Alla fine Netanyahu rimarrà al centro della scena in Israele
Benjamin Netanyahu (Getty Images)

Se a Gerusalemme ci fosse il Melonellum, la coalizione di maggioranza uscente sarebbe di nuovo saldamente al comando. In attesa di conoscere i numeri del voto postale (non un dettaglio: sono centinaia di migliaia gli elettori che hanno diritto a esprimere così la loro scelta), le elezioni israeliane non hanno invece un vincitore chiaro: piuttosto un perno attorno a cui ruota praticamente – anche in negativo – ogni ipotesi futura. Questo perno ha compiuto 77 anni dieci giorni fa e si chiama Benjamin Netanyahu.

Nell’annunciata stasi post elettorale, infatti, anche in un Paese che si pensa (e di fatto è) in guerra la politica può diventare molto «italiana»: un gioco di attesa e tensione in cui inevitabilmente partono avvantaggiate due categorie, ovvero i più esperti e coloro che hanno in mano le leve del potere.

Eisenkot e le liste arabe, l’alleanza difficile per mandare a casa il premier

Due caratteristiche comuni al premier in carica, il più longevo della storia dello Stato ebraico. In qualunque caso, infatti, è ancora con Netanyahu che bisogna fare i conti: fallita la spallata (che sarebbe avvenuta solo in caso di 61 voti assegnati all’opposizione), la sua coalizione è senza chiara maggioranza, ma l’unica situazione in cui l’attuale presidente del Consiglio potrebbe essere costretto a lasciare è una difficilissima (ma non impossibile) alleanza tra il 66enne Gadi Eisenkot, leader della sinistra d’opposizione, e le liste arabe, che hanno toccato il record storico di rappresentanza, per quanto il voto postale potrebbe ridimensionarne un po’ il successo (è in gran parte espresso da militari e diplomatici, dunque prevedibilmente da spartire tra le due principali coalizioni).

Un simile accordo cambierebbe il volto politico e socioculturale di Israele, e a renderlo possibile sarebbe solo la comune volontà di superare proprio la stagione di Netanyahu: può bastare per governare? Arduo, ma gli attacchi del premier su presunte irregolarità del voto degli arabi indicano comunque un bersaglio temuto.

La grande coalizione e la staffetta tra Netanyahu ed Eisenkot: le ipotesi sul tavolo

Il secondo scenario è quello della «grande coalizione» in cui il premier in carica potrebbe far valere la sua esperienza nel gioco di nervi sul piano interno e internazionale, in Israele molto difficili da separare.

In questo scenario bisognerà vedere chi si «scompone» prima tra i due blocchi. Per mettersi assieme occorrerà che entrambe le parti paghino qualcosa in termini di alleati (la destra radicale di Smotrich e Ben Gvir potrebbe farne le spese) e di contenuti politici.

Quali? Eisenkot pretenderà probabilmente una commissione d’inchiesta indipendente sul 7 ottobre e uno stop alla riforma della giustizia. E poi, come è giusto che sia, ci sono i ruoli.

Fin dai giorni prima del voto è circolata un’ipotesi molto «mediterranea» di staffetta tra premier, a legittimare un eventuale accordo tra i due poli (o tra le loro principali componenti). Prima Netanyahu (che in questo modo potrebbe continuare a gestire le vicissitudini giudiziarie che lo riguardano da posizione di forza), poi Eisenkot che potrebbe prima farsi le ossa in politica (non ha esperienza di governo) con un ministero di peso.

Alcuni media israeliani hanno addirittura ipotizzato che la rotazione possa essere a tre, coinvolgendo pure Naftali Bennet, oggi leader di un partito alleato di Eisenkot e già alla guida di un breve governo dal 2021 al 2022, proprio prima della vittoria di Netanyahu che aprì questa legislatura.

Herzog prepara le grandi intese: Netanyahu potrebbe puntare anche alla presidenza

Per comporre le tessere di questo complesso mosaico dove l’esito del voto in sé finisce molto relativizzato, servirà tempo, anche se appare quasi impossibile per il presidente della Repubblica Herzog non dare il mandato al premier in carica, che guida il partito e la coalizione che – salvo clamorose sorprese – saranno arrivati primi.

Non solo: nell’accordo potrebbe persino entrare proprio il ruolo più istituzionalmente elevato. Herzog, che ieri ha chiaramente detto che tenterà la strada delle grandi intese, infatti concluderà il mandato a metà 2028, e Netanyahu potrebbe non disdegnare di festeggiare gli 80 anni assiso su quello scranno.

Se falliscono i negoziati, Israele torna al voto: Netanyahu resterebbe al governo

C’è un terzo scenario, anche questo con Netanyahu al centro. Se la paralisi andasse oltre i prossimi tre mesi, e fallisse qualunque tentativo di esplorazione condotto da Herzog, si tornerebbe al voto in primavera inoltrata con un governo ad interim ancora e sempre in mano a chi lo guida oggi.

Un periodo già lungo (e senza diminuzione effettiva di poteri in politica estera) e in cui Netanyahu assisterebbe non solo al Midterm americano ma anche alle elezioni in Spagna, forse anche a quelle francesi (primo turno il 18 aprile) e magari pure italiane.

Dal voto di Midterm alle elezioni europee, Trump può aiutare ancora Netanyahu

Per ovvie ragioni, è soprattutto la tornata del 3 novembre a riguardare da vicino Israele: un Donald Trump azzoppato da un eventuale voto negativo per i repubblicani al Congresso, tuttavia, non pare rappresentare una minaccia esiziale per il governo che ruota attorno al Likud.

Come noto, infatti, la parte finale dei mandati dei presidenti Usa è votata alla politica internazionale, a maggior ragione se il Congresso rende amara la vita della Casa Bianca all’interno.

Magari per una volta Trump potrebbe non trovare così sgradevole seguire le tradizioni. Dal momento che ha detto chiaramente di augurarsi la permanenza di Netanyahu, quest’ultimo ne trarrebbe sicuro beneficio.

Da non perdere

Il magistrato: «Meloni nana borgatara»
Le Firme

Il magistrato: «Meloni nana borgatara»

Dai social di Alessandro Di Cicco, in servizio alla Procura di Roma, insulti al premier, reo di non firmare il dpcm per l’aumento di stipendio alle toghe. Poi la toga denuncia: «Mi hanno hackerato il profilo». L’Anm frigna: «Così sembriamo attaccati ai soldi».