- Altro che via maestra per ottenere la cittadinanza: l’eccesso di studenti che non conoscono bene la nostra lingua e la nostra cultura (al Nord sono il 16% del totale) abbassa la qualità della formazione. E spinge molte famiglie a iscrivere i propri figli in altri istituti.
- Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara: «Nessuna inclusione senza conoscenza della Costituzione».
- Molti terroristi, come gli autori dell’attentato a «Charlie Hebdo», erano nati e avevano studiato in Francia. Tra i discendenti di immigrati, uno su tre oggi ha meno di 15 anni.
Lo speciale contiene tre articoli.
Nelle stanze ovattate del progressismo si è da qualche tempo diffusa una narrazione affascinante, quella di una scuola italiana che deve fungere da laboratorio per l’integrazione, dove culture diverse si fondono in armonia, creando un nuovo tessuto sociale. Ma questa semplicistica visione idilliaca, sbandierata con vigore dai sostenitori dello ius scholae, si scontra con una realtà molto più complessa.
Partiamo dai numeri, che non mentono. Secondo le statistiche del ministero dell’Istruzione e del Merito, aggiornate all’anno scolastico 2022/2023, gli alunni con cittadinanza non italiana sono 914.000, ossia l’11,2% del totale. Questo dato, già significativo, assume contorni più precisi quando si osserva che al Nord la percentuale di studenti stranieri sale al 16% (mentre al Sud e nelle isole si attesta attorno al 4%). Qui gli insegnanti sono sempre più spesso chiamati a gestire classi in cui la lingua italiana non è più il denominatore comune. I programmi scolastici, pensati per un contesto omogeneo, devono essere modificati, stravolti per venire incontro alle esigenze di chi non padroneggia la lingua o non ha familiarità con la cultura italiana. Questo porta inevitabilmente a un rallentamento del ritmo delle lezioni, con docenti costretti a ripetere concetti di base, sacrificando tempo prezioso che dovrebbe essere dedicato all’approfondimento e alla crescita educativa degli studenti. Il risultato? Un malessere crescente tra le famiglie italiane, sempre più preoccupate per la qualità dell’istruzione dei propri figli.
Questo fenomeno ha un nome preciso: «White flight», ossia la fuga dalle scuole con un’alta presenza di stranieri. Non è più un’eccezione. È una realtà sempre più diffusa, che contribuisce a creare un sistema scolastico parallelo, diviso e disomogeneo. In pratica, si rischia di assistere a una sorta di segregazione silenziosa, dove l’integrazione, invece di essere favorita, viene messa da parte. Scendendo ancora più nel dettaglio: le regioni del Nord Italia accolgono la maggior parte degli studenti stranieri, rappresentando il 65,2% del totale nazionale. Tra queste, l’Emilia-Romagna è in testa con il 18,4% di alunni non italiani, seguita da vicino dalla Lombardia con il 17,1%, dalla Liguria con il 15,8% e dal Veneto con il 15,2%. Mentre la forbice del Mezzogiorno va dall’8,5% in Abruzzo al 3% in Sardegna. Basta prendere, però, la statistica provinciale per capire le difficoltà incontrate da insegnanti e famiglie: dieci province assorbono da sole il 38,9% del totale degli studenti con cittadinanza non italiana, la prima è Milano con 82.396 (+2.207 sul 2021/2022); seguono Roma e Torino con rispettivamente 66.385 e 40.605 presenze. In rapporto alla popolazione scolastica locale, al primo posto troviamo invece la provincia di Prato dove gli alunni di origine migratoria sono il 28% del totale, seguita da Piacenza (25,2%) e Parma (21,3%).
Ma c’è un altro aspetto che merita attenzione: la situazione degli stranieri di seconda generazione. Si tratta di ragazzi nati in Italia, che dovrebbero partire con un vantaggio rispetto ai loro coetanei appena arrivati nel Paese. Eppure, le statistiche raccontano una storia diversa. Alla scuola primaria, l’11,6% degli studenti stranieri (compresi quelli di seconda generazione) è già in ritardo rispetto ai propri compagni italiani, una percentuale che sale al 48% nelle scuole superiori. Mentre, secondo uno studio del Politecnico di Milano, il 28,7% dei ragazzi stranieri tra i 18 e i 24 anni non riesce ad arrivare al diploma. E mentre il calo demografico italiano prosegue inesorabile, con 145.000 studenti italiani in meno nell’anno scolastico 2022/2023, cresce il numero di alunni con cittadinanza non italiana, con un aumento di 42.500 unità (+4,9% su base annua). È questo il trend, in costante crescita, che ha portato l’incidenza degli stranieri sul totale degli alunni iscritti, passati dal 9% di dieci anni fa all’attuale 11,2%.
Uno scenario che ha prodotto inevitabilmente situazioni paradossali. A Treviso, due studenti di terza media sono stati esentati dallo studio di Dante Alighieri, poiché i loro genitori hanno ritenuto che la Divina Commedia potesse risultare offensiva nei confronti del profeta Maometto. Questa richiesta ha portato l’istituto a sostituire il corso con lo studio delle opere di Boccaccio. Una decisione che ha suscitato l’intervento del ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, che ha disposto un’ispezione. A Pioltello, alle porte di Milano, un istituto comprensivo ha deciso quest’anno di sospendere le lezioni il 10 aprile in occasione della festa di Eid-El-Fitr, che segna la fine del Ramadan. Il motivo? La «specificità del contesto»: su 1.300 studenti, distribuiti tra due scuole dell’infanzia, tre primarie e due medie, il 43% non è di nazionalità italiana. Invece di mantenere la scuola aperta con la metà degli alunni presenti si è scelto di chiuderla.
In questo scenario offrire la cittadinanza agli studenti stranieri che completano un ciclo scolastico in Italia può solo apparire come una risposta inclusiva. Il problema dell’integrazione non si risolve con una legge.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >