Hyun-Jung Berger esegue Sono qui di Manos Tsangaris nella chiesa di San Rocco ad Asiago
Hyun-Jung Berger durante l'esecuzione di Sono qui / Here I Am di Manos Tsangaris nella chiesa di San Rocco ad Asiago

Non un palco da osservare, ma una chiesa da attraversare. A San Rocco il pubblico diventa parte dell’opera di Manos Tsangaris, composta per i 60 anni di Asiagofestival. Il punto di partenza è una leggenda dell’Altopiano, ma la domanda riguarda il presente: per chi, o per che cosa, siamo disposti a sacrificarci?

Non c’è un palco da guardare. Ci sono cinque stazioni, una chiesa dalla pianta a croce e un pubblico chiamato a muoversi.

È così che Manos Tsangaris ha portato ad Asiago Sono qui / Here I Am, l’opera di teatro musicale commissionata per la sessantesima edizione di Asiagofestival. Nella chiesa di San Rocco, il pubblico non si trova davanti alla consueta separazione tra chi suona e chi ascolta: entra nello spazio della composizione, lo attraversa e ne diventa parte. Una piccola processione musicale e teatrale che cambia punto di vista a ogni passaggio.

Non è soltanto una scelta scenica. Per Tsangaris è un modo per cambiare la natura stessa dell’esperienza musicale. «Non siamo più parte di un pubblico indistinto», ha spiegato il compositore. Ogni spettatore occupa un punto diverso, ascolta da una prospettiva diversa e contribuisce, con la propria presenza, a completare l’opera.

È anche il senso di un festival che, arrivato alla sessantesima edizione e conclusosi ieri, sabato 15 agosto, continua a cercare nella musica contemporanea un modo per mettere in dialogo passato e presente.

Dall’Altar Knotto al tema del sacrificio

Tsangaris era arrivato ad Asiago per la prima volta un anno fa. Con Alberto Brazzale aveva raggiunto a piedi l’Altar Knotto, il grande masso che domina la valle, e aveva ricevuto in dono il libro di Eduardo Bertizzolo dedicato alla leggenda cimbra legata a quel luogo.

La storia racconta un sacrificio umano e il passaggio da un mondo arcaico alla cultura cristiana. È stata quella vicenda a suggerire al compositore il tema centrale della nuova opera. Non per ricostruire fedelmente la leggenda, però. L’Altar Knotto è diventato piuttosto un punto di partenza per una domanda che riguarda anche il presente: quanto siamo davvero lontani dalla logica del sacrificio?

Tsangaris, nella lettera con cui ha spiegato il lavoro, cita le guerre degli ultimi anni e gli animali sacrificati ogni giorno attraverso processi che non vediamo più. Ma precisa di non voler dare alla sua opera un tono moralistico. La sua intenzione è interrogare, capire, chiedersi dove siamo oggi.

Da qui nasce anche il titolo, Sono qui. Una frase semplice, quasi elementare, che nel lavoro assume un significato più profondo. «Dove sono?» diventa una delle domande fondamentali: dove ci troviamo esattamente, che cosa stiamo comprendendo, di che cosa possiamo diventare consapevoli?

E poi c’è l’altra domanda, quella che arriva alla fine della riflessione sul sacrificio: per chi, o per che cosa, siamo qui?

Cinque stazioni dentro la chiesa

La forma dell’opera nasce direttamente dal luogo in cui viene eseguita. La pianta di San Rocco è una croce e il pubblico compie un percorso circolare attraverso cinque stazioni.

Alla prima e alla quinta ci sono gli attori che parlano in cimbro. Alla seconda e alla quarta due giovani interpreti, insieme ai musicisti. Al centro della composizione, nel punto d’intersezione della croce, c’è il violoncello di Hyun-Jung Berger, mentre l’organo diventa anche un omaggio a Fiorella Benetti Brazzale, la fondatrice di Asiagofestival.

La struttura geometrica non è casuale: il cerchio è quello percorso dal pubblico, la croce è quella della chiesa e al suo interno si sviluppa anche una struttura triangolare. Tutto concorre a fare dello spazio un elemento della composizione, non un semplice contenitore.

«La tridimensionalità dello spazio e la mia presenza fisica e spirituale si completano reciprocamente», scrive Tsangaris.

È una concezione del teatro musicale che prova a superare la divisione tradizionale tra esecutori e spettatori. Non si guarda soltanto ciò che accade: ci si sposta, si cambia posizione, si perde inevitabilmente qualcosa per guadagnare un altro punto di ascolto.

Anche per questo la stessa opera non può essere identica per tutti.

«Non è solo musica»

È proprio questo uno degli aspetti che ha colpito José Gallardo, direttore artistico del festival insieme a Hyun-Jung Berger. La scelta di Tsangaris è maturata dopo averne ascoltato e visto il lavoro, anche grazie alla conoscenza che Berger aveva già del compositore.

«È molto speciale per me, una nuova forma di sentire la musica e di vedere», racconta Gallardo. Perché, in questo caso, «non è solo musica, è musica e anche l’immagine insieme con la musica».

Per un festival che ogni anno invita un compositore diverso, la ricerca è parte della sua identità. «Aprono una nuova porta per tutti noi», dice Gallardo parlando degli autori ospitati ad Asiago. A volte la musica contemporanea può essere difficile, a volte può piacere di più o di meno. Ma proprio per questo, secondo il direttore artistico, è importante continuare a proporla.

L’esperienza di Tsangaris si inserisce in una tradizione che ad Asiago ha radici profonde. Fin dagli anni Novanta il festival ha dedicato uno spazio crescente alla composizione contemporanea, arrivando a ospitare compositori in residenza e a commissionare nuove opere. In molti casi il rapporto con il territorio è diventato parte del lavoro stesso.

Sessant’anni nati per la musica, non per il turismo

Dietro questa storia c’è la famiglia Brazzale. Asiagofestival nacque alla fine degli anni Sessanta per iniziativa di Fiorella Benetti Brazzale, organista, compositrice e didatta. Il figlio Roberto ricorda una scelta precisa: portare la cultura musicale sull’Altopiano non per creare un’attrazione turistica, ma per alimentare l’interesse della popolazione.

All’inizio erano soprattutto concerti organistici. Poi il programma si è allargato alle diverse formazioni e alle diverse forme musicali. Una caratteristica, invece, è rimasta: l’ingresso libero, pensato per permettere alla musica di raggiungere il maggior numero possibile di persone.

«Non aveva uno scopo di attrattiva turistica», spiega Roberto Brazzale. L’obiettivo era «alimentare l’interesse della cultura tra la popolazione».

È un principio che aiuta a capire anche perché, sessant’anni dopo, un festival nato sull’Altopiano continui a portare ad Asiago compositori e interpreti internazionali.

Una famiglia dietro le quinte

Roberto Brazzale ha seguito direttamente l’organizzazione per circa trent’anni. Oggi il testimone è passato al figlio Alberto e il festival è arrivato alla terza generazione della famiglia.

La partecipazione, racconta, non si limita alla parte organizzativa. La famiglia si occupa direttamente di una quantità di aspetti pratici: dai manifesti alle stampe, dagli allestimenti all’accoglienza degli artisti.

C’è persino un sogno ricorrente che racconta meglio di molte spiegazioni questa responsabilità: la prima serata del festival al Cinema Lux, le nove di sera, nessuno in sala e la scoperta improvvisa di aver dimenticato di mettere i manifesti.

«Questo per dire quanto poi questa attività noi ci teniamo moltissimo», racconta Brazzale. Il festival è, per la famiglia, «una specie di legato» lasciato dalla madre e un mandato a continuare.

Ma anche un’occasione per incontrare artisti, musicisti e persone che altrimenti non sarebbero mai arrivate sull’Altopiano.

Una storia che continua

Il sessantesimo Asiagofestival si è chiuso ieri, 15 agosto, con il concerto d’organo di Alberto Barbetta nel Duomo di San Matteo. È finita così un’edizione che ha messo insieme la memoria della fondatrice, la musica da camera e la ricerca contemporanea, fino alla particolare esperienza costruita da Tsangaris dentro San Rocco.

Sessant’anni dopo la sua nascita, il festival continua dunque a muoversi lungo una linea che unisce cose apparentemente lontane: una tradizione locale, una lingua cimbra, una leggenda antica e un compositore tedesco che arriva sull’Altopiano per trasformarle in qualcosa di nuovo.

E forse è proprio questo il senso di Sono qui. Non dare una risposta definitiva, ma costringere per qualche momento chi ascolta a fermarsi e a chiedersi dove si trova. E, soprattutto, per chi o per che cosa è disposto a dire: sono qui.

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