Elvio Silvagni: «Valleverde resiste grazie alla sua qualità. L’Europa si svegli»
Elvio Silvagni, alla guida dello storico brand di calzature Valleverde

Oltre cinquant’anni di storia, più di 1.300 punti vendita e un marchio che continua a essere riconosciuto dai consumatori. Elvio Silvagni, alla guida di Valleverde (storico brand di calzature rilanciato dalla famiglia Silvagni dopo l’acquisizione avvenuta nel 2015) e a capo con la sua famiglia di Silver1 (gruppo che detiene i marchi Valleverde, Rafting Goldstar e Biomodex), affronta le difficoltà del settore calzaturiero con la concretezza di chi conosce bene il mercato e la passione di chi non ha intenzione di fermarsi.

Tra rincari energetici, consumi in frenata e concorrenza internazionale, il quadro è complesso. Eppure l’azienda mantiene le proprie quote di mercato, puntando su comfort, qualità e rapporto qualità-prezzo. La preoccupazione, però, riguarda l’intera filiera italiana, sempre più fragile.

Silvagni, quali sono oggi le principali difficoltà per un’azienda calzaturiera?

«Il costo dell’energia è diventato pesantissimo. E anche il gas. Il problema è che non possiamo trasferire subito questi rincari sui prezzi, perché raccogliamo gli ordini con sei mesi di anticipo. Oggi produciamo articoli venduti quando questi aumenti non c’erano ancora. A questo si aggiungono gli oneri assicurativi, la revisione contabile, le tasse e i rincari delle materie prime».

Nonostante tutto, Valleverde mantiene le proprie quote di mercato.

«Sì, ma non riusciamo a crescere. Il nostro settore ha perso oltre il 20% in tre anni e mantenere le posizioni è già un risultato. I negozi sono in difficoltà, i consumatori comprano meno scarpe e cercano prodotti più economici. Abbiamo visto diminuire il prezzo medio delle calzature vendute. Anche il lusso, che sembrava più resistente, sta attraversando un momento complicato».

Comfort, qualità e accessibilità sono i vostri punti di forza. Come rispondete a un consumatore sempre più attento al prezzo?

«Cerchiamo di proporre prodotti più economici, ma abbiamo dei limiti: non possiamo compromettere la qualità. Valleverde punta soprattutto sulla pelle, mentre una parte importante del mercato è occupata da calzature sintetiche provenienti dall’Estremo Oriente, con prezzi molto competitivi. È una concorrenza difficile per chi produce in Italia».

Che cosa avrebbe dovuto fare l’Europa?

«Garantire condizioni commerciali più equilibrate, introducendo regole di reciprocità. Oggi percepiamo un forte squilibrio negli scambi con la Cina. Il problema non riguarda soltanto le scarpe, ma anche l’automotive e altri settori industriali. L’Europa fatica a reagire con una strategia comune. Sono anni che dico che bisogna svegliarla, ma ho la sensazione che continui ad addormentarsi».

Nel 2025 Valleverde ha aumentato le vendite dell’8%, senza una crescita equivalente del fatturato. Che cosa prevede per il 2026?

«Probabilmente venderemo qualche prodotto in più, ma manterremo sostanzialmente il fatturato. Per un’azienda, in questo momento, può essere un risultato soddisfacente. Per il mercato, invece, non è un buon segnale. Il nostro prodotto è valido, piace per il look, la comodità e la calzata. Ma dobbiamo guardare anche al settore nel suo complesso: stanno chiudendo tanti fornitori e rischiamo di perdere competenze e imprese fondamentali per la filiera».

Continuate a partecipare al Micam, anche se le modalità di vendita sono cambiate. Quanto conta ancora la fiera?

«Noi abbiamo rappresentanti in ogni Regione italiana e cominciamo a vendere con largo anticipo. Per il Micam di settembre, per esempio, avevamo iniziato già ai primi di luglio. Quando arriviamo in fiera, gran parte degli ordini è già stata raccolta. Partecipiamo perché siamo Valleverde e riteniamo importante esserci, incontrare le persone e mantenere i rapporti. Ma oggi è più difficile anche sviluppare nuovi mercati: la Russia è diventata complicata a causa della guerra, il Medio Oriente è condizionato dalle tensioni e gli Stati Uniti hanno introdotto nuovi dazi. Per questo ci concentriamo soprattutto sull’Italia e su una parte dell’Europa».

Come si può rinnovare un marchio storico e parlare alle nuove generazioni?

«È complicato. Molti giovani non distinguono più una scarpa in pelle da una sintetica e scelgono soprattutto le sneaker, spesso prodotte in Estremo Oriente. Noi cerchiamo di aggiornare le collezioni senza snaturare le nostre caratteristiche. Quando abbiamo acquisito Valleverde, il marchio si rivolgeva soprattutto a un pubblico sopra i quarant’anni; oggi siamo riusciti a raggiungere anche consumatori sopra i trent’anni. Svecchiarlo ulteriormente non è semplice, ma continuiamo a lavorarci».

Quali sono le tendenze che vi influenzano maggiormente?

«Siamo molto condizionati dal clima. Quest’anno abbiamo venduto tantissimi sandali grazie a un’estate lunga e calda, mentre le scarpe chiuse hanno sofferto. Dobbiamo osservare attentamente le abitudini dei consumatori e adattare le collezioni: ogni stagione ha prodotti che funzionano meglio di altri».

Valleverde propone anche borse e piccola pelletteria. È una strategia su cui puntate?

«Valleverde aveva già borse e piccola pelletteria quarant’anni fa. Era un precursore, con una gamma completa. Oggi molti marchi ampliano la propria offerta perché è il mercato a richiederlo. Noi avevamo intuito questa direzione, ma è fondamentale restare coerenti con l’identità del brand».

E per il futuro dell’azienda?

Ho 74 anni e mio figlio ha intrapreso un’altra strada: lavora in banca in Svizzera e ha costruito lì la sua famiglia. Ci hanno già chiesto se siamo interessati a vendere il marchio o l’intera attività. Ma, finché mi diverto, voglio andare avanti. Stare a casa senza fare niente non sarebbe da me».

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