Ci è voluta più o meno una settimana, ma alla fine hanno dovuto scomodarsi a leggerlo. Hanno dovuto riporre la copia dell’ultimo Einaudi o di un piccino Adelphi per sfogliare – pensate – il temibile tomo, quello che ormai per tutti è diventato «il libro di Vannacci» (pronunciato come se fosse una parola sola). Repubblica ha dedicato addirittura due pagine al bestseller dell’estate e forse dell’anno, con recensioni affidate a due firme delle più blasonate: Corrado Augias e Natalia Aspesi. Ai quali, premettiamolo subito, va se non altro il merito di aver provato ad approfondire. Chissà, magari la ragione è anagrafica: parliamo di due giornalisti che vengono da un’altra e più grandiosa era, tutto sommato abituati a un minimo di decenza in più rispetto ai loro malcapitati eredi, impegnati per lo più a sputare veleno sui social, un po’ invidiosi e un po’ sdegnati.
Non che i due pesi massimi si siano sforzati troppo a esibire apertura mentale, per carità. L’han letto con difficoltà, il volume, fatica accresciuta dal dalla postura supponente che al solito hanno assunto. Purtuttavia l’hanno sfogliato, che evento.
La Aspesi vuole, dice lei, prenderla sul ridere: una risata liquidatoria, di superiorità. Non trascura d’essere offensiva, chiamando in causa moglie e figlie del generale, le quali avrebbero dovuto – sostiene Natalia – impedirgli di cimentarsi con la scrittura. Però si vede che il militare un filino l’ha conquistata. Lo definisce un bell’uomo, si perde un momento a commentarne lo stile in divisa. Il fascino vuole la sua parte.
Ci prova, la Aspesi, a smontare il caso. Ma non ci riesce. Il massimo che può dire è che Vannacci esprima «idee vecchie», e qui si vede l’istinto del progressista per cui il nuovo va comunque bene, e la storia di sicuro prosegue nella direzione migliore possibile, se opportunamente guidata dalle menti migliori. Di certo non può dire, l’elegante regina della recensione, che il libro sia nazifascita-razzista-antisemita-violento come han fatto i suoi colleghi. Anzi si rifugia in un finale sorprendente: «Non siamo più capaci di ridere, di prendere in giro il mondo, tutto ci offende e non ci lascia speranze. E abbiamo perso tempo con una cosa talmente perditempo e stupida. Perché siamo così spaventati, di cosa abbiamo paura?».
Lei non sembra temere nulla, ma il suo mondo sinistrorso un po’ di fifa ce l’ha. Lo spaesamento di chi si rende conto di non aver più un filo di contatto con il comune cittadino, col popolo. Lo sbigottimento un po’ risentito degli intellettuali che si vedono scalvacati da un libretto auto pubblicato, e che però regola il dibattito politico come nessuno era riuscito a fare negli ultimi anni, se non forse Giorgia Meloni col suo bestseller. Infine c’è la rabbia sorda dei politicanti, i quali si vedono scippata (e da destra!) la possibilità di condurre un’opposizione efficace.
Liquida, la Aspesi, ma più o meno volontariamente affonda la penna nelle trippe tremolanti dei moralmente superiori, tromboni volanti non bene identificati. Augias è appena più austero. Snocciola qualche citazione, s’infervora un poco, si mostra pure lui vagamente offeso. Ma gli tocca concludere senza troppa enfasi, e battendo sugli stessi tasti: il mondo cambia, dice Corradone, tocca farsene una ragione. In pratica, anche lui accusa Vannacci di rimpiangere un mondo che non c’è, e di farlo per conquistare una «Italia spaventata e ingenua». C’è la consueta spocchietta, come no. Ma i roboanti paroloni sul nazifascismo restano a riposo: si capisce da Repubblica che Vannacci non s’è arruolato nelle SS, e questo – se permettete – è un fatto politico. Perché sbriciola in larga parte l’edificio di mistificazioni e falsità costruito attorno al libro, al suo autore e alle posizioni che esso manifesta.
C’è da vedere, dunque, l’aspetto positivo: se a Repubblica han scomodato i due senatori a vita, significa che hanno dovuto loro malgrado prendere atto di una realtà concreta. Non hanno potuto ignorare il fenomeno che loro stessi – con un primo e furente articolo – hanno contribuito a creare (alla faccia di chi insiste a vagheggiare complotti). Hanno ceduto il passo: stavolta, il dibattito non lo guidano i progressisti.
E non è finita. Perché alla lettura del prezioso manoscritto s’è dedicata anche Lucetta Scaraffia, che ne ha scritto per La Stampa. Va detto: in questo caso la firma non è solita adeguarsi alla corrente, si è ritagliata una bella indipendenza di pensiero e di certo non la si può ficcare a forza nel gregge liberal. Che però La Stampa, versione più radical di Repubblica, mostri in prima pagina una simil difesa di Vannacci è rilevante. La Scaraffia non è entuasiasta del prodotto, intendiamoci. Lo trova a tratti banale, e vuol vedere nel generale un uomo di confuse letture e traballante cultura. Eppure eccola lì a mettere nero su bianco che il libro non è omofobo e razzista, che non andrebbe demonizzato, che andrebbe discusso perché rappresenta il pensiero di molti. Che è poi ciò che, molto più modestamente, si è provato a suggerire da queste colonne negli ultimi giorni. Noi, in effetti, a scrivere che il saggio avrebbe meritato rispetto e approfondimento lo abbiamo scritto da subito. E sapete perché? Perché ci siamo presi la briga di leggerlo prima di giudicarlo. E perché, a differenza di ciò che ritengono gli sfavillanti progressisti, riteniamo che anche le opinioni che loro definiscono «banali» e «antiquate» abbiano diritto di cittadinanza. Vero: queste opinioni non sono in linea con questo tempo e i suoi mutamenti. Ma a ben vedere, il punto è esattamente questo, che vi piaccia o no. Non si tratta di paura, bensì di rifiuto, e fa tutta la differenza del mondo.
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