Il Made in Italy sta attraversando una delle fasi più complesse degli ultimi decenni. Il rallentamento del mercato del lusso, i cambiamenti nei consumi, le sfide della sostenibilità, il ruolo sempre più centrale della Cina e le nuove regole europee impongono al sistema moda una profonda riflessione sul proprio futuro.
Ne parliamo con Mario Boselli, imprenditore tessile, presidente della Fondazione Italia Cina, presidente onorario della Camera nazionale della moda italiana e protagonista di oltre sessant’anni di storia dell’industria italiana. Dalla guida della storica azienda di famiglia ai numerosi incarichi istituzionali, Boselli ha accompagnato la crescita internazionale del Made in Italy, osservandone da vicino successi, trasformazioni e criticità.
Lei ha attraversato oltre sessant’anni di storia dell’industria italiana, partendo dalla storica azienda tessile di famiglia. Qual è l’insegnamento più importante che quell’esperienza le ha lasciato?
«Ciò che mi ha dato più soddisfazione è stato produrre, fare manifattura, mi ha appassionato costruire una fabbrica nuova, introdurre nuove tecniche produttive, sviluppare nuovi prodotti e dare vita a nuove iniziative. La manifattura, in fondo, è ciò che caratterizza la piccola e media impresa italiana. Io ho avuto anche la fortuna di partire da un’azienda di famiglia, fondata dai miei predecessori, che ho potuto sviluppare e far crescere».
Che cosa significa fare impresa oggi rispetto agli anni Sessanta e Settanta? Quali valori sono rimasti e quali sono cambiati?
«La differenza principale è che allora, quando un’azienda lavorava bene, riusciva anche a ottenere margini importanti. Oggi, tra burocrazia, vincoli amministrativi e apertura dei mercati, quei risultati economici appartengono ormai a un’altra epoca. Vedo i miei figli lavorare moltissimo e, fortunatamente, ottenere risultati perché sono capaci. Ma vedo anche tanti imprenditori fare molta più fatica. Oggi fare impresa è più complicato e tutto corre molto più velocemente. Bisogna cambiare continuamente, e bisogna farlo in fretta».
Lei ha visto nascere e affermarsi il Made in Italy nel mondo.
«E per fortuna il vero Made in Italy continua a esistere, ma si è concentrato nella fascia più alta del mercato. Prendiamo una grande maison: la prima linea, quella più prestigiosa, continua a essere prodotta in Italia. La seconda linea, in buona parte, ancora sì. Ma quando si passa alle produzioni più industriali e ai grandi volumi, il Made in Italy diminuisce sensibilmente, perché molte lavorazioni vengono realizzate all’estero».
C’è ancora spazio per il modello italiano fondato sulla qualità manifatturiera e sull’artigianalità?
«Assolutamente sì. Le persone sono ancora disposte a pagare per un valore autentico. È anche vero, però, che negli ultimi anni si è esagerato con alcuni prezzi. Vedere accessori venduti a diverse centinaia di euro non sempre è giustificabile. Inoltre, i giovani stanno progressivamente spostando il loro interesse: il lusso, inteso come status symbol, li attrae meno rispetto al passato. Preferiscono investire in esperienze come viaggi, ristoranti e cultura».
Il settore del lusso sta attraversando una fase complessa. Quali sono, secondo lei, le vere cause?
«Il prezzo è sicuramente uno dei fattori, ma non è l’unico. Le crisi degli ultimi venticinque anni avevano tutte una causa precisa. Dopo l’attentato alle Twin Towers, una volta superato il trauma, il mercato è ripartito. Lo stesso è accaduto dopo la crisi finanziaria del 2008 causata dal fallimento di Lehman Brothers e dopo la pandemia. Oggi, invece, non esiste una sola causa. È una situazione molto più complessa. Pensiamo alla Cina, che è stata uno dei mercati più importanti per il Made in Italy. La crisi immobiliare, legata soprattutto al caso Evergrande, colosso immobiliare cinese travolto da una crisi finanziaria devastante, ha impoverito la percezione della ricchezza delle famiglie. Il consumatore cinese magari possiede ancora gli stessi risparmi liquidi, ma ha visto crollare il valore del proprio patrimonio immobiliare. Di conseguenza si sente meno sicuro e tende a spendere molto meno».
Quindi si tratta di un cambiamento strutturale?
«Più che di un cambiamento strutturale ci vorrà tempo per superare questa situazione. Non sarà una crisi breve. E i prodotti del Made in Italy sono in attesa della ripresa del mercato cinese».
Lei è anche presidente della Fondazione Italia Cina. Come sono cambiati i rapporti economici e culturali tra i due Paesi?
«Quando andai in Cina nel 1978, all’inizio dell’epoca di Deng Xiaoping, il Paese era ancora estremamente povero. Il messaggio era semplice: produrre, produrre, produrre. Lo sviluppo industriale avvenne senza particolari vincoli ambientali o sociali e questo penalizzò molte filiere occidentali, soprattutto quelle tessili. Negli anni, però, la Cina ha introdotto regole più rigorose e ha iniziato anche a importare prodotti di qualità. Da grande minaccia è diventata anche una grande opportunità, almeno fino all’attuale rallentamento economico».
L’Unione europea ha introdotto nuove norme che vietano la distruzione dei capi invenduti. È un passo avanti verso una moda più sostenibile?
«Penso di sì. Non sarà una soluzione immediata, ma costringerà le aziende a produrre meglio, produrre meno e produrre ciò che realmente il mercato richiede. È una direzione positiva. La sostenibilità è ormai un valore condiviso soprattutto dalle nuove generazioni di imprenditori e stilisti. Per questo penso che possa rappresentare una soluzione vantaggiosa per tutti».
La Francia ha approvato una legge contro l’ultra fast fashion. Condivide questa scelta?
«Assolutamente sì. Bisogna essere chiari: al di sotto di certi prezzi è impossibile produrre rispettando le persone e l’ambiente. Una maglietta venduta a un euro e mezzo o un cappotto a poche decine di euro non possono essere sostenibili. Per questo condivido pienamente il principio espresso anche da Giorgio Armani: produrre meno, produrre meglio».
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