L’ultimo insulto: «Vannacci è un putiniano»
Fabrizio Cicchitto (Imagoeconomica)
Dopo aver trattato il militare da omofobo e razzista, ora la sinistra si affida all’ex berlusconiano Fabrizio Cicchitto che, su «Repubblica», allude a legami con Mosca. Un’accusa, dopo l’invasione dell’Ucraina, ormai diventata l’arma suprema per squalificare l’avversario.

L’ultimo insulto è «putiniano». Non paghi di averlo descritto come omofobo e razzista (quando nel suo libro non c’è nulla di omofobo e razzista, parola di Lucetta Scaraffia), ora il generale Roberto Vannacci è stato arruolato a forza nelle truppe dello zar russo. Intervistando Fabrizio Cicchitto, il quale essendo stato berlusconiano per anni è stato bandito dalle sue pagine, Repubblica lancia la tesi che dietro l’autore del Mondo al contrario ci sia la mano dei servizi segreti russi, i quali avrebbero gonfiato il caso per spaccare la maggioranza di centrodestra unita nel sostenere l’Ucraina. A dire il vero, il caso è stato gonfiato dalla stessa Repubblica, che non più tardi di una decina di giorni fa lanciò l’allarme dopo aver scoperto che il libro era in testa alle classifiche dei saggi più venduti online. «L’obiettivo è piazzare elementi contrari all’ortodossia atlantica al prossimo europarlamento. Del resto, le cose scritte dal generale sulla Russia sono abbastanza nette», ha spiegato l’ex presidente della Commissione esteri della Camera. Già socialista e forzista, Cicchitto si dichiara tra i pochi berlusconiani contrari a intessere relazioni con Mosca e per questo denuncia il pericolo di pericolose infiltrazioni di ambienti vicini al Cremlino. «Non credo si possa derubricare il tutto a un generale scombinato. Questa persona faceva delle operazioni speciali, non è uno sprovveduto. Per questo dico che ci vedo una mano, un disegno». A confermare la tesi, secondo l’ex parlamentare, sarebbe poi lo spostamento di Vannacci alla guida dell’Istituto geografico militare dopo la sua esperienza all’ambasciata russa. «Con quel curriculum così di livello lo si voleva mandare in esilio, non ci si fidava di lui e lì non poteva fare danni». Insomma, dopo avergli dato dell’omofobo e del razzista, oltre che averlo liquidato come pazzo esaltato, ora si accusa il generale di aver venduto l’anima a Putin. Anzi, di essere una sua quinta colonna. Vannacci, dopo una carriera ai massimi livelli in missioni operative, come riconosce lo stesso Cicchitto, non è finito in castigo, a dirigere un ufficio periferico dove ci si occupa di cartografia, perché ha denunciato il silenzio dei suoi superiori sui rischi delle munizioni all’uranio impoverito, come dicono in molti (tra cui l’ex ministro della Difesa Elisabetta Trenta). No, la faccenda delle nostre truppe mandate al macello, senza protezioni adeguate e dunque condannate, non c’entra nulla secondo il quotidiano di casa Agnelli con la rimozione del generale. L’ufficiale era nel mirino perché, quando ha svolto il servizio di addetto militare presso l’ambasciata di Mosca nel febbraio del 2021, non ha dichiarato guerra a Putin, ma anzi aveva posizioni favorevoli nei confronti del presidente russo. Insomma, senza che nessuno abbia mai contestato il servizio prestato in missioni estere, a Vannacci viene cucito un vestito su misura, accusandolo di filo putinismo, che dopo l’invasione dell’Ucraina è peggio che essere definito un no vax. Non si discutono le sue idee, né si contestano le tesi sostenute nel suo libro: si passa direttamente a demolirne la credibilità. E così, dopo le farneticazioni, gli si imputa il tradimento a favore di una potenza straniera.

È tutto? No, perché su un altro fronte, quello del Corriere della Sera, si scopre che il generale non è un accademico della Crusca, perché il suo libro contiene «errori di ortografia, fonti non citate, refusi e riferimenti non contestualizzati». Un linguista (il professor Massimo Arcangeli) infatti si è preso la briga di fare le pulci al Mondo al contrario ed è giunto alla conclusione che a essere all’incontrario è soprattutto l’italiano. Secondo il docente, siamo di fronte a «“un’accozzaglia di luoghi comuni malamente assemblati, con l’aggravante di interi passi prelevati più o meno alla lettera da svariate fonti». Il professor Arcangeli, che lo scorso anno si candidò con il partito di Luigi De Magistris, è un eccellente linguista e capisco la sua reazione di fronte ad alcune frasi del libro. Io stesso, una decina di giorni fa, quando il caso finì sulle prime pagine dei giornali, scrissi un articolo in cui spiegavo che essere un bravo generale (com’era considerato l’ex capo della Folgore prima dello scandalo) non equivale a essere un bravo scrittore. E aggiungevo che l’opera prima dell’ex comandante non sarebbe di certo entrata a far parte dei testi fondamentali della letteratura italiana. Vannacci non è Manzoni, ma neppure Montanelli. È semplicemente un ufficiale che ha messo nero su bianco le sue opinioni, senza avere la pretesa di aver fatto un capolavoro. Ciò che colpisce però è che «un’accozzaglia di luoghi comuni malamente assemblati», come la definisce Arcangeli, sia riuscita a imporsi come un’assoluta novità del pensiero politico italiano. Vannacci non ha scritto niente di nuovo e niente che già non si sapesse. Semplicemente, ha scritto cose di buon senso e questo ha avuto l’effetto di un sasso nello stagno. Il sasso non è bello, né elegante: è solo un sasso. Che però fa schizzare l’acqua nello stagno. E fa impazzire chi vorrebbe lasciare tutto così com’è.

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