Ettore Bottoli

Ci sono insegnamenti che non si dimenticano, perché diventano un modo di guardare il mondo. «Mio padre -racconta alla Verità, Ettore Bottoli, responsabile commerciale, quinta generazione del Lanificio veneto fondato nel 1861- me ne ha lasciato uno che considero un vero principio di vita: non iniziare mai dalla propria azienda. Prima bisogna avere l’umiltà di imparare, fare gavetta, confrontarsi con chi, grazie al proprio lavoro, ha saputo costruire imprese solide e durature. È una lezione che richiama il pensiero di Socrate: sapere di non sapere. Perché è proprio dalla consapevolezza di avere ancora tanto da imparare che nasce la crescita».

Dietro ogni tessuto del Lanificio Bottoli c’è molto più di una lavorazione: ci sono mani, intuizioni, tradizione, cultura manifatturiera e una visione tramandata da oltre 160 anni. La nuova collaborazione con Stetson, storico marchio di cappelli, diventa così il punto di partenza per raccontare una storia fatta di persone, di passione e di un’eccellenza italiana che continua a evolversi senza dimenticare le proprie radici.

In un mondo che cambia così velocemente, siete riusciti a custodire un’eredità antica. Quali sono stati i momenti più importanti che hanno segnato l’evoluzione dell’azienda fino a oggi?

«Ce ne sono stati sicuramente molti, ma credo che il più importante risalga agli anni 2000: il Dragone cinese e la delocalizzazione. I grandi nomi del fashion abbandonano il Bel Paese per produrre in nazioni dove i margini sono così allettanti, ma mio padre no! Avverte il sistema moda dei rischi che sta correndo, mantiene la produzione fieramente in Italia e fa del made in Italy un vanto. Una scelta coraggiosa come quella, non dettata da ottiche di mero profitto, ci ha permesso di essere dove siamo adesso».

Come siete riusciti a innovare continuamente il vostro modo di fare tessuti?

«Le mode cambiano di anno in anno, le proposte degli stilisti sono diverse di stagione in stagione, ma un fil rouge unisce tutte le richieste che ci arrivano. I grandi marchi da noi cercano non l’esasperazione del cambiamento, ma una qualità costante. Per questo fino all’ultimo abbiamo lavorato con Giorgio Armani, perché rappresentava quello in cui la nostra azienda si basa».

Quanto è cambiato il concetto di qualità nel settore tessile rispetto al passato?

«Purtroppo in peggio. Se in passato la qualità era valutata “con la mano”, ora viene valutata dal numero delle certificazioni che hai. Piccole medaglie che rappresentano il vuoto. Noi andiamo contro corrente. Investiamo in progetti veri, in attività di riciclo, iniziative benefiche, aiutiamo i giovani designer, inventiamo processi produttivi che riducono l’utilizzo idrico. Basti pensare che i nostri tessuti nel solo colore del vello quindi privi di qualsiasi tintura chimica, permettono di eliminare completamente tutta la parte della tintoria».

Uno degli aspetti più interessanti del vostro lavoro è la sperimentazione con coloranti naturali, come quelli ottenuti dai fondi di caffè. Da dove nasce questa intuizione e quali sviluppi immaginate per questo tipo di ricerca?

«Questa idea è nata quasi per gioco con la torrefazione Dersut che ci permette di utilizzare i fondi del caffè, che raccoglie dai suoi bar e ristoranti. Nel corso degli anni abbiamo utilizzato diverse tinture naturali, dal campeggio alla rubia, ma la tintura al caffè è sicuramente quella più apprezzata non solo dal punto di vista estetico (le striature danno un carattere vintage impareggiabile) ma anche dal punto di vista della sostenibilità».

La collaborazione con Stetson mette in dialogo due marchi dalla lunga tradizione, ma con identità molto diverse. Cosa vi ha convinto a intraprendere questo progetto insieme?

«Siamo estremamente orgogliosi della collaborazione con Stetson. Pensare che i nostri tessuti siano stati scelti dal brand di cappelli che indossava James Dean, Gene Autry, John Wayne, Roy Rogers e non ultimo Frank Sinatra e Indiana Jones è motivo di vanto. L’intera campagna pubblicitaria è stata girata da noi in azienda qui a Vittorio Veneto. Trattandosi di un’azienda molto grande, il progetto non è nato da poco, ma è iniziato due anni fa. Entrambe le aziende sebbene così lontane geograficamente hanno un Dna molto simile, il loro team di ricerca dei tessuti è molto forte e preparato. Abbiamo trovato una sinergia immediata. Perché tutto nasce dalle persone e dalla passione in cui mettono nel proprio lavoro».

Quali caratteristiche dei tessuti sviluppati per questa collezione raccontano meglio la filosofia di Lanificio Bottoli? Ci sono dettagli o lavorazioni a cui siete particolarmente legati?

«Tutti i tessuti utilizzati sono tinti coi fondi del caffè. Questo è stato il punto di partenza. Stetson è stato particolarmente colpito nel trovare un’azienda che nel 2026 possa fare una tintura ancestrale a livelli industriali. Ricordiamoci che siamo artigiani, ma vendendo in tutto il mondo dobbiamo garantire degli standard (in questo caso la solidità al colore) elevatissimi. Tutto il ciclo completo viene seguito meticolosamente: abbiamo collaboratori (alcuni con esperienza sul campo senza esagerare di più di 50 anni) che sono la vera ricchezza dell’azienda. Per noi avere la fiducia dei nostri partner è una soddisfazione impareggiabile e ripaga gli sforzi quotidiani».

Che tipo di riscontro vi aspettate da questa collaborazione?

«In realtà il loro cliente è simile al nostro e anche i mercati sono similari. La collezione che è stata chiamata “Barista collection” è piaciuta tantissimo. Gli ordini sono incredibili (parliamo di 100% superiori rispetto agli anni precedenti). Le collaborazioni vere sono riconosciute dal cliente finale e ne siamo molto contenti».

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