«Una scuola deve avere il coraggio di preparare i professionisti che il mercato chiederà domani, non quelli che servono oggi». È questa la filosofia che guida Paolo Meroni, direttore di Istituto Marangoni Milano, entrato nell’Istituto nel 2004 e protagonista di una stagione di profonda evoluzione della scuola.
Dall’introduzione del digitale ai nuovi percorsi dedicati a beauty e hospitality, fino al recente riconoscimento dei corsi Afam come lauree, reso possibile dal ministero dell’Università e della ricerca guidato da Anna Maria Bernini, Meroni racconta come cambia la formazione in uno dei settori simbolo del Made in Italy e quali competenze richiedono oggi le aziende del lusso.
Direttore, lei è in Istituto Marangoni da oltre 20 anni. Com’è iniziato questo percorso?
«Sono arrivato nel 2004 come docente di finanza e controllo di gestione. All’epoca era una materia quasi insolita in una scuola di moda. Il mio percorso era diverso da quello di molti colleghi: una laurea in ingegneria gestionale, esperienze nelle aziende tessili e in Confindustria. Ho portato in aula una visione molto vicina alle imprese, perché uno dei pilastri di Istituto Marangoni è proprio questo: affidare l’insegnamento a professionisti che vivono quotidianamente il settore. In quegli anni il fashion business era ancora agli inizi. Si intuiva che il sistema moda avrebbe avuto bisogno non solo di creativi, ma anche di manager, marketer ed esperti di economia. Abbiamo contribuito a costruire queste figure professionali e oggi quell’area rappresenta una parte fondamentale della nostra offerta formativa».
Lei ha maturato una lunga esperienza nel marketing e nel fashion business. Quanto incide oggi questo percorso nel suo modo di dirigere l’Istituto Marangoni?
«Mi ha insegnato che una scuola non può limitarsi a trasmettere conoscenze: deve interpretare il futuro. Il nostro compito è comprendere in anticipo le esigenze delle aziende e preparare gli studenti alle professioni che ancora stanno nascendo. Questo significa aggiornare costantemente i programmi, investire in nuovi corsi e mantenere un dialogo continuo con il mercato. Oggi tutti i nostri corsi sono riconosciuti dal ministero dell’Università e della ricerca e rilasciano titoli accademici riconosciuti. Ma soprattutto sono percorsi costruiti insieme alle aziende. L’apertura dei corsi dedicati al Fragrance & cosmetics nasce proprio da questa logica. Molti grandi marchi della moda stanno internalizzando la produzione di profumi e cosmetici e cercano figure con competenze specifiche, capaci di coniugare sensibilità creativa e preparazione manageriale».
Un’altra novità è l’ingresso dell’hospitality nella vostra offerta formativa. Perché?
«Perché il lusso oggi va ben oltre il prodotto. I grandi brand stanno costruendo esperienze complete: hotel, ristorazione, spazi esclusivi, servizi personalizzati. Pensiamo ai fashion hotel o alle collaborazioni tra maison del lusso e grandi chef. È un’evoluzione naturale del settore e noi abbiamo osservato che molti nostri ex studenti già lavoravano in questi ambiti. Da qui è nata l’idea di creare percorsi specifici per formare i professionisti che il mercato richiede».
In oltre 20 anni ha visto cambiare profondamente la formazione. Qual è stata la trasformazione più significativa?
«La capacità di anticipare i cambiamenti tecnologici. Ricordo quando decidemmo di introdurre nei corsi software come CLO3D per la progettazione digitale dei capi. Molti ci dicevano che era prematuro perché le aziende ancora non li utilizzavano. Noi, invece, eravamo convinti che quella fosse la direzione. E infatti, pochi anni dopo, le imprese cercavano proprio studenti già preparati su quelle piattaforme. Questo è il nostro compito: guardare oltre il presente».
Oggi si parla continuamente di Intelligenza artificiale, digitale e sostenibilità. Come stanno cambiando la formazione?
«La sostenibilità è ormai parte integrante di tutti i nostri corsi. Non è più una materia separata, ma una competenza trasversale. Le nuove generazioni la considerano un valore imprescindibile e noi abbiamo il dovere di formarle in questa direzione. Da anni sviluppiamo anche il progetto I am conscious, guidato negli ultimi anni da Sara Maino, che coinvolge aziende, professionisti e studenti nello sviluppo di progetti concreti dedicati alla moda sostenibile. Per quanto riguarda l’Intelligenza artificiale, la vediamo come uno strumento straordinario di supporto alla creatività. Può accelerare processi, offrire nuove possibilità progettuali, ma non sostituirà mai il talento, la sensibilità e la capacità di interpretazione di un creativo».
Istituto Marangoni è una realtà internazionale con campus in tutto il mondo. Qual è il ruolo della sede di Milano?
«Milano rappresenta le nostre radici. Qui, oltre 90 anni fa, Giulio Marangoni diede vita a un progetto che voleva insegnare il Made in Italy e la cultura del bello. Questa filosofia è stata esportata nelle sedi internazionali, ma ogni campus mantiene anche un forte legame con il territorio in cui opera. Ho avuto l’opportunità di dirigere la sede di Parigi e ho visto quanto sia importante dialogare con le aziende locali, integrando la cultura italiana con quella francese. È proprio questo equilibrio che rende Marangoni una scuola davvero globale».
Gli studenti possono vivere un’esperienza internazionale durante il percorso di studi?
«Assolutamente sì. Attraverso il programma Cross school gli studenti possono iniziare il percorso a Milano e proseguirlo, ad esempio, a Londra o Parigi. È un’opportunità molto apprezzata perché consente di confrontarsi con tre capitali della moda e con culture differenti, mantenendo però un unico metodo didattico».
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