La strepitosa corsa alla santificazione di Youssef Siher non ci aveva ancora riservato tutte le emozioni possibili. Mancava, in effetti, un pizzico di genialità a tutta la baraonda e per fortuna che è intervenuto Mimmo Lucano a portarla.
L’ex sindaco di Riace, noto nel mondo per un modello di accoglienza tanto pubblicizzato quanto fallimentare, ha portato a frutto le stimmate da perseguitato facendosi eleggere europarlamentare da Alleanza Verdi e Sinistra, proprio come Ilaria Salis e a suo tempo Aboubakar Soumahoro.
Ma, appunto, all’album mancava una figurina ed ecco l’idea fantastica: arruolare Siher: «Sarebbe bello se Avs lo candidasse.
Sarebbe un simbolo, mi piacerebbe averlo come collega», ha detto Lucano al Foglio. E ha aggiunto: «Lo stanno criminalizzando per usarlo come capro espiatorio per i disordini, ma lui non c’entra nulla. È un bravo ragazzo, uno studioso, un politologo. È metà marocchino e metà italiano, è un arricchimento per l’Italia. In Parlamento farebbe sfigurare tanti colleghi di centrodestra».
Una prodigiosa zuppa di scempiaggini, alcune delle quali pure contraddittorie. Siher, ci ripetono tutti da sinistra, è italiano al 100%. Perché, allora, pure Lucano lo definisce mezzo marocchino? Allora l’etnia conta qualcosa?
In più: sarà pure un arricchimento per l’Italia, ma lui quella stessa Italia gradirebbe demolirla per portavi una rivoluzione islamo-socialista.
Per inciso, Youssef demolirebbe persino la sinistra in cui pure Lucano vorrebbe arruolarlo, segno che forse l’ex sindaco non è molto informato sulle idee e le proposte del fondatore del Movimento 17 ottobre di recente scarcerato (e infatti il capo di Lucano, Nicola Fratoianni, ha preso le distanze poche ore dopo l’improvvida uscita. Forse, però, Fratoianni doveva pensarci prima di reclutare Lucano).
Ma proprio qui sta il bello: la vulgata sostiene che Siher sia un martire del libero pensiero, un eroe devoto alla causa palestinese e tanto basta per proporre di trovargli un posto in lista.
Anche se, nei suoi densissimi e un filo boriosi scritti teorici, il caro Youssef sostiene che si debba disarticolare l’Occidente, condurre una lotta contro di esso sfruttando l’islam quale propulsore sovversivo.
Il fatto, poi, è che non si limita a sostenerlo: ha cercato di metterlo in pratica organizzando azioni e manifestazioni, tenendo in piedi chat in cui il pensiero più gentile riguardava le modalità di «difesa» dalla polizia.
Al progressista medio, tuttavia, non importa che Siher desideri di cancellare pure lui dalla scena. Non gli importano i toni incendiari, i tentativi di condizionamento delle piazze e neppure i deliri marxisti fuori tempo massimo.
Quel che conta è che, in questo momento, Siher sia in qualche modo compatibile con la causa. Se non arruolare, lo si può usare un po’ per farsi pubblicità e magari raccattare qualche voto tra i pro Pal (e che in realtà la causa palestinese finisca totalmente annegata nel mare di cretinate che Siher ha scritto non sembra importare a nessuno).
In nome dell’interesse di bottega tutto si può, tutto è concesso, è consentito imbarcare chiunque. Comprese personalità come Maurizio Acerbo di Rifondazione comunista che, per farsi notare, mette in piedi giochetti retorici via social a proposito di Hamas, fingendo di non sapere con quanto dolore e sofferenza stia pasticciando.
Acerbo ha sfruttato gli stessi espedienti retorici che i suoi compagni usano in queste ore su Siher. Dicono che, a beneficio della Palestina, è assolutamente legittimo celebrare Hamas in piazza o sostenere che si debba organizzare una rivoluzione islamica contro l’Occidente.
E, per carità, sul piano teorico è persino vero: si puniscono le azioni, non i pensieri, nemmeno i più ributtanti, nemmeno quelli che sfruttano il massacro di un popolo per veicolare ben altri messaggi politici.
Ma l’asino casca non appena si mette un piedino nella realtà. Il campo largo sinistrorso che imbarca Acerbo, che coccola Siher, che ha applaudito Ilaria Salis (sempre in nome delle libertà e dei diritti), è lo stesso che costantemente richiede la censura e la persecuzione di chi la pensa diversamente.
Prendiamo ciò che sta succedendo a Parma. Il 14 novembre prossimo dovrebbe tenersi in città un corteo a favore della remigrazione organizzato da Casapound, Rete dei patrioti e Vfs.
Il sindaco di centrosinistra, Michele Guerra, non ha perso un secondo. I manifestanti, dice, «non sono i benvenuti». Perché «la remigrazione non è un’opinione di cui discutere, ma un’idea di Paese che non è compatibile con la storia italiana».
Ovviamente il Pd – che legittimamente ha annunciato una mobilitazione antifa – si è subito aggregato alla richiesta di censura. Curioso. Non una delle manifestazioni pro remigrazione si è conclusa con danni, vetrine distrutte e negozi saccheggiati.
Ma i politici progressisti chiedono ogni volta che i cortei siano vietati. Però tifano per la libertà di espressione di Youssef Siher, che invita alla rivoluzione e allo scontro e che è stato accusato di terrorismo da una Procura, cioè da magistrati indipendenti (e firmatari di appelli pro Pal).
Insomma, l’agitatore di seconda generazione è una vittima da candidare se contro di lui si muove la macchina dello Stato. I manifestanti pacifici pro remigrazione sono una minaccia da estirpare.
Il discorso si potrebbe anche allargare. La sinistra istituzionale del campo largo pretende mordacchie e sanzioni per i medici che hanno criticato la tirannia sanitaria.
E dà di matto se Claudio Borghi ospita in Parlamento un convegno di danneggiati da vaccino. Però scende in strada con gli antagonisti stile Askatasuna per quel che resta della battaglia no Tav e per altre simpatiche mobilitazioni.
Piccolo esempio? Ieri a Torino ci sono stati momenti di tensione durante le manifestazioni ampiamente annunciate. In mezzo ai cortei che urlavano slogan rugginosi contro la polizia e cercavano lo scontro, qua e là spuntavano volti conosciuti.
Ad esempio quello di Marco Grimaldi, esponente di Avs. Al quale va riconosciuta se non altro la coerenza: non ha mai fatto mistero di essere un antagonista. Trattasi di un altro che ai tempi del Covid chiedeva la mano pesante contro «no vax e negazionisti».
Che volete, sono fatti così a sinistra. Amano giocare con le parole e pervertirle. Chiamano libertà l’obbedienza ai loro comandamenti e bene comune il loro interesse privato. Chiamano «lotta alla repressione» il saccheggio e «opposizione al sistema» la ripetizione di slogan che quello stesso sistema ha coniato.
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