L’Anm si vede già senza poteri e recluta perfino Bennato contro la riforma
Edoardo Bennato (Ansa)
Le toghe arruolano l’artista, un tempo anti sistema, per difendere lo status quo. Neanche Falcone e Borsellino vengono risparmiati.

I vertici dell’Anm mi pare siano un po’ confusi. Infatti, non solo sostengono che con la riforma della giustizia i pm sarebbero indeboliti, quando invece perfino alcuni dei testimonial per il No al referendum, come Gherardo Colombo, arrivano a sostenere il contrario. E cioè che separando le carriere dei giudici da quelle dei pubblici ministeri questi ultimi ne uscirebbero rafforzati.

Ma di recente, in favore dell’abrogazione della legge Nordio, hanno addirittura arruolato un cantante lontano dagli schieramenti destra-sinistra come Edoardo Bennato. L’interprete di Burattino senza fili è stato invitato al convegno dell’Anm, forse perché il presidente del sindacato delle toghe, Cesare Parodi, è un suo fan. Sta di fatto che la presenza del cantautore si è trasformata in un’adesione alla battaglia contro la riforma Nordio. Peccato che Bennato quasi mezzo secolo fa abbia messo in musica la favola di Collodi, con un giudice che ha le sembianze di un «vecchio scimpanzé», e abbia scritto e cantato le strofe di un magistrato che dispone la carcerazione degli innocenti, degli onesti e di chi «non ha mai sgarrato».

Un inno contro il sistema, che si conclude con l’arresto dello stesso giudice. Insomma, non proprio un manifesto in favore della categoria, ma semmai il suo contrario. Però al convegno dell’Anm Bennato ha detto che quello delle toghe è uno dei mestieri più complicati, «il più rischioso, il più ingrato e delicato». Basta questo per iscriverlo d’ufficio contro la riforma che separa le carriere e impone il sorteggio dei componenti del Csm? Non mi pare che il musicista che ha cantato In fila per tre e Cantautore contro il conformismo si possa trasformare in un testimonial del conformismo pro magistrati. Ma che, pur di avvicinarsi alla gente, l’Anm sia costretta a ricorrere a un cantautore amato dalla gente la dice lunga su quanta distanza ci sia oggi tra toghe e opinione pubblica. Settimane fa, per cercare di accreditare l’idea di una impopolarità della riforma Nordio, la stessa associazione ha fatto circolare un sondaggio che dava in risalita il consenso della magistratura fra gli italiani. Peccato che la rilevazione somigliasse molto a quella fasulla con cui il Pd, in evidente stato di difficoltà, cercò di accreditare una rimonta nelle Marche del candidato governatore Matteo Ricci. Come si è visto all’apertura delle urne, la riscossa non corrispondeva al vero. Così come non trova riscontro il dato che viene fatto circolare in queste ore dagli esponenti del Partito democratico sulla magistratura. I principali istituti di sondaggi sono concordi: il 60 per cento degli italiani è favorevole alla riforma e le toghe non godono del consenso degli elettori.

Ma nel disperato tentativo di trovare chi abbracci la causa del No alla riforma della giustizia, l’Anm le prova tutte, usando anche Paolo Borsellino, che pur essendo politicamente vicino alla destra, prima di morire nell’attentato di mafia si sarebbe schierato contro la separazione delle toghe. Ma se si deve ricorrere ai morti per discutere di una legge che riguarda i vivi allora bisognerebbe ricordare che Giovanni Falcone, anche lui ucciso dalla mafia, invece non aveva nulla da obiettare contro la divisione dei ruoli (delle promozioni e delle sanzioni) fra pm e giudici. Dunque, che vogliamo fare? Ci spartiamo pure la memoria degli eroi antimafia?

La verità è che al di là dei testimonial, oltre a dire che con la riforma si vogliono mettere i pubblici ministeri sotto l’esecutivo (cosa peraltro non vera, perché semmai, come ha spiegato Colombo, si rischia una maggiore indipendenza dei pm), il sindacato delle toghe non sa andare. Soprattutto non sa spiegare perché sarebbe meglio continuare a consentire l’elezione dei membri del Csm attraverso correnti che ormai somigliano molto a partiti, con le relative clientele. Perché l’elezione dei componenti dell’Alta corte disciplinare attraverso il sorteggio deve essere considerata un pericolo per l’autonomia e l’indipendenza delle toghe? Non c’è una spiegazione. O meglio: ne esiste una sola ed è che togliendo alle correnti il potere di eleggere i propri esponenti si toglie ai ras della magistratura politicizzata il potere di favorire le carriere o di stopparle con provvedimenti disciplinari. In pratica, per chi per anni ha deciso il destino degli uffici giudiziari c’è il rischio di finire «in prigione, in prigione». E, come dice Bennato, che gli serva da lezione.

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