«Il vero lusso non è il logo, ma la qualità»
Saverio Moschillo

La notizia ha riportato il suo nome sulle pagine dei giornali. La villa «Il Canile», una delle dimore più note di Capri, è finita al centro di una procedura di vendita giudiziaria, riaccendendo i riflettori su Saverio Moschillo, imprenditore che ha legato il proprio nome ad alcuni dei marchi più importanti della moda italiana e internazionale. La vicenda della villa si intreccia con una lunga stagione di contenziosi che negli ultimi anni hanno coinvolto anche il marchio John Richmond, brand che Moschillo rivendica di avere ideato e sviluppato e sul quale si è aperta una complessa battaglia legale, ancora oggi oggetto di diverse iniziative giudiziarie. L’imprenditore contesta le ricostruzioni emerse in questi anni e sostiene di essere impegnato a tutelare le proprie ragioni nelle sedi competenti. Ma prima delle aule di tribunale c’è una storia imprenditoriale che attraversa oltre cinquant’anni di Made in Italy e contiene tutti gli estremi: il talento imprenditoriale e gli errori, l’intuizione e gli eccessi, il lusso e la caduta. Una storia iniziata in Irpinia e arrivata sulle passerelle di Milano, Londra, Parigi e New York.

Moschillo, il suo nome è tornato al centro dell’attenzione per la vicenda della villa «Il Canile» di Capri. Che cosa sta accadendo?

«Si è parlato e si sta parlando molto di quella vicenda, spesso senza raccontare tutta la storia. Posso dire soltanto che ci sono procedure e iniziative legali ancora in corso e che sono convinto delle mie ragioni. Per rispetto della magistratura preferisco attendere gli sviluppi, ma credo che molte cose debbano ancora essere chiarite. A cominciare dal Canile e pure dal grande show room in via Sant’Andrea a Milano».

Ci spieghi meglio.

«Il messaggio è semplice e lo dico col cuore: auguro a tutti di non incappare mai in un fraintendimento giudiziario come è capitato a me. Perché finché non ti ritrovi dentro, pensi che la legge sia uguale per tutti, che il buon senso vinca sempre, che i numeri parlino da soli. Poi ti ritrovi davanti a una sentenza e capisci che può bastare un cavillo, una formalità, per azzerarti. Io mi sono visto dichiarare il fallimento Sa.co con un patrimonio aziendale di oltre 30.000.000 di euro. La ragione? Un debito di 68.000,00 (sessantottomila/00) euro. E quel debito, in udienza, l’avevo coperto. Lì, davanti al giudice fallimentare di Milano, con un assegno circolare. Soldi veri, subito disponibili, a garanzia totale del creditore. Eppure il giudice ha ritenuto che quell’offerta non fosse valida. Perché? Perché non era stata fatta tramite ufficiale giudiziario. Una questione di forma. Un tecnicismo. È una situazione paradossale e ti lascia senza parole. Perché le norme, certo, vanno rispettate rigorosamente. Ma le norme non sono un algoritmo. Le norme vanno interpretate anche con l’esperienza, con il buon senso, con la responsabilità di chi ha in mano la vita delle persone. Dichiarare il fallimento di una società di quel livello non è timbrare un atto. Significa annullare la vita di un soggetto. Significa cancellare 50 anni di sacrifici, notti insonni, investimenti, rischi presi, dipendenti a cui hai dato da mangiare. Significa sputare su una storia, su un nome, su una credibilità costruita mattone dopo mattone. In un’aula ti tolgono tutto. La possibilità di lavorare, di pagare, di ripartire, di guardare in faccia i tuoi figli. E la cosa che fa più male è l’assenza di rispetto. Ci vorrebbe rispetto per il lavoro, rispetto per le persone, rispetto per la fatica che c’è dietro ogni impresa. Nella giustizia italiana questo rispetto spesso manca. Si applica la legge a martello, senza guardare il contesto, senza chiedersi se quella decisione sta facendo giustizia o sta solo applicando un comma. Io non chiedo privilegi. Chiedo che chi giudica si ricordi che dall’altra parte c’è un’azienda, non un numero di ruolo. Chiedo che prima di distruggere, ci si fermi un secondo a pensare alle conseguenze».

La sua è stata una carriera segnata da grandi successi e da una battaglie giudiziaria per il marchio John Richmond che si protrae da oltre 8 anni.

«È vero. Ho costruito aziende, marchi e posti di lavoro. Negli ultimi anni ho dovuto difendere tutto questo. È stato un periodo difficile, ma non ho mai smesso di lavorare. Chi mi conosce sa che non vivo di nostalgia: preferisco pensare ai progetti che ho davanti».

Torniamo all’inizio. Come nasce Saverio Moschillo?

«Nasco ad Ariano Irpino, in una famiglia semplice. Mio padre era un piccolo agricoltore, mia madre sarta. È stata lei la mia prima maestra. Mi ha insegnato che un capo d’abbigliamento non si giudica dal marchio ma da come è costruito. La cultura del prodotto nasce lì, in casa».

Quando capisce che la moda sarà la sua vita?

«Quasi per caso. Da ragazzo praticavo pugilato, studiavo e cercavo la mia strada. L’incontro decisivo fu con Guido Ranieri, un imprenditore che mi prese con sé. Mi insegnò il mestiere della vendita e soprattutto il rapporto con le persone. E vide in me grandi potenzialità. È stato il mio vero maestro».

Da quel momento la sua carriera accelera.

«Ho lavorato con aziende straordinarie. Ho avuto la fortuna di collaborare con Gilmar, Iceberg, Versace Jeans, Versus, D&G con Tonino Perna titolare dell’Ittierre di Pettoranello del Molise e tanti altri. Ho sempre pensato che la moda fosse un equilibrio tra creatività e organizzazione. L’idea da sola non basta: bisogna saperla trasformare in un prodotto e saperlo vendere».

Il nome di Moschillo resta però legato soprattutto a John Richmond.

«Quella è stata una grande intuizione imprenditoriale. Abbiamo costruito un marchio riconosciuto in tutto il mondo. Su quella storia sono state dette molte cose e oggi esistono atti e sentenze che fanno parte di un percorso complesso. Io continuo a sostenere la mia versione dei fatti e la difendo nelle sedi opportune».

Il marchio John Richmond era diventato un vero e proprio status symbol: aveva creato un fenomeno di costume soprattutto con i jeans dalla mitica scritta Rich.

«Rich, di cui sono stato l’ideatore e proprietario unico ha dato poi la strada a John Richmond perché il Rich è stato distribuito in tutti i negozi più importanti del mondo dove c’erano i marchi più forti che ancora oggi lo sono e quindi Gucci, Prada, Verace, Giorgio Armani, Dior, Louis Vuitton ecc. Di quei jeans ne ho venduti 250 milioni soltanto con la scritta bianca. Aprii anche un negozio ad Harlem con taglie dal 60, 70, 80. Fu un successo planetario. In particolare, i capi ricamati, competevano con i più importanti brand del momento».

Dopo tutto quello che è accaduto, che rapporto ha oggi con il mondo della moda?

«Ottimo. È forse la soddisfazione più grande. Ho mantenuto rapporti di stima con tanti imprenditori e colleghi. La moda italiana è stata la mia casa e continuo a sentirmi parte di quel mondo ad eccezione di una sola persona che è venuta meno».

Sono stati anni difficili?

«Molto. Ho vissuto momenti complicati che hanno coinvolto aziende e patrimonio personale. Ma non mi sono mai arreso. Ho continuato a lavorare e a credere nelle mie idee. È questo che mi ha permesso di ripartire».

Oggi è ripartito con Husky

«Sì. È un progetto che rappresenta la mia idea di eleganza contemporanea. Tutto Made in Italy, con grande attenzione alla costruzione del capo, ai tessuti e alla vestibilità. Oggi il lusso non è il logo: è la qualità. La qualità si produce non si inventa».

Che cosa vede nel suo futuro?

«Vorrei lasciare qualcosa ai giovani. Il mio sogno è creare una scuola dove insegnare davvero questo mestiere: dal cartamodello alla confezione, fino alla cultura del prodotto. La moda italiana ha bisogno di nuove competenze prima ancora che di nuovi stilisti. Penso a una scuola itinerante per far comprendere cosa significa davvero questo mestiere».

Dopo tanti successi e tante battaglie, come vorrebbe essere ricordato?

«Come una persona che ha lavorato con passione, che ha rispettato i collaboratori e che ha sempre creduto nel valore del Made in Italy. Le difficoltà fanno parte del percorso, ma quello che conta è non perdere mai la voglia di costruire».

Alle sue sfilate c’era il mondo, attrici, star televisive, politici, c’erano proprio tutti. Da quando tutto è cambiato, chi le è rimasto vicino?

«Tutti, tutti mi sono rimasti accanto».

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