youssef siher
i disordini del 18 ottobre a Milano. Nel riquadro, Youssef Siher (Ansa)

A questo punto c’è almeno una domanda che occorre porsi. Secondo voi, se qualcuno scrivesse pubblicamente – sui suoi profili social e nei suoi articoli online – che bisogna disarticolare la democrazia, che occorre affondare lo Stato liberale per condurre una rivoluzione reazionaria esplicitamente orientata contro le sinistre e chi le sostiene, che tipo di carriere potrebbe mai fare?

Se ci fosse qualche pensatore e attivista radicale che partecipasse a convegni invitando alla rivolta destrorsa e violenta, a vostro parere potrebbe collaborare con importanti quotidiani e avere a che fare con illustri esponenti della cultura italiana?

Gli interrogativi sono quasi retorici, perché sappiamo benissimo che chiunque esponesse posizioni del genere sarebbe trattato come un paria. Del resto si viene banditi da festival e rassegne per molto meno, vengono cancellati eventi e presentazioni di libri che nemmeno lontanamente inneggiano alla insurrezione globale, solo perché qualcuno li considera in odore di fascismo.

Youssef Siher, dal Fatto Quotidiano alle accuse di sovversione: una carriera senza ostacoli

Invece uno come Youssef Siher, a trent’anni, è riuscito a costruirsi tutto sommato un bel curriculum. Firmava sulla versione digitale del Fatto quotidiano, aveva studiato in prestigiose università, si era formato in autorevoli centri di ricerca. Aveva forse una doppia vita?

Forse dissimulava abilmente le proprie idee? Mica tanto. Anzi diffondeva ovunque proclami e analisi non esattamente morbide. Non faceva mistero proprio di nulla.

«La rottura con l’ordine costituito fondato sull’imperialismo occidentale non può essere pensata come un semplice evento politico o come l’esito di una dinamica riformista interna al sistema imperialista stesso», scriveva – piccolo Lenin – su Substack a gennaio.

«Essa presuppone, prima ancora, una frattura più profonda: una rottura ontologica, cioè una messa in discussione radicale del modo in cui l’Occidente – con le sue strutture, le sue istituzioni, i suoi partiti di sinistra, i suoi sindacati e i suoi movimenti rivoluzionari – concepisce sé stesso, il mondo e la propria posizione di dominio al suo interno.

Tale rottura ontologica non è però pensabile senza una precedente rivoluzione epistemologica, capace di scardinare i dispositivi cognitivi, morali e politici attraverso cui l’Occidente ha storicamente legittimato il proprio potere».

La rivoluzione contro l’Occidente: le idee radicali diffuse da Siher

Chiaro: occorre scardinare l’intero Occidente, motivo per cui «la rivoluzione, quando avverrà, non sarà una rivoluzione dell’Occidente, ma una rivoluzione contro l’Occidente – e, quindi, inevitabilmente contro tutte le sue componenti».

Parole come queste non suonano affatto inedite o sorprendenti. Anzi, sinceramente ci appaiono molto vicine allo standard della produzione culturale della sinistra radicale e post comunista europea.

Per chiunque volesse entrare in una libreria e farsi un giro tra gli scaffali delle sezioni di geopolitica o attualità, non sarebbe affatto difficile trovare numerosi volumi gonfi di analoga retorica, di toni sostanzialmente identici, di idee del tutto sovrapponibili.

Ci sono fior di cattedratici, in Europa e negli Stati Uniti, che pubblicano articoli del medesimo tenore, che teorizzano la disarticolazione dell’Europa, la distruzione delle sue strutture oppressive bianche e etero patriarcali. Senza nemmeno bisogno di scomodare la Palestina e l’islam. L’odio per l’Europa, la sua identità ancestrale e le sue tradizioni è del tutto sdoganato, anzi continua a essere di moda.

Intendiamoci: qui non stiamo sostenendo che si dovrebbe impedire a chicchessia di proferire bestialità come quelle dette da Siher.

Intellettuali di destra censurati, Siher difeso in nome della libertà di espressione

Lo precisiamo perché qualcuno – proveniente dalla sinistra cosiddetta moderata (Lia Quartapelle del Pd, tra gli altri) – in queste ore si è molto speso a difesa della libertà di espressione di Youssef. E, per carità, concordiamo: lungi da noi immaginare censure. Non pensiamo che bastino un po’ di frasi deliranti per fare un terrorista.

Ci limitiamo tuttavia a chiedere: perché si chiede la mordacchia persino per intellettuali e editori blandamente di destra mentre non ci si scandalizza per le uscite di Siher?

La risposta la sappiamo: perché sputare sull’identità europea e italiana è uno sport molto diffuso e profittevole. Si passa per intellettuali acuti e ribelli, di fatto si abbraccia il pensiero prevalente. Il caro Youssef altro non è che un woke che ha voluto passare dalla teoria alla pratica. E questo, più di molti altri aspetti della sua vicenda, ci dovrebbe preoccupare.

Youssef Siher non è un emarginato, una vittima del disagio sociale.

È nato in Italia, ha avuto la migliore istruzione possibile, e non diversamente da migliaia di altri è uscito dall’alta formazione con le idee che conosciamo e che ha tentato a quanto sembra di mettere in pratica.

L’odio anti-europeo fa carriera: il ruolo di università e case editrici

Negli anni le agenzie culturali e formative occidentali hanno prodotto esattamente questo: gente che disprezza questa parte del mondo.

Non il sistema economico, non uno schieramento politico: l’identità stessa del continente. Questa gente fa carriera, si afferma, ottiene spazi e agibilità politica. Non è esattamente il mainstream, ne è una variante appena più ruggente e per questo attraente.

Ma resta perfettamente funzionale al pensiero dominante. Per un Siher che si fa arrestare, ci sono decine, centinaia di altri sobillatori che se ne stanno al caldo negli illustri atenei, coccolati da importanti case editrici.

Magari non creano gruppi sovversivi, ma creano il terreno fertile in cui germoglia l’odio anti europeo. E per questo il successo gli arride.

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