- Mentre Fabio Fazio si finge martire, gli orfani delle ospitate frignano. E, dopo decenni di prediche monocolore, cianciano di censura.
- Nel cda solo Francesca Bria, quota Pd, ha votato contro il neo amministratore. Giampaolo Rossi designato direttore generale. Conferma per «Report», Corrado Augias sarà ridimensionato.
Lo speciale contiene due articoli.
«La Rai senza Fabio Fazio sarà meno Rai». L’effetto lacrima è un fiume in piena, gli orfani del fratacchione si strappano le button down di Brooks Brothers e prefigurano la fine della televisione di Stato. La sintesi iniziale, drammatica nel suo effetto desertificatore, è di Michele Serra, ex autore di Che tempo che fa, sodale di ideuzze e soppressate, primo fazista orfano di colui che (guarda un po’ il caso) lo mandava in onda quasi tutte le domeniche. La sinistra piange per arginare la siccità del pensiero di destra e il cielo è plumbeo a Saxa Rubra, il giorno dopo l’uscita di scena del Conduttore unico delle coscienze. Non resta che abbozzare. Come disse Palmiro Togliatti dopo il famoso strappo: «Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciati». In confronto all’amazzonico effluvio liquido in atto, il funerale del Migliore era una roggia carsica.
Il lirismo con cui gli amici di Fazio lo accompagnano nel viaggio verso Discovery è commovente. «La Rai non gli ha fatto nessuna proposta di rinnovo», «L’autolesionismo è così evidente da rendere ancora più ovvio che non sono i termini aziendali a fare e disfare i palinsesti alla Rai», «Lui ha fatto benissimo ad andarsene per una questione di dignità professionale». Quello dell’ex umorista autonominatosi sociologo è tutto un contorcersi. Ma una considerazione la azzecca: «A muovere le pedine in Rai sono gli interessi di partito». Fermi tutti, questa non l’avevamo mai sentita. Interessi altamente nobili quando si sposano con quelli del Nazareno caro a Serra, con quelli di Matteo Renzi (nella stagione di Antonio Campo dall’Orto e Carlo Verdelli), con quelli del massimalismo rosso rappresentati dall’immaginifico Report. Ma ovviamente ignobili quando un azionista di centrodestra decide di riequilibrare clamorosi sbilanciamenti nella narrazione politica.
A piangere per Fazio sono le tre categorie della sinistra mediatica. Prima categoria. Lui medesimo con una motivazione imbarazzante, «Sono qui da 40 anni», che dovrebbe rappresentare un punto debolissimo per chi ne ha meno di 60 e vede un basilisco della Tv aggrapparsi all’ennesimo contratto milionario, fedele alla massima di Carlo Emilio Gadda: «Coscienze inquiete a stipendio fisso». Quello del day after è un Fazio in piena che, per evitare di fare il martire, fa il martire. «Nessun vittimismo, nessun martirologio, detesto entrambe le forme di autocommiserazione», scrive nella rubrica sul settimanale Oggi. Per poi aggiungere in gramaglie: «Come si sa è cambiata la narrazione ma un professionista la narrazione se la scrive da solo. La politica tutta si sente legittimata dal risultato elettorale a comportarsi da proprietaria della cosa pubblica con strabordante ingordigia». Poi un finale dickensiano: «La sensazione di essere merce pericolosa e non una risorsa della propria azienda non è gradevole». A questo punto il foglio è madido.
Seconda categoria. I compagni di scuderia che si alternano nei pontificali della domenica, come Roberto Saviano e Massimo Giannini, con ospitate a gettone. Il primo è inconsolabile: «Lo ringrazio perché mi ha consentito di raccontare mafia e poesia, calcio ed eutanasia. Miracoli che solo i professionisti veri riescono a fare». Il secondo, direttore de La Stampa più a sinistra della storia, non si capacita e chiama il mancato rinnovo del contratto «L’editto della Garbatella». «Questo è il vero spirito dei patrioti al governo? Occupare, lottizzare, senza mai capire né valorizzare la qualità?». Resta implicito che la qualità sono loro.
La terza categoria è la parrocchietta dei colleghi militanti (Gad Lerner, Corrado Formigli della sezione La7), degli sponsor politici e dei clientes; quell’indistinto magma progressista che cavalca il moralismo scambiandolo per coscienza civile. Quell’élite autonominata e rafferma che da una parte si abbevera al verbo fazista e dall’altra crede di poter condizionare l’opinione pubblica con le mossette di Luciana Littizzetto. Per un illuminante riflesso condizionato, le parole più indignate in arrivo su piazza sono di Peppe Provenzano («Il suo addio rappresenta un danno per il servizio pubblico»), della consigliera Rai piddina Francesca Bria («Una scelta scellerata, una brutta notizia per il Paese»). Con la vetta onirica di Enrico Letta sbilanciato su scenari internazionali: «Il suo addio danneggia l’Italia». Si prevedono un’intemerata dell’armocromista di Elly Schlein e un rialzo dello Spread.
In realtà viene lasciato andare al suo milionario destino un ras potentissimo che da mesi era in procinto di cambiare cavallo e che neppure l’ex ad Carlo Fuortes, non propriamente di destra, ha mai fatto nulla per trattenere. Una posizione sostenuta dal presidente del Senato Ignazio La Russa: «Mi dispiace che non resti, ma la sua è una scelta professionale». Al di là della coccarda a lutto per compiacere il Pd, nei corridoi Rai sono in pochi a rimpiangere l’autore di un programma che l’editore non ha il potere di controllare (e nessun editore al mondo subirebbe una simile sudditanza), confezionato a scatola chiusa dalla sua società L’Officina, con ospiti a senso unico e con la pretesa dell’extraterritorialità anche rispetto alle regole comuni. Durante il Covid negli studi Rai c’era il divieto di far arrivare ospiti in presenza, tranne che nel suo.
Quando si asciugano le lacrime degli ultrà affiora la realtà. In tempi non sospetti l’epitaffio artistico più feroce alla prepotenza docile del fratacchione l’ha vergato il numero uno dei critici, Aldo Grasso. «Se a fine anno qualcuno facesse l’elenco dei libri, dei film, dei dischi delle iniziative culturali presentati da Fazio ne verrebbe fuori la mappa ideale di quella sinistra sentimentaloide che ha trasformato la Storia in patetismo. Buoni fuori ma spietati dentro».
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