Re Mattarella esonda dal ruolo. L’Italia è diventata una monarchia?
Sergio Mattarella (Imagoeconomica)
L’interventismo del Colle per limitare l’azione dell’esecutivo sta modificando la Repubblica. Un’operazione iniziata con Oscar Luigi Scalfaro, esplosa con Giorgio Napolitano e perfezionata dall’attuale inquilino. Una prassi pericolosa.

Ma quando la nostra Repubblica si è trasformata in una monarchia, per di più neppure troppo costituzionale? Probabilmente l’inizio di questo processo è stato con Oscar Luigi Scalfaro, il primo capo dello Stato che, seppur velatamente come nel suo stile, ha brigato per condizionare i governi e, almeno in un caso, quello del primo governo Berlusconi, favorirne la caduta. Dopo il Campanaro, l’uomo del «non ci sto» a farsi processare – mentre tutti gli altri invece dovevano starci -, venne Carlo Azeglio Ciampi che, in maniera più discreta e meno proterva, ha proseguito l’opera, mettendo becco tramite i suoi uffici in scelte che avrebbero dovuto essere di competenza dell’esecutivo. Tuttavia, è con Giorgio Napolitano che l’opera si è compiuta e abbiamo avuto la trasformazione del nostro Paese in Repubblica presidenziale senza l’elezione diretta del presidente della Repubblica.

L’ex esponente del Pci, che applaudì l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Armata rossa, non fu solo il primo comunista a divenire capo dello Stato, fu anche il primo presidente a ottenere il bis, occupando per nove anni il Quirinale. Non starò qui a ricordare tutte le invasioni di campo all’epoca del suo mandato: credo sia sufficiente citare le manovre con cui agevolò la caduta di Berlusconi nel 2011. Le testimonianze degli interventi a gamba tesa, sussurrati nei corridoi della residenza presidenziale o giunti tramite secche telefonate, sono numerose e ampiamente riportate. Marco Travaglio, a un certo punto, sul suo giornale prese a chiamarlo Re Giorgio e già da lì si capiva che stavamo scivolando nella monarchia.

Però, forse, è con Sergio Mattarella che il sistema si è perfezionato e, nel disbrigo di molte faccende, il capo dello Stato e gli uffici del Quirinale si sono sostituiti all’autorità politica, indirizzando atti legislativi e nomine. Sussurri e ordini, parole suadenti e disposizioni vincolanti. Ormai Mattarella non si fa più alcun problema a dire quasi ogni giorno il contrario di ciò che dice il presidente del Consiglio. Ma, soprattutto, al Quirinale non si fanno scrupolo di nascondere le pressioni per far cambiare leggi e decreti. I giornali ne scrivono apertamente e dal Colle non arriva mai alcuna smentita. Nel caso delle misure per evitare che la magistratura renda inefficace l’accordo con l’Albania, i quirinalisti, rara specie giornalistica che vive attaccata al potere nutrendosi di parole appena accennate senza mai svelare chi davvero le abbia pronunciate, descrivono operazioni di cesello per smussare e cancellare ciò che del decreto non era gradito al sovrano.

Già, perché Mattarella è praticamente un monarca e i primi a definirlo tale sono i ministri che con lui hanno a che fare. Sebbene la Costituzione assegni al presidente della Repubblica poteri limitati e quasi una funzione di rappresentanza, il ruolo di capo dello Stato con lui è diventato decisivo nella vita del Paese. Il suo potere è intangibile e solo pensare a una riforma che consegni al premier la nomina e la revoca dei ministri, cosa che anche un sindaco può fare con i suoi assessori, è presentata dai corazzieri della stampa come un atto eversivo, in quanto farebbe ombra al Colle.

Quando fu rieletto, Mattarella si affrettò a chiarire che il suo mandato non era a scadenza. A differenza di Napolitano, lui non aveva alcuna intenzione di farsi da parte prima di altri sette anni. Sette più sette. In nessun Paese occidentale un presidente rimane tale per un periodo così lungo. In America l’inquilino della Casa Bianca, che al contrario di quello del Quirinale viene votato dai cittadini, dopo quattro anni può essere mandato a casa. E in Francia il presidente resta in carica cinque anni e può essere riconfermato per altri cinque, se i francesi lo votano. Un periodo analogo è previsto in Germania e anche in Grecia. In pratica, nelle democrazie occidentali, che ci sia l’elezione diretta da parte del popolo o che il capo dello Stato sia nominato dal Parlamento, nessun presidente può rimanere in carica più di dieci anni.

Da noi il limite avrebbe dovuto essere sette ma, grazie a Napolitano che aprì la strada, siamo arrivati a nove e probabilmente con l’attuale presidente raggiungeremo i 14, ossia un tempo lunghissimo che abbraccia tre legislature e consente la nomina di diversi giudici costituzionali e senatori a vita, oltre a vedere passare un numero indefinito di governi (Mattarella ne può già contare sei). La Costituzione italiana, che secondo Roberto Benigni è la più bella del mondo (almeno fino a che Matteo Renzi non provò a modificarla), non aveva previsto tutto ciò. E forse non lo avevano previsto neppure i partiti che votarono prima Napolitano e poi Mattarella. Oggi, però, siamo in questa situazione. L’Italia è diventata una Repubblica presidenziale senza l’elezione diretta del presidente. Una trasformazione spuria e non dichiarata che sta cambiando la democrazia in una monarchia. Forse è il caso di parlarne, prima che sia completato il percorso.

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