Musicista che suona la chitarra in uno studio di registrazione analogico
Un musicista suona la chitarra in uno studio di registrazione analogico (iStock)

A quarant’anni dal decennio d’oro del rock, mancano gli autori e i compositori in grado di creare vere melodie. La chiamano era del trap, ma a dispetto dei grandi giri d’affari, è tra le più povere di qualità musicale.

Sono trascorsi quarant’anni dal decennio d’oro del rock, era il 1986 quando la musica leggera viveva uno dei suoi momenti più creativi e popolari di sempre: giusto un’occhiata ai dieci brani più ascoltati di quell’estate e troviamo una vera meteora, Tracy Spencer con Run to Me, neo vincitrice del Festivalbar, che riempiva le piste insieme con Madonna e la sua Papa Don’t Preach, ma non quanto l’italianissima Ivana Spagna quando cantava Easy Lady. Alzi la mano, poi, chi nella notte in spiaggia non faceva conquiste con Lessons in Love dei Level 42.

Gli anni d’oro del pop

Si potrebbe fare un elenco infinito, ma ciò che si desidera qui sottolineare, sono al tempo stesso la semplicità e la qualità delle composizioni musicali di quel momento. Che non erano certamente alte sinfonie, ma usavano strumenti allora nuovi come campionatori, sintetizzatori digitali e drum-machine ma senza trascurare giri di basso elaborati quanto bastava per ottenere produzioni patinate.

Il pop elettronico di Madonna, le sperimentazioni di world music di Peter Gabriel (ricordiamo Sledgehammer) e di Paul Simon, l’esplosione del rock-metal melodico e del rap erano segnali di una nuova importante rivoluzione.

La sostituzione parziale dei vecchi sintetizzatori analogici con macchine digitali più pulite resero quelle tecnologie disponibili anche per le produzioni con meno risorse; con ritmi elettronici precisi e potenti che definivano l’ossatura di quasi ogni brano pop e dance.

E dove mancava la voce, perché diciamolo, non sempre quei cantanti erano campioni di tecnica o di potenza vocale, arrivava l’uso di effetti spaziali pesanti sulle voci e sui rullanti della batteria.

Le quattro note di The Final Countdown degli Europe condite da capelli ossigenati e fisici androgeni ci traghettavano verso un Pop sofisticato e il dance-pop; melodie orecchiabili con arrangiamenti complessi e testi spesso maturi o sociali non mancavano, ma l’inglese lo sapevamo davvero in pochi, così ci si faceva travolgere dall’inizio della contaminazione tra il pop occidentale e i ritmi etnici africani o sudamericani.

C’era chi scimmiottava le distorsioni di Brian May, chitarrista dei giganteschi Queen senza riuscirci ma ottenendo comunque un suono mai sentito fatto passare per radiofonico da ritornelli sovramisura, ma sempre dopo aperture sinfoniche o sintetiche.

Soltanto un anno prima il pop italiano aveva celebrato i Via Verdi e la loro Diamond, la cui intro divenne per mesi sigla del programma musicale guida Deejay Television. Il testo? Un rebus ma che dava un’immagine precisa e neppure ci importava conoscere: «Lui è un vecchio uomo grigio che vive nella magia, nutrito con latte di stelle, splendente di desiderio. Lui è un vecchio uomo grigio, che vive nella magia, che dorme nelle auto blu, vittima del vino rosso».

La struttura dei brani era spesso la medesima: ritornelli identitari facevano amare canzoni fatte per catturare subito l’ascoltatore nei primi dieci secondi. E poi c’era l’arma segreta: i videoclip pensati per la televisione nei quali apparivano look eccessivi che segnavano la moda.

Vero, spesso cantavamo canzoni delle quali neppure immaginavamo il significato dei testi, che Madonna interpretava una ragazza rimasta incinta del fidanzatino o che in quel «martello», appunto Sledgehammer, Peter Gabriel usava metafore sessuali per parlare di desiderio e corteggiamento.

Dalla musica pop alla trap

Chi l’avrebbe detto che mentre apparivano i primi sintomi del genere Hip Hop (ufficialmente pare nato ad Atlanta, Georgia, Usa pochi anni dopo, questo si sarebbe evoluto in quel sottogenere della Trap, con i suoi super-bassi e distorti, rapide terzine, melodie elettroniche al limite dell’ipnosi e un uso massiccio di Autotune che trasforma le voci in vibrati metallici al limite della comprensibilità.

Ovvero, ben oltre il suo scopo di correggere l’intonazione, ma come identità stilistica.

Almeno, il Rap accelerava e rallentava, mentre questo genere è tanto cadenzato da risultare alienante, appare privo di una vera composizione musicale.

Addio a ritornelli cantabili dopo tre ascolti, i cantanti di Trap alternano ritmi serrati a pause e allungamenti che molti faticano a interpretare come melodici, identificandoli invece come rumorosi.

E poi addio all’amore e al successo, con i testi a raccontare quasi sempre la vita come viene vissuta nei quartieri problematici delle metropoli, la mancanza di denaro, la necessità di riscatto sociale, quando non violenza e droga.

Che cosa verrà dopo?

Che cosa verrà ora? Prepariamoci a termini nuovi: l’Afro-Fusion che unisce le radici africane a strutture pop e soul moderne; l’Acoustic Pivot, una reazione al Synth-pop digitale basato su suoni acustici puri, strumenti a corde e melodie più da centro benessere che da pista di ballo, oppure lo Speed Garage con una nuova ondata di musica elettronica.

Portate pazienza, prima o poi, ci auguriamo arrivi un nuovo Giorgio Moroder (accento sulla seconda o, è nato a Ortisei), a mettere in fila le note che servono per farci cantare come un tempo.

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