale per ridare lustro e speranza a un battaglione così decimato da rischiare lo scioglimento. Sa quanto è importante tenere insieme il gruppo, regalare un sorriso o una parola di conforto ai suoi uomini in così grande difficoltà.
Anche se non è il momento di festeggiare, vuole che i suoi soldati sappiano di non essere stati abbandonati. Forse il più solo in questo momento è lui. Il comandante, si sa, quando le cose vanno male è il primo a pagare; quando vanno bene ha fatto semplicemente il suo lavoro.
Alexiey è giovane, ha modi garbati ed è ben addestrato. Ha combattuto in prima linea e conosce l’odore del sangue. Per questo, quando, alla mezzanotte, nelle trincee del fronte di Toretsk, alla radio risuona la sua voce ferma, le sue parole hanno l’effetto di un balsamo per i cuori dei soldati. Il suo è un riconoscimento dei lunghi e difficili giorni di battaglia e un augurio per l’anno che verrà: «Ragazzi, è su di voi che ora poggia la difesa di Toretsk. Secondo le nostre stime i russi hanno perso circa 2.000-2.500 uomini. Solo ieri abbiamo eliminato nove Bmp (veicoli per sbarco truppe, ndr)».
Tuttavia, il comandante non indora la pillola: l’anno nuovo, dice, sarà il peggiore di sempre, e nemmeno il gelo dell’inverno rallenterà i combattimenti. Nonostante la crudezza della realtà, le sue parole infondono un senso di unità. Per gli uomini, stretti nelle loro buche scavate solo il giorno prima, circondati dai russi, sentire quella voce è una piccola scossa dai pensieri negativi e un richiamo all’orgoglio nazionale. Da quel punto remoto del fronte, si sentono più vicini al resto dell’Ucraina.
A poche ore di distanza, nella cittadina a 30 chilometri dal fronte, il Capodanno si prepara in modo diverso. Al supermercato, c’è un’insolita frenesia: più clienti del solito si affrettano tra gli scaffali, e l’insalata Olivier (da noi conosciuta come insalata russa), la pietanza simbolo delle feste, va a ruba. A base di piselli, uova, patate, prosciutto e maionese, prende il nome dallo chef belga che l’avrebbe ideata in un ristorante di Mosca verso la metà del XIX secolo. Non mancano altre tipologie di insalate tradizionali, come quella di barbabietole, tanto amata in questo periodo dell’anno. Ma la festa, nella sua essenza, è un miraggio.
Chiediamo agli abitanti come celebreranno il Capodanno e la risposta è all’unisono: non c’è molto da festeggiare. La realtà è dura. La maggior parte delle persone trascorrerà la serata bevendo Coca Cola o kompot, il succo di frutta fatto in casa. I più fortunati riusciranno a trovare un po’ di vodka di contrabbando nei negozietti, ma per molti sarà una notte come tante altre, segnata dalla guerra.
Antonia, una cassiera con un cappello bianco e rosso da Babbo Natale, sorride con ironia quando le chiediamo dei festeggiamenti: «Il coprifuoco è alle nove», ci spiega. «Mio marito è al fronte, non si può bere alcol, non ci si può riunire, e ovviamente i fuochi d’artificio sono vietati. Ma, anche dopo la guerra, non credo che qualcuno vorrà più spararli». Con un tono pacato, aggiunge: «Dopo il discorso del presidente berrò una tazza di cioccolata e andrò a letto».
Nel piccolo centro commerciale, l’unico luogo vagamente animato della città, le luci al neon, i colori vivaci dei prodotti sugli scaffali e qualche decorazione natalizia offrono una parvenza di festa. Fuori, invece, il silenzio è spettrale. I ristoranti sono deserti, e tutti quelli a cui chiediamo di eventuali celebrazioni organizzate rispondono che non ci sarà nulla. Anche l’amministrazione comunale conferma: nessun evento, nessun festeggiamento.
Alle quattro del pomeriggio il buio cala rapidamente, portando con sé un freddo pungente. Le strade, già quasi vuote, si svuotano del tutto. Dalle finestre illuminate delle case si percepisce la presenza di una popolazione ridotta a un quinto rispetto a quella di prima della guerra.
In un negozio di tabacchi, una giovane commessa, quando le chiediamo dei suoi piani per la serata, replica: «Sarò con il mio fidanzato. Forse guarderemo un film…». E mentre lo dice strizza l’occhio, lasciando intendere che cercheranno un po’ di intimità.
Proseguendo per una delle vie centrali, notiamo una famiglia entrare in un edificio che sembra un negozio. Curiosi, li seguiamo e scopriamo che si tratta di un acquario privato. Due grandi stanze ospitano enormi vasche piene di pesci, tra cui persino dei piranha. I bambini, incantati, osservano la custode dare da mangiare ai pesci, mentre i genitori, per un attimo, si concedono un momento di spensieratezza. Per loro, quello è il Capodanno: una breve parentesi di normalità in mezzo alla tempesta.
Dalla finestra al settimo piano di un palazzo popolare osserviamo il paesaggio circostante.
Mezzanotte è passata da poco e cerchiamo di carpire con gli occhi e le orecchie una parvenza di normalità, qualche schiamazzo, un po’ di musica, ma niente, il silenzio avvolge tutto. Solo in lontananza, verso la linea del fronte su cui abbiamo una buona visuale, si vedono, confusi tra la nebbia, le luci delle esplosioni nella zona di combattimento, ma non se ne sente il rumore. Oggi il vento soffia dalla parte opposta e così almeno in questo Capodanno si potrà dormire.
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