Gruppo Malloni: «Guardiamo al futuro con l’artigianalità delle filiere italiane»
Nel riquadro Floriana Orsetto, creative director di Malloni

Nato nelle Marche alla fine degli anni Cinquanta da un laboratorio artigianale di calzature, il Gruppo Malloni ha costruito nel tempo un percorso che intreccia tradizione manifatturiera, ricerca stilistica e innovazione. Oggi il brand guarda a una nuova fase di sviluppo, puntando sul rafforzamento della propria identità, sulla qualità del prodotto e sull’espansione nei mercati internazionali. Ne parliamo con Floriana Orsetto, creative director di Malloni.

Quanto conta, ancora oggi, l’eredità di un marchio storico?

«Conta molto, anche se non ne faccio una bandiera. Veniamo da una bottega di calzature, da mani che sapevano come si costruisce un oggetto. Quel modo di guardare il prodotto, prima il gesto poi l’idea, è rimasto e il nostro lavoro ha ancora una dimensione molto legata al fatto a mano e alla costruzione sartoriale del capo. Ma l’heritage, per me, non è nostalgia: l’archivio è un punto di partenza, serve a evolvere».

Come si è evoluto il marchio nel tempo e quali cambiamenti hanno segnato maggiormente il suo percorso?

«Sono entrata in azienda nel 1999. Alle spalle c’erano una lunga storia di calzature e di boutique e la voglia di allargare il discorso: da lì è nato il progetto abbigliamento, all’inizio degli anni Duemila. Abbiamo scelto un posto preciso: né il consumo di massa né l’élite ma un lusso discreto. E l’abbiamo costruito nel tempo, con ricerca e innovazione, fidelizzando chi ci sceglie. All’inizio la sartorialità non era ancora il nostro linguaggio: lavoravamo su volumi morbidi e fluidi, smontando e ricostruendo foulard, sete, gonne messicane. Anche il mondo militare passava da lì, con spolverini e trench che diventavano gonne. La sartoria è arrivata dopo ed è diventata la seconda anima del brand».

Quali sono le influenze che guidano il suo lavoro creativo?

«Da input diversi: una lettura, una mostra d’arte, un viaggio, un piccolo oggetto artigianale. Li raccolgo in una parola chiave e da lì parte un viaggio che porta alla scelta dei tessuti e delle forme. Poi c’è l’archivio: prototipi, pezzi che ho tenuto per anni, cose che sembravano finite e non lo erano. Per Mémoire, l’ultima collezione, sono tornata alle origini. Parto da qualcosa che esiste già e cerco cosa non è ancora diventato».

Quali sono oggi gli elementi che rendono Malloni riconoscibile e diverso dagli altri brand?

«La destrutturazione, prima di tutto: destrutturare, assemblare, portare la sartorialità dentro un mondo più utility. Un collo che si stacca dalla giacca e si sovrappone ad altri capi, per esempio. Poi la texture: mixarle è uno dei nostri punti di forza, insieme ai tessuti sfilacciati che diventano ricamo e alle organze e alle sete su forme morbide».

Ricerca stilistica, qualità e manifattura italiana: come riuscite a coniugare questi valori con le esigenze di un mercato in continua evoluzione?

«Restando vicini al prodotto. I materiali guardano in piccola parte alla storia del brand e soprattutto alla ricerca, alla sperimentazione, all’unicità. Cerchiamo tessuti naturali, di filiere italiane, e progettiamo tessuti unici insieme a una rete di produttori artigiani. Il mercato cambia e dobbiamo tenerlo d’occhio, ma senza perdere ciò che ci distingue, la storia, i valori, il modo di costruire un capo. Mostrare il processo, come un capo nasce e si trasforma, è anche un modo per far capire dove sta il valore».

Quali sono oggi i mercati più interessanti per Malloni?

«Più che contare i mercati, mi interessa essere riconosciuta. All’estero cerchiamo chi apprezza un’eleganza meno ovvia: una donna colta, attenta alla qualità tanto quanto allo stile, che riconosce la lavorazione, la materia, la storia dietro un capo. L’opportunità è questa, farci capire da chi sa guardare, nei luoghi in cui il brand può essere letto per quello che è».

Il gruppo punta a rafforzare la propria identità e a sviluppare una distribuzione sempre più selettiva. Che ruolo avranno il retail e il rapporto diretto con le clienti?

«È il luogo dove il servizio fa la differenza. La nostra cliente ha poco tempo per lo shopping tradizionale e apprezza la consulenza di chi conosce davvero il prodotto. Quando trova un buon capo e un servizio adeguato, torna. Le nostre boutique servono a questo: si tocca, si prova, si vive».

Guardando alle prossime stagioni, ci sono nuove direzioni creative, progetti o collaborazioni che possiamo aspettarci?

«Dopo Mémoire continuerò a lavorare sulla memoria e sull’incompiuto, l’idea di un capo che non è mai davvero finito. La presentazione a 10 Corso Como (locale di Milano, ndr) è già andata in questa direzione: un percorso tra creazione, sperimentazione e rivelazione per portare davanti al pubblico ciò che di solito resta dietro le quinte. Vorrei continuare ad aprire l’archivio e il processo creativo, anche attraverso la comunicazione diretta con la cliente».

Se dovesse immaginare Malloni tra cinque anni, come lo vorrebbe vedere? Qual è il prossimo traguardo che le piacerebbe raggiungere?

«Lo vorrei come un riferimento, in Italia ma anche fuori dai confini nazionali, un marchio che si incontra e si sente subito suo, senza bisogno di spiegazioni. Il marchio della donna colta, che guarda alla qualità tanto quanto allo stile, e che sceglie un capo perché ne capisce il lavoro. Più che crescere, mi interessa essere scelta da chi sa guardare. Il traguardo è che un capo Malloni, tra molti anni, entri nell’archivio di qualcun altro».

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