C’è una parola che ritorna più volte nelle parole di Ermanno Scervino: fatica. Fatica come sinonimo di lavoro, di ricerca, di passione. Ma anche come condizione necessaria per costruire qualcosa che possa durare nel tempo. Fiorentino, legato fin dagli esordi alla tradizione sartoriale e manifatturiera italiana, Scervino ha costruito nel tempo un’identità precisa, fondata sull’incontro tra artigianalità, ricerca e contemporaneità.
Il marchio che porta il suo nome ha sempre rivendicato una forte vocazione al Made in Italy e alla valorizzazione delle competenze artigianali, mantenendo la produzione in Italia. È da questa prospettiva che lo stilista guarda anche al futuro della moda. Un futuro nel quale la tecnologia e l’intelligenza artificiale sono ormai parte del processo creativo, ma che, secondo Scervino, non possono sostituire né la sensibilità né il lavoro umano.
La collezione primavera-estate, applauditissima, una delle migliori di Scervino, nasce così da un confronto tra passato e presente. Ci sono riferimenti a Twiggy, alle divise, a David Bowie. Ma Scervino precisa subito che la nostalgia non è ciò che cerca. E, soprattutto, vuole dimostrare che la moda può guardare avanti senza rinunciare alle mani, alla bellezza e alla personalità.
È stato difficile arrivare a questa collezione?
«Sì, ma sono contento. Spero di esserci riuscito».
Qual è il messaggio che vuole lasciare ai giovani designer?
«I nuovi designer devono avere ancora questa voglia di lavorare. Vanno avanti solo se hanno questa voglia, se cercano la soluzione. Il telefonino è utile, ma non è la soluzione. La lavorazione in Italia non può finire. Deve andare avanti. Bisogna dimostrare anche ai giovani, a chi viene dopo, che servono la manualità, l’armonia».
Oggi la moda si confronta sempre di più con la tecnologia e con l’intelligenza artificiale. Che ruolo deve avere il lavoro umano?
«La soluzione è la fatica, è lavorare, è la passione. È un lavoro difficilissimo, oggi più di prima, perché devi confrontarti con delle intelligenze che vanno oltre e non devi farti sopraffare. Devi andare oltre, devi dimostrare. Perché non puoi fare una collezione con il telefonino».
Quindi cosa significa, oggi, scegliere di fare lo stilista?
«Chi ama questo lavoro deve sapere che si affronta una grande fatica, come l’abbiamo affrontata tutti. Ogni epoca ha avuto le sue difficoltà. Oggi forse la difficoltà è molto grande, dovuta a intelligenze diverse, ma queste non fanno il gusto, assolutamente. Non fanno la personalità. La personalità la fa la donna. L’abito deve aiutarla a essere qualcosa che non è o che vuole raggiungere. E, oltre all’abito, devi avere qualcosa di diverso insieme. Io trovo tutto questo complicatissimo».
Che cosa deve essere oggi la moda?
«La moda è anche bellezza, non è solo una gonna che si alza e si abbassa. Il lavoro di uno stilista è dare bellezza, contemporaneità, modernità. Ma la bellezza è fondamentale, e la bellezza la danno le donne».
Come si affronta questo momento così complesso per il mercato della moda?
«Con la fatica. Si potrebbe chiedere che anche la politica potesse avere un occhio di riguardo perché la moda rappresenta migliaia e migliaia di posti di lavoro. E sempre di più, con il successo della moda, ci sono posti di lavoro. Io credo che la moda sia una cosa serissima. Bisogna affrontarla con questa serietà».
Quanto è importante, per uno stilista, avere qualcuno accanto?
«Lo stilista pensa, crea. Io ho la fortuna di avere accanto una persona come Toni. Tutti gli stilisti del passato hanno avuto qualcuno: Saint Laurent aveva Bergé, Valentino Giammetti. Tutti hanno avuto un aiuto con i piedi per terra, ed è fondamentale. Però, se non ci sei tu che porti questa ventata… qualcuno la chiama follia, ma non lo è. Non ci si deve accontentare. Le cose che passano negli anni e diventano storia sono le cose per cui hai fatto fatica. Io combatto con i vestiti, non combatto con una moda tanto per farla».
Torniamo allora al tema dell’artigianalità e del Made in Italy. Come si difendono questi valori nell’epoca dell’intelligenza artificiale e della digitalizzazione?
«Il valore della manualità, dell’artigianalità e del lavoro umano sono gli elementi distintivi della moda italiana. È proprio qui che si gioca una delle sfide decisive del futuro: utilizzare la tecnologia senza permettere che sostituisca ciò che rende un abito realmente personale. La macchina può aiutare, accelerare, suggerire; ma il gusto, la sensibilità, la bellezza appartengono ancora all’uomo. La fatica non come un limite, ma come il prezzo necessario per lasciare qualcosa che possa diventare storia».
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