Dalla Russia a Milano, passando per Mosca e Parigi, il percorso di Ludmilla Voronkina Bozzetti attraversa capitali della moda e fasi di vita profondamente diverse, unite da un filo comune: la capacità di trasformare occasioni inattese in un percorso professionale internazionale, il caso in destino. Modella e oggi protagonista anche di progetti creativi e culturali, Ludmilla ripercorre in questa intervista gli inizi quasi casuali della sua carriera, le prime esperienze all’estero, l’incontro con il mondo della moda italiana e le sfide di un ambiente competitivo e in continua evoluzione.
Un racconto che diventa anche riflessione sulla crescita personale, sul valore dell’ascolto e sull’equilibrio tra successo professionale e consapevolezza individuale.
Partiamo dall’inizio. Come nasce il suo ingresso nel mondo della moda?
«Quasi per caso, o meglio per iniziativa di mia madre. Ero una bambina molto alta e questo mi metteva a disagio. Lei sentì alla radio la pubblicità di una scuola di modelle e pensò che potesse aiutarmi a prendere sicurezza. Io non volevo andarci. Abbiamo discusso a lungo, poi ha vinto lei. Ricordo ancora che non avevo mai indossato tacchi o gonne corte: andammo insieme a comprarli ai mercati, senza sapere davvero cosa stesse iniziando».
Da lì tutto è cambiato rapidamente.
«Sì. Dopo un mese arrivò un casting importante con un’agenzia di Mosca. La scuola che frequentavo non era famosa, ma una delle più piccole. Quel giorno stavo andando via dopo essermi sentita dire che non ero “adeguata” per via di abiti e scarpe. Mentre uscivo incontrai la direttrice dell’agenzia al cancello che mi fece rientrare. È stato la mia prima vera sliding doors».
Aveva solo 15 anni, cosa succede dopo?
«Sono partita per Mosca. Non capivo davvero cosa stessi vivendo: per me era già enorme arrivare lì, figurarsi pensare a Milano o Parigi. Poi tutto è accelerato. Ho fatto casting per le agenzie internazionali e, in quei giorni, anche il mio primo servizio fotografico per una rivista russa. Poco dopo è arrivata la copertina di Harper’s Bazaar Russia, premiata come copertina dell’anno. Tutto aveva un che d’incredibile».
E poi l’arrivo a Milano…
«Milano è stato un amore immediato. Ricordo il Duomo nella nebbia, una scena quasi irreale. È lì che è nato il mio legame con l’Italia. Poco dopo ho partecipato alla mia prima Fashion Week: la mia prima vera sfilata importante, da Alberta Ferretti. Quando sei nel backstage hai il cuore che va a mille, poi esci in passerella e tutto si spegne. Rimane solo l’emozione».
Un percorso diventato internazionale molto presto. Cosa l’ha fatta crescere di più?
«Ogni Paese mi ha insegnato qualcosa. Parigi mi ha dato intensità, Milano eleganza e concretezza, il Giappone disciplina e precisione. Ma la cosa più importante è stata imparare ad ascoltare. Devi togliere l’ego e farti guidare da fotografi e professionisti. Solo così cresci davvero».
Il mondo della moda però ha anche lati difficili.
«È, senza dubbio, un ambiente instabile. Oggi lavori, domani no. Devi essere sempre pronta e sempre “perfetta”. La difficoltà più grande è psicologica: imparare a reggere i no, i giudizi, le aspettative. Non hai ancora le spalle forti e questo può essere pesante».
C’è anche il tema delle fragilità e delle tentazioni…
«Sì, soprattutto quando sei molto giovane. Ci sono distrazioni, serate, pressioni. Devi sapere perché sei lì. Tenere un obiettivo chiaro è basilare, altrimenti rischi di perderti. Non è un mondo semplice, soprattutto a 17-18 anni. Fondamentale è il tuo bagaglio personale, ciò che ti ha insegnato la tua famiglia».
E nasce il progetto «Italia di Moda», 48 scatti dove viene immortalata dal fotografo Andrea Varani con abiti firmati da alcune delle più iconiche maison italiane, non semplici elementi estetici, ma parte integrante del paesaggio. Una mostra itinerante iniziata al Maxxi di Roma, passata al Pitti a Firenze per poi essere attesa in altre città italiane e per arrivare, l’anno prossimo a New York e Washington. Cosa rappresenta per lei questa esperienza?
«È stato un passaggio fondamentale della mia vita. “Italia di Moda” non è solo un lavoro, è un progetto creativo e personale insieme ad Andrea. Volevamo raccontare l’Italia non solo come moda, ma come emozione, cultura, eccellenza. Io sono straniera, ma vivo in Italia da tanti anni. E ogni giorno continuo a vedere bellezze che spesso gli italiani stessi non notano più. Abbiamo voluto raccontare questo».
Quindi una trasformazione anche personale?
«Sì, totale. Da modella sono diventata qualcosa di diverso: una interprete delle immagini, una musa, qualcuno che vive la fotografia in modo più profondo. Per la prima volta non c’era un cliente che ti diceva cosa fare. Eravamo liberi. E questa libertà è stata bellissima, ma anche una grande responsabilità».
Ha partecipato anche a progetti sociali come «Women for Women Against Violence». Che valore hanno per lei?
«Un grande valore. Credo nella forza delle donne, ma soprattutto nella loro capacità di sostenersi. “Women for Women Against Violence” racconta la resilienza, la rinascita dopo momenti difficili come malattie o violenze. Perché la sofferenza non ha genere, e la forza di rialzarsi riguarda tutti. Soprattutto non è un progetto “contro” qualcuno. Non è uomini contro donne. È un progetto di unione, che racconta sia donne che uomini per dire che la vita può mettere chiunque in situazioni particolarmente dure. Ma da lì si può sempre ripartire».
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