Il direttore generale di Patek Philippe Italia: «Nel dettaglio di un orologio c’è l’universo»
Nel riquadro in basso a destra Laura Gervasoni, direttore generale di Patek Philippe Italia (Getty Images)

Dopo Dubai, Monaco di Baviera, Londra, New York, Singapore e Tokyo, la Watch art exhibition di Patek Philippe è arrivata a Milano. Al City Oval, l’ex Palazzo delle Scintille, fino al 18 ottobre, la maison ginevrina racconta 185 anni di storia attraverso segnatempo storici, grandi complicazioni, pezzi unici e le tecniche dell’alto artigianato.

Un’esposizione che, per la prima volta, porta in Italia l’intero universo della maison. Ne abbiamo parlato con Laura Gervasoni, direttore generale di Patek Philippe Italia.

Che cosa rappresenta per Patek Philippe questa settima grande esposizione internazionale?

«È un momento molto importante perché ci permette di raccontare al pubblico che cosa c’è realmente dietro Patek Philippe. La Watch art exhibition non è soltanto una mostra di orologi: è un viaggio nella nostra storia, nella nostra cultura orologiera e nei mestieri che abbiamo scelto di preservare. A Milano portiamo oltre 90 segnatempo storici, grandi complicazioni, creazioni contemporanee e pezzi unici. Ma soprattutto portiamo le persone e le competenze che rendono possibile tutto questo».

Perché avete scelto proprio Milano per questa tappa?

«L’Italia è da sempre uno dei mercati più importanti per Patek Philippe e ha una sensibilità particolare verso il bello, il design e l’artigianato. Philippe Stern diceva che se un prodotto veniva apprezzato in Italia, era sicuro che avrebbe avuto successo anche nel resto del mondo. Gli italiani hanno una predisposizione particolare per il gusto e l’armonia, forse anche perché vivono quotidianamente circondati dall’arte e dall’architettura. Milano ci è sembrata quindi una scelta naturale».

Quasi due secoli di storia non come semplice celebrazione del passato, ma come investimento sul futuro?

«Esattamente. Patek Philippe nasce nel 1839 grazie ad Antoine Norbert de Patek e Adrien Philippe, che si unisce a Patek nel 1845. I due si erano dati un obiettivo molto ambizioso: produrre gli orologi più belli al mondo. Nel 1932 avviene un passaggio fondamentale: la società passa nelle mani della famiglia Stern. Oggi siamo alla quarta generazione e la quinta ha già iniziato a lavorare in azienda. La nostra filosofia è sempre stata quella di proteggere la qualità prima della quantità, preservando l’indipendenza, la rarità e le competenze. Da allora siamo indipendenti sotto la proprietà della famiglia Stern. Il messaggio che vogliamo trasmettere con questa mostra è molto semplice: niente nasce da niente. Dietro un Patek Philippe ci sono anni di progettazione, ricerca, storia e artigianalità. E ci sono persone capaci di trasformare, in pochi centimetri, la meccanica e la creatività in un oggetto destinato a durare nel tempo».

Tra i protagonisti dell’esposizione ci sono pezzi storici, compreso l’orologio da tasca di Re Umberto I. Che emozione rappresenta riportare questi pezzi in Italia?

«È molto emozionante. Un tempo gli orologi erano soprattutto oggetti commissionati. Quando nacque Patek Philippe si producevano circa 200 orologi all’anno. I nostri archivi documentano i pezzi fin dall’orologio numero 60: sappiamo che cosa è stato realizzato, le caratteristiche tecniche, il valore e soprattutto a chi è stato venduto. Ogni orologio porta quindi con sé una storia».

La mostra dedica grande spazio anche alle supercomplicazioni, con capolavori come il Calibro 89.

«Il Calibro 89 è stato realizzato per celebrare il 150° anniversario della maison. Ha 33 complicazioni e richiese dieci anni di progettazione. Fu presentato nel 1989, in un momento in cui l’orologeria meccanica attraversava una fase difficile a causa della diffusione del quarzo. È stato una straordinaria dimostrazione delle possibilità della meccanica e ha contribuito a riportare l’attenzione sull’alta orologeria».

C’è poi un’altra dimensione, forse meno conosciuta dal grande pubblico: quella dell’alto artigianato.

«È una parte fondamentale della nostra identità. Patek Philippe protegge tecniche come lo smalto miniatura, l’incisione e la marquetry, che richiedono competenze estremamente specializzate. Abbiamo continuato a investire in questi mestieri anche quando la domanda non era ancora così forte, proprio perché volevamo evitare che andassero perduti. Per realizzare un quadrante in vero smalto, per esempio, sono necessarie diverse lavorazioni e cotture ad altissime temperature. È un processo delicatissimo».

E per Milano avete scelto soggetti ispirati proprio all’Italia.

«Sì. L’ispirazione è arrivata dall’arte, dall’architettura, dai paesaggi e anche dagli elementi della tradizione italiana. Gli artisti hanno poi scelto le tecniche più adatte per trasformare queste suggestioni in pezzi unici. Sono piccole rappresentazioni dell’Italia racchiuse in pochi centimetri».

Il pubblico può anche assistere al lavoro di orologiai, ingegneri e artigiani. Quanto è importante mostrare ciò che normalmente resta dietro le quinte?

«È fondamentale. Vogliamo far vedere non soltanto il risultato finale, ma tutto ciò che c’è dietro. Saranno presenti gli orologiai, gli ingegneri della Ricerca e sviluppo e gli artigiani che lavorano sulle diverse tecniche decorative».

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