Va dato atto alla Cattedrale sanitaria di aver saputo riconvertirsi con grande prontezza. I suoi profeti in servizio permanente – pur non dimenticando affatto gli argomenti più strettamente pandemici – hanno intuito che la popolazione cominciava ad averne le tasche piene degli allarmi sulla diffusione dei virus, così si sono gettati con riflesso fulmineo su un altro grande tema: i finanziamenti al comparto sanitario.
Ovviamente si sono svegliati tutti soltanto ora, approfittando della presenza di un nuovo governo che è concesso contestare, lamentando in coro la carenza di medici e di posti nei pronto soccorso. Giusto ieri Antonella Viola sulla Stampa parlava di «un allarme che va lanciato a gran voce e riguarda il futuro della sanità pubblica». La dottoressa ha scoperto che il sistema sanitario nazionale è «un malato grave», che il personale manca, gli specialisti non ci sono, i medici di base non sono sufficienti, i fondi scarseggiano e dunque la manovra «non può puntare a una progressiva riduzione della spesa sanitaria ma deve garantirne l’incremento».
Giuste osservazioni, per carità. Rimane tuttavia discutibile il tempismo. Non ci risulta, infatti, che illustri luminari come la Viola e altri suoi colleghi allarmisti abbiano fatto cenno al disastro del Ssn nei mesi passati: erano troppo occupati a invocare chiusure e restrizioni anche violente. Non uno che abbia avuto il fegato di dire la verità, e cioè che obblighi e limitazioni sono state imposti proprio per non sovraccaricare ospedali martoriati dai tagli e che, dunque, tutto il problema non era epidemiologico bensì finanziario.
Dal 2010 al 2020 sono stati levati di mezzo 110 ospedali e 113 pronto soccorso, sono stati eliminati posti letto a decine di migliaia. Poiché puntare il dito contro le politiche di austerità imposte dall’Unione europea e da altri organismi sovranazionali non era conveniente (per la carriera dei singoli espertoni e per tutto il sistema politico-mediatico) si è preferito fare pagare il conto agli italiani, con particolare accanimento sui presunti no vax, utilizzati come capri espiatori al fine di proteggere un sistema marcio.
Adesso al danno si aggiunge la presa per i fondelli. Coloro che hanno alimentato la discriminazione, onde coprire le passate magagne, adesso si destano e fanno baccano, accusando l’attuale esecutivo di voler ridurre le risorse. Se questi fenomeni fossero davvero interessati a una soluzione rapida (non sufficiente ma comunque opportuna) del problema della mancanza di risorse, correrebbero a dare man forte al ministro Orazio Schillaci.
Quest’ultimo, con uno scatto di orgoglio e coraggio ammirevole, ha messo sul tavolo la questione centrale di questi giorni: la spesa per i vaccini. Perché dovremmo continuare a spendere cifre enormi, di cui nemmeno conosciamo la reale entità dato che tutti i dettagli sono segreti, a beneficio di case farmaceutiche i cui dirigenti si rifiutano persino di presentarsi in audizione al Parlamento europeo (vedi Albert Bourla di Pfizer)? Perché dobbiamo destinare soldi che potrebbero essere usati per aprire nuovi reparti all’acquisto di dosi non necessarie? Guarda caso, nessuno dei progetti sanitari in circolazione osa toccare questo tasto.
In compenso, sono già fin troppi quelli pronti a suggerire il ricorso al Mes, presentandolo come uno strumento utile a colmare le falle sistemiche. Lo dice anche la Viola, spiegando che si dovrebbe discutere sulla strategia più utile ad aumentare gli investimenti: «Il modo per farlo, se rivedendo il Pnrr o aprendo sul Mes o attraverso altre strategie, può essere oggetto di dibattito», concede la studiosa, bontà sua. Viene da sperare che la professoressa ignori che cosa sia davvero il Mes e come lei lo ignorino gli altri che le evocano in queste ore. Pensare che sia una soluzione ai problemi causati dalla austerità è come credere di poter pagare un debito con gli usurai rivolgendosi a un usuraio che applica interessi più elevati, cioè ritenere di curare la malattia con più potenti dosi di veleno.
Sfugge ai più, in aggiunta, che anche ulteriori prestiti a strozzo concessi all’Italia da queste opache istituzioni produrrebbe una iniezione di liquidi una tantum che potrebbe servire a pagare professionisti della salute o interventi sui reparti per un periodo limitato di tempo. Poi, scaduti i termini, chi si farebbe carico dei costi? Toccherebbe allo Stato pagare, ma lo Stato dovrebbe procedere a ulteriori tagli proprio per rifondere il prestito ricevuto. Insomma la voragine si allargherebbe, e il cappio attorno al nostro collo si stringerebbe ulteriormente.
Forse è il momento di rendersi conto di quale sia il modello di pensiero che da anni guida le scelte in materie di sanità a livello globale. Da una parte si procede a tagli micidiali, costringendo la popolazione ad aver servizi peggiori o a rivolgersi ai privati pagando (direttamente o tramite tassazione). Dall’altra parte, si preme su azioni cosiddette preventive che in pratica si traducono nella somministrazione di farmaci ai sani onde evitare che si ammalino (è in questa direzione che va la tecnologia Rna).
Il meccanismo non funziona, a ben vedere: la prevenzione è più che blanda, le malattie non si eliminano ma nel frattempo si ingrassano aziende private di vario tipo e si compiacciono gli organismi sovranazionali, magari delegando alla Ue ulteriore responsabilità di spesa sulla sanità. Ebbene, o si contesta questo sistema o lo si appoggia: tertium non datur. Legittimo appoggiarlo, per carità, ma chi lo sostiene potrebbe almeno evitare di fingersi interessato al benessere collettivo: le fregature ce le aspettiamo, dell’ipocrisia siamo un po’ stufi.
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