islam sinistra
Il sindaco di New York Zohran Mamdani (Ansa)

Nel 1993, Lorenzo Jovanotti sognava «una grande Chiesa, che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa». La sinistra ne ha poi spostato il confine più in là: fino a Maometto.

La saldatura con l’islam politico è diventata la cifra del progressismo occidentale: dalla New York di Zohran Mamdani al Michigan di Abdul El-Sayed; dalla Berlino di Elif Eralp ai collegi inglesi dove i Verdi vincono le suppletive grazie al voto dei musulmani; dalla Spagna, dove Pedro Sánchez sperava di aggrapparsi al consenso degli stranieri, nordafricani compresi, regolarizzati in massa; a Mestre, che il centrodestra ha salvato dal progetto della mega moschea dei bengalesi. Il campo largo era disposto ad assecondarli.

Accantonate le farneticazioni woke, la sinistra ha trovato la formula per riunire falce, martello e Corano: i soldi degli altri.

Quelli che gli eredi del socialismo sono maestri nel confiscare e spendere; quelli a cui ambiscono gli immigrati e i loro figli, che erano giunti nei nostri Paesi per pagarci la pensione, ma al momento si sono limitati a incamerare i benefici del welfare.

Siamo sempre al solito conflitto: produttori contro consumatori di tasse. È una deriva che la Scandinavia ha anticipato: non a caso, lì l’idillio si è rotto. E la socialdemocrazia, tra Copenaghen e Stoccolma, promette criteri più stringenti nell’erogazione dei bonus.

I primi bilanci, comunque, possiamo già tracciarli pure in Italia: nel 2025, aiutare gli stranieri ci è costato 5 miliardi di euro. E non è nemmeno detto che lo Stato sociale basti a placarne la furia: in Francia, i maranza spaccano tutto, nonostante la generosità dei sussidi riconosciuta persino dal sindaco di Saint-Denis, Bally Bagayoko. Il quale, nondimeno, invoca la rivoluzione.

Ad accelerare la convergenza sono state le conseguenze della guerra di Israele a Gaza. La contiguità tra i pro Pal dei collettivi e i pro Pal islamisti è un propulsore forte Oltralpe: Jean-Luc Mélenchon, il probabile sfidante di Marine Le Pen al ballottaggio delle presidenziali 2027, ha tradito il dogma della laïcité per l’islamo-gauchismo. Sembra che, dietro le scorribande di piazza, ci siano gruppi legati alla Fratellanza musulmana.

Nel Regno Unito, fino a un paio di decenni fa, i laburisti coprivano gli stupri delle grooming gang pakistane in nome dell’antirazzismo; ora, la sinistra costruisce piattaforme di governo. Come a Birmingham, che da anni elegge sindaci musulmani.

L’ultimo, sostenuto da ecologisti e libdem, ha fatto intonare a un imam un canto religioso alla cerimonia d’insediamento in Consiglio comunale; dopodiché, la città ha avviato un’azione legale per bandire le croci di San Giorgio, in quanto simboli nazionalisti. Sono quelle che compaiono sulla bandiera inglese. Meglio metterci su una scimitarra e un’invocazione ad Allah?

Il problema è stato sollevato anche in Israele: Benjamin Netanyahu ha denunciato trame del Qatar per spingere i partiti arabi. Questi ultimi lavorano a un accordo con Gadi Eisenkot. Va però riconosciuto che, in Medio Oriente, gli equilibri appaiono rovesciati: da noi sono i progressisti a stendere tappeti rossi, anzi, persiani; lì sono gli arabi a doversi dissociare dai jihadisti, sposando il piano di Donald Trump.

Alle nostre latitudini, si balla al ritmo di retorica dell’inclusività, unita alla caccia morbosa al denaro pubblico. Mamdani è l’esempio preclaro: porta la preghiera musulmana in Municipio e intanto promette trasporti gratis per tutti.

L’aspirante sindaca di Berlino, che con la Linke ha sbancato alle elezioni soprattutto nelle aree ad alta concentrazione di cittadini di ascendenza araba (non siamo lontani, come tipologia, dal Corvetto milanese), vagheggia l’esproprio dei fondi immobiliari per redistribuire gli appartamenti.

L’intesa, nella capitale tedesca, ha prodotto conseguenze paradossali: come ha svelato Der Spiegel, Eralp, figlia di genitori turchi, si rifiuta di rinnegare apertamente uno dei fan del suo partito, considerato un estremista vicino ad Hamas, perché teme per la propria incolumità e per quella della famiglia.

L’episodio espone il rovescio della medaglia: l’empia alleanza, prima o poi, presenterà il conto. L’accordo sinistra-islam si fonda sulla brama di depredare i contribuenti. Ma per governare ci vuole di più. Tipo un’agenda di politica estera: si dirà addio al posizionamento euroatlantico? E sui diritti civili?

Verrà il giorno in cui bisognerà discutere di aborto, gay, trans, eutanasia. Con gli islamici. Ad avere la meglio sarà chi dispone di più forza relativa. Le dinamiche demografiche lasciano intuire come potrebbe andare a finire: sottomissione. Chi non lo ha capito, legga un romanzo di Michel Houellebecq.

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