Litigare con l’Europa non andava bene, come pure spendere fino ad arrivare a un deficit del 2,4 per cento. Per settimane editorialisti e professori in cerca di notorietà ci hanno spiegato gli errori del governo sovranista, calcolando in miliardi e miliardi i danni già provocati dalla politica irresponsabile del duplex Matteo SalviniLuigi Di Maio. E adesso?

Ora che Giuseppe Conte pare aver trovato la quadra con Jean Claude Juncker e compagni, accettando di ridurre il deficit al 2,04, ossia 0,36 punti in meno di quelli preventivati? Beh, ovvio, non va bene lo stesso. Anzi, alla maggioranza è addossata la nuova responsabilità di aver calato le braghe. Così, sui giornaloni, i grillini e i leghisti vengono messi nel mirino per aver alzato bandiera bianca e ceduto di fronte ai diktat dell’Unione europea. La resa, scrivono, avrebbe fatto imbestialire i relativi elettorati, che adesso inonderebbero di mail di protesta i siti dei due partiti di governo. Insomma, anche accondiscendendo a parte delle richieste che gli stessi editorialisti e professori da settimane suggerivano, Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno sbagliato ogni cosa e sono destinati a finire male.

Naturalmente ho distillato per voi il succo di molti pensosi commenti, nei quali prima si dice che l’armistizio raggiunto a Bruxelles è un bene per l’Italia (Repubblica) e poi però si liquida la manovra come un guscio vuoto (sempre Repubblica). L’accordo sarebbe un non accordo. Un modo per prendere tempo. Una manovra inutile (Repubblica of course). Neanche l’aiuto ai poveri convince, mentre per i giovani, nonostante la promessa di un reddito di cittadinanza, «non c’è un euro». Risultato: è tutto sbagliato e tutto da rifare.

Certo, ma questo sarebbe stato scritto anche se l’esecutivo avesse ottenuto il risultato di indurre Bruxelles a digerire la manovra così come era stata cucinata da Palazzo Chigi. Perché in fondo non è tanto ciò che Salvini e Di Maio hanno portato a casa dopo quasi due mesi di braccio di ferro, ma a non andare giù è proprio il fatto che ci siano loro al governo e che il loro esperimento rappresenti il primo vero tentativo di rompere uno schema di gioco europeo che negli anni non ci ha favorito.

Già, perché quella raggiunta l’altra sera dal presidente del Consiglio non è proprio una resa, ma semmai una mediazione. E per comprenderlo basta riflettere su due fattori. L’Ue, per il 2019, avrebbe voluto che l’Italia riducesse il deficit sotto l’1%, ossia tagliasse tutte o quasi le sue spese, evitando di sostenere l’economia o anche solo di investire in qualche opera pubblica. Naturalmente anche Bruxelles sapeva che difficilmente sarebbe stato possibile indurre il nostro Paese a un taglio così secco, anche perché questo avrebbe avuto un impatto sul Pil. Senza un po’ di fondi pubblici, la macchina sarebbe rimasta a secco. Dunque, l’Europa era pronta a sottoscrivere una manovra che avesse un deficit intorno all’1,5 del Prodotto interno lordo, ma diciamo che ci avrebbe concesso anche l’1,6. Come si sa, Salvini e Di Maio, invece, avevano ben altro obiettivo e per loro era irrinunciabile il 2,4 o per lo meno questo è ciò che hanno dichiarato fino a pochi giorni fa. Chiunque sia esperto di negoziazioni, anche solo quando in un negozio si voglia ottenere uno sconto, sa che si deve puntare in alto per poi riuscire ad arrivare a un punto d’intesa. Se chiedi dieci forse porti a casa cinque. Se chiedi cinque se ti va bene ottieni 2,5. Il duplex legastellato ha chiesto il 2,4 e incassa 2,04 contro l’1,6 che piaceva all’Ue. Dunque i due contendenti semmai hanno pareggiato: fino all’ultimo Bruxelles ha indicato come linea del Piave l’1,9. Poi è arretrata oltre il 2. Dunque, più che una resa, si tratta di una mediazione. Se buona o pessima lo vedremo.

Un secondo fattore però induce a non credere alla tesi della disfatta. Ossia che Pierre Moscobibì, il cagnolino di Emmanuel Macron, commissario agli Affari propri, non è contento e continua ad abbaiare. Se avesse scodinzolato avremmo avuto motivo di credere che le cose fossero andate diversamente, ma siccome ringhia…

Ultime osservazioni: nelle scorse settimane i soliti editorialisti da passeggio e i professori da carrello dei bolliti ci hanno spiegato che l’Italia aveva già perso 6 miliardi per lo spread, mentre le rate dei mutui erano schizzate alle stelle. Ora, complice Bankitalia, si scopre che i tassi sono rimasti stabili e nessuno ha pagato di più e così i suddetti giornalisti e docenti si consolano con una perdita causa spread di 1 miliardo. Insomma, l’Italia non ha perso quello che si diceva. Così come i commentatori a gettone non hanno perso l’abitudine di raccontare balle.

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