Ventiquattro sarti provenienti da tutto il mondo, un unico tema e tante interpretazioni: con «Milano su misura – Trofeo Arbiter», giunto alla sesta edizione, Franz Botré, direttore di Arbiter, rinnova la tradizione della sartoria maschile, trasformandola in un’occasione di confronto e valorizzazione dei giovani talenti.
Che cosa racconta questa edizione sullo stato della sartoria e sulla sua capacità di superare i confini geografici e culturali?
«Racconta la vitalità di una cultura che continua ad attraversare il mondo. La forza della sartoria sta nella capacità di adattare il proprio linguaggio alle caratteristiche fisiche e alla personalità di chi indossa un abito. La vera sartoria non veste manichini, ma persone reali, con fisicità diverse. Un abito su misura è uno strumento attraverso il quale ciascuno può esprimere sé stesso. Per riuscirci servono cultura, conoscenza e sensibilità».
Il tema scelto è «lo stile in barca e in banchina». Qual è il legame tra la cultura del mare e l’eleganza maschile?
«Molti capi che oggi consideriamo classici nascono da esigenze pratiche. La giacca a doppio petto, per esempio, permetteva di proteggersi dal vento. Anche cappotti e pantaloni da marinaio erano progettati per resistere alle intemperie. La funzionalità ha generato codici estetici diventati parte del guardaroba contemporaneo».
Ventiquattro sarti hanno interpretato lo stesso tema. Che cosa è emerso?
«Ognuno ha raccontato il proprio mondo e il proprio mare. Dalla Svezia a Hong Kong, da Xi’an a Singapore, fino all’Italia, abbiamo visto sensibilità differenti: chi ha scelto il rigore della tradizione britannica, chi ha inserito ricami ispirati alle conchiglie, chi ha reinterpretato il blazer marinaro in chiave personale. La stessa idea si è trasformata in linguaggi diversi».
Ha vinto un sarto di Singapore, Javin Tan Yi Chen, dell’atelier Common Suits.
«La qualità sartoriale era impeccabile: taglio, vestibilità e scelta del tessuto erano perfetti. A fare la differenza sono stati i dettagli funzionali. Ha ricavato i bottoni dalla gomma di vecchie scarpe da barca, inserito un anemometro nella giacca e previsto una parte in microfibra per pulire gli occhiali dagli spruzzi. Ha saputo coniugare estetica, tecnica e creatività, pensando a un abito da indossare sia in barca sia in banchina. È questo il valore della grande sartoria: ogni particolare ha una ragione e racconta un’idea».
In un’epoca dominata dalla produzione industriale, quale valore conserva l’abito su misura?
«Un abito sartoriale diventa tuo. Anche un prodotto industriale può essere eccellente, ma chi sceglie il “su misura” cerca qualcosa che rispecchi la propria identità. Dalle fodere personalizzate ai dettagli ispirati alla marineria, ogni elemento può raccontare una storia. E oggi ci sono anche giovani sarti capaci di offrire lavorazioni straordinarie a prezzi più accessibili rispetto alle grandi firme».
Come si diventa grandi sarti?
«Servono motivazione autentica, talento, studio e anni di lavoro. Ho visto ragazzi lasciare percorsi universitari per seguire la propria vocazione e raggiungere risultati straordinari. Il rischio più grande è perdere la cultura del confronto. Da quando ho aperto la manifestazione ai sarti stranieri, ho visto professionisti condividere tecniche, esperienze e conoscenze senza vivere l’incontro come una competizione. Oggi esiste una rete internazionale di sarti che si parlano e collaborano: è così che il mestiere può continuare a crescere».
Quanto conta la scelta del tessuto?
«È determinante: per me incide anche per il 60% sul risultato. Quest’anno i partecipanti hanno esplorato una varietà eccezionale di materiali, utilizzando circa 25 tessuti diversi. Un contributo fondamentale che arriva sempre da Loro Piana, fornitore dei tessuti ai sarti in gara, mettendo a disposizione la qualità e la ricerca di un’eccellenza riconosciuta a livello internazionale. Il tessuto non è un semplice supporto, ma parte integrante del progetto creativo: orienta il taglio, definisce la vestibilità e contribuisce a dare carattere all’abito».
Qual è, infine, il ruolo di Milano su misura» nel futuro della sartoria?
«È un ruolo fondamentale. La manifestazione raccoglie l’eredità del Festival della moda maschile ideato da Arbiter nel 1952. Quando ho acquistato la testata, nel 2010, mi sono posto l’obiettivo di rilanciare quella tradizione e darle una dimensione internazionale. Oggi Milano su misura è molto più di una competizione: è un luogo di incontro tra maestri e giovani, tra culture e tradizioni differenti. La tradizione non è qualcosa da conservare, ma un sapere da trasmettere e trasformare. È questo che permette alla sartoria di restare contemporanea e di parlare al mondo».
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