Carlo Capasa, presidente della Camera nazionale della moda italiana
Carlo Capasa, presidente della Camera nazionale della moda italiana (Ansa)

Una contrazione del 5,4% nel 2024, del 3,1% nel 2025 e, secondo le previsioni, dell’1,6% nel 2026. È con questi numeri che si confronta la Camera nazionale della moda italiana, sui quali impattano fattori diversi, dal calo degli acquisti da parte di clienti alto spendenti come i cinesi, ora più focalizzati sui prodotti nazionali, alla concorrenza del fast fashion delle piattaforme asiatiche, al caro energia.

«La flessione sta rallentando ed è un segnale incoraggiante» commenta Carlo Capasa, presidente della Camera nazionale della moda italiana che chiede «misure concrete che valorizzino il nostro sistema moda, ne rafforzino la competitività sui mercati internazionali e creino le condizioni per tornare a una crescita solida e duratura».

Quanto pesa il caro energia?

«L’impatto varia tra i diversi comparti della filiera. In alcune lavorazioni particolarmente energivore, come la filatura, la tintura, il finissaggio tessile e la concia delle pelli, l’incidenza dei costi energetici può raggiungere il 15-20% dei costi di produzione, mentre nell’abbigliamento e nelle calzature si mantiene al di sotto del 5%.

È importante, tuttavia, considerare anche gli effetti indiretti dell’aumento dei prezzi dell’energia, che si riflettono sui costi della logistica, delle materie prime e dei semilavorati. Si tratta quindi di un fattore che incide sulla competitività dell’intera filiera, non soltanto delle imprese a maggiore consumo energetico. Proprio per questo, tra le proposte che abbiamo presentato al governo nell’ambito della legge di Bilancio 2027, abbiamo inserito misure specifiche per ridurre il costo dell’energia e garantire alle nostre imprese condizioni più competitive».

La minor presenza turistica di cinesi, asiatici in generale e americani ha inciso sul fatturato della moda italiana?

«Il calo degli acquisti da parte dei turisti internazionali, in particolare cinesi e asiatici, ha avuto un impatto significativo sul settore del lusso. Sebbene in Italia i flussi turistici complessivi abbiano tenuto, anche grazie a grandi eventi come il Giubileo e le Olimpiadi di Milano Cortina, i dati sullo shopping di lusso evidenziano una situazione diversa. Secondo Global Blue in Europa la spesa tax free dei turisti cinesi è diminuita del 9% nel 2025 e dell’8% nel primo semestre del 2026, con una contrazione ancora più marcata per i visitatori del Sud-Est asiatico. Un fenomeno legato sia alla riduzione degli arrivi sia alla diminuzione della spesa media individuale, che ha inciso in modo importante sui consumi del lusso».

Il fast fashion e la concorrenza delle piattaforme asiatiche

Quanto incide sulla moda italiana la concorrenza del fast fashion e delle grandi piattaforme online?

«La moda italiana si distingue per creatività, qualità, manifattura e attenzione alla sostenibilità. È un modello profondamente diverso da quello del fast fashion e delle piattaforme ultra-low-cost, basato su prezzi estremamente contenuti, volumi enormi e ritmi di produzione rapidissimi. La nostra forza è il valore del prodotto, non la quantità. Per questo è fondamentale anche educare i consumatori, soprattutto i più giovani, a riconoscere la qualità, la durata e il lavoro che si nascondono dietro ogni capo, promuovendo acquisti più consapevoli. Esiste poi un tema di concorrenza sleale.

Ogni giorno arrivano in Europa milioni di piccoli pacchi provenienti da piattaforme extraeuropee, spesso soggetti a controlli insufficienti rispetto agli standard richiesti alle nostre imprese. Come Camera nazionale della moda italiana, anche attraverso la European fashion alliance (Efa), stiamo lavorando affinché l’Europa intervenga con regole e controlli più efficaci, garantendo a tutti gli operatori le stesse condizioni in materia di sicurezza, tutela del lavoro e sostenibilità ambientale. Non si tratta di contrastare la concorrenza, ma di difendere un modello produttivo fondato sulla qualità, sulla responsabilità e sul rispetto delle persone e dell’ambiente».

Le botteghe artigiane e il futuro del Made in Italy

Stiamo assistendo alla progressiva scomparsa delle botteghe artigiane depositarie della grande tradizione sartoriale italiana.

«È una delle nostre maggiori preoccupazioni. La capacità di coniugare creatività, innovazione e manifattura di altissima qualità rappresenta da sempre il tratto distintivo del Made in Italy e uno dei principali fattori del successo internazionale della nostra moda. Le botteghe artigiane custodiscono un patrimonio straordinario di conoscenze, tecniche e competenze che si tramandano di generazione in generazione. Quando queste realtà scompaiono, non perdiamo soltanto delle attività produttive, ma rischiamo di disperdere un sapere che è estremamente difficile, e talvolta impossibile, ricostruire. Per questo è fondamentale sostenere la continuità delle imprese artigiane, favorire il ricambio generazionale e investire nella trasmissione delle competenze. Difendere questo patrimonio significa tutelare uno degli elementi più preziosi della nostra identità industriale e culturale, ma soprattutto garantire un futuro alla moda italiana».

Si può ancora parlare di moda italiana quando molti grandi marchi, da Gucci a Fendi, da Bulgari a Valentino, appartengono a gruppi stranieri?

«Credo sia fondamentale distinguere tra la nazionalità della proprietà e l’identità di un marchio. Quando gli azionisti, siano essi grandi gruppi industriali o fondi di investimento, garantiscono autonomia strategica e creativa, la provenienza del capitale non determina necessariamente l’identità di un’azienda. L’italianità di un marchio risiede soprattutto nella sua cultura, nella sua storia, nella creatività, nelle competenze manageriali e nel legame con il nostro sistema produttivo. Non è un caso che molti dei manager alla guida dei grandi marchi internazionali siano italiani. Accanto ai marchi che fanno parte di gruppi internazionali, in Italia ci sono grandi gruppi della moda, alcuni dei quali quotati in Borsa, che che hanno una salda proprietà italiana. È un elemento importante che testimonia la forza e la capacità imprenditoriale del nostro sistema.

Ciò che conta è preservare e valorizzare questo patrimonio, mantenendo in Italia competenze, attività produttive e capacità di generare valore. Allo stesso tempo, è importante creare condizioni favorevoli affinché le imprese italiane possano crescere, rafforzarsi e mantenere nel nostro Paese i propri centri decisionali. Il tema non è chiudersi agli investimenti internazionali, ma garantire che il Made in Italy continui a essere protagonista e non soltanto un patrimonio di marchi».

Formazione e nuove generazioni: il ruolo delle academy

La moda è anche manualità, sartoria e ricamo. Queste professioni attraggono ancora i giovani?

«Assolutamente sì, ma dobbiamo impegnarci a farle conoscere meglio. Molte aziende della moda hanno creato academy interne per preservare e trasmettere le competenze artigianali che rendono unico il Made in Italy. Lo scorso 15 aprile, in occasione della Giornata nazionale del Made in Italy, abbiamo presentato il documentario di Camera nazionale della moda italiana Grand Tour. Viaggio nelle Accademie delle Arti e dei Mestieri, che racconta queste esperienze e testimonia il grande interesse dei giovani per le professioni della manifattura di eccellenza.

Spesso si tratta di mestieri poco conosciuti, dei quali non si percepiscono pienamente il valore, la complessità e le opportunità professionali. È nostro compito raccontarli meglio, restituendo loro il prestigio che meritano e mostrando alle nuove generazioni come tradizione e innovazione possano convivere. La creatività italiana non esisterebbe senza le mani e le competenze di chi è capace di trasformare un’idea in un prodotto straordinario».

Avete chiesto al governo un sostegno alla formazione attraverso l’istituzione di un Albo delle academy aziendali.

«Tra le misure che abbiamo presentato nell’ambito delle proposte per la legge di Bilancio 2027, una riguarda proprio il riconoscimento e il rafforzamento delle academy aziendali, che consideriamo uno strumento strategico per il futuro della nostra industria. La proposta prevede l’istituzione di un Albo nazionale delle academy, affinché i titoli rilasciati dalle strutture iscritte possano ottenere un riconoscimento a livello nazionale, attestando competenze professionali specialistiche nei settori del tessile, della moda, degli accessori, delle calzature e della pelletteria.

Prevediamo inoltre la creazione, presso il ministero delle Imprese e del Made in Italy, di una piattaforma di accreditamento delle aziende che ospitano academy, accompagnata da specifici incentivi fiscali per favorirne la diffusione. Le academy rappresentano un collegamento fondamentale tra il mondo della formazione e quello dell’impresa. Consentono di colmare il divario tra i percorsi di istruzione tradizionali e le competenze richieste dai processi produttivi, favorendo l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e offrendo nuove opportunità di aggiornamento e specializzazione anche a chi è già occupato.

È altrettanto importante valorizzare e rafforzare la collaborazione tra le imprese e gli Its, mettendo a sistema le diverse eccellenze della formazione italiana. Un bellissimo esempio in questa direzione è il progetto “Adotta una Scuola” di Altagamma, che promuove il dialogo e la collaborazione tra le imprese e gli istituti di formazione, contribuendo a valorizzare le competenze e a offrire ai giovani maggiori opportunità di scelta e concreti sbocchi professionali. In un momento in cui la nostra industria deve affrontare trasformazioni profonde, dalla digitalizzazione alla sostenibilità, investire nelle competenze significa investire direttamente nella competitività del Made in Italy.

Dobbiamo fare in modo che il nostro straordinario patrimonio di saper fare non soltanto venga preservato, ma continui a evolversi, diventando una concreta opportunità di lavoro per le nuove generazioni e un motore di crescita per l’intero sistema della moda italiana».

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