«No, non siamo assolutamente in condizione di accogliere tutte queste persone che premono sulle coste italiane». Parole di Matteo Salvini nell’agosto 2018, al culmine delle polemiche sulla nave Diciotti? Macché: parole di Giulio Andreotti, l’8 agosto 1991, subito dopo l’approdo della nave Vlora al porto di Bari. Certo, come mostrano le fotografie di 27 anni fa in questa pagina, il mercantile aveva sputato sul molo una massa brulicante, affamata e assetata: erano oltre 11.000 albanesi, fuggiti dal porto di Durazzo e dal comunismo, morente e incattivito. Ma anche allora era emergenza immigrati.
A bordo di quella latrina galleggiante, versione ingigantita dei barconi di oggi, avevano viaggiato fianco a fianco povere famiglie e incalliti criminali, che l’ultimo regime stalinista d’Europa aveva banditescamente deciso di liberare dalle carceri di Valona e di Scutari proprio per estorcere qualche aiuto dall’Italia. Il risultato fu quell’esodo biblico: la Vlora era un formicaio, la gente s’era inerpicata su casseri e fumaioli, era salita su ogni pennone; molti si aggrappavano agli stralli, alcuni perfino a cime tese fuori dallo scafo maleodorante.
Per fermare il battello dei disperati, allora, non c’era la Guardia costiera. Ma anche la fregata Euro della nostra Marina militare non era comunque bastata: il povero comandante albanese, circondato al timone da uomini armati e per nulla disposti a tornare in patria, aveva comunicato di avere feriti a bordo e di non poter fare marcia indietro. Così, «avanti piano», era penetrato nel porto con lento abbrivio, violando l’inadeguato blocco navale.
Oggi siamo tutti presi da altri sbarchi, e nessuno ricorda più l’8 agosto 1991, ma quel giorno stesso il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti aveva deciso l’immediato, brutale trasferimento degli 11.000 (tranne quanti erano riusciti a fuggire dal porto, scalandone le cancellate o buttandosi in acqua) nel vecchio stadio barese della Vittoria.
Nessuno protestò, 27 anni fa, con il predecessore democristiano di Salvini. Poche voci dissonanti si alzarono anche tra i parlamentari postcomunisti del Pds, Nessuno contestò che quella era una soluzione «cilena». Eppure, oltre un quarto di secolo fa, i misfatti degli internamenti di Augusto Pinochet dovevano essere ben vivi, nel ricordo di tutti. E già dal pomeriggio di quel giorno così memorabile e così dimenticato, mentre la polizia scortava una lunga fila di autobus arancioni a scaricare il loro carico umano direttamente sul prato del campo, il cattolicissimo Andreotti annunciava che tutti quegli immigrati albanesi dovevano «essere rinviati nella loro nazione».
L’internamento barese durò otto giorni. Le cronache dell’epoca ricordano che lo stadio era stato militarizzato da qualche centinaio di albanesi violenti, e alle autorità di polizia italiane che lo circondavano era quasi precluso l’accesso. Insicuri, gli stessi vigili del fuoco consegnavano acqua e cibo attraverso un’autogru, lanciandone i pacchi oltre le cancellate, come si potrebbe fare con bestie feroci in uno gabbia di zoo. Altri giornali dell’epoca parlano di sacchi di viveri gettati dagli elicotteri.
Dalle cronache del 1991, però, non risulta che in quegli otto giorni infernali alcun magistrato pugliese si fosse presentato ai cancelli del vecchio stadio, chiedendo di verificare casi di scabbia, malattie, rispetto dei diritti umani. Nessun pubblico ministero aveva ipotizzato reati: né maltrattamenti, né abusi, né tantomeno sequestri di persona… Chissà, forse 27 anni fa la sensibilità giudiziaria era più bassa.
Nel frattempo, il Viminale di Scotti , in accordo con il regime di Tirana, organizzava la più poderosa operazione di rimpatrio nella storia repubblicana, affidandola a 11 aerei militari da carico e a tre velivoli dell’Alitalia, più tre motonavi private, affittate dal governo. Ma le operazioni d’imbarco avevano incontrato qualche ovvia resistenza, nello stadio. Così, a un certo punto, il capo della polizia Vincenzo Parisi aveva annunciato agli albanesi che se avessero accettato di tornare in patria avrebbero avuto in regalo un cambio d’abiti e 50.000 lire, una fortuna in Albania.
Chissà se era stata un’idea sua o del suo capo, quello stesso Enzo Scotti che proprio lo scorso aprile, in una bella intervista, aveva contestato le «teorie» di Salvini sull’immigrazione, e lo aveva invitato ai «fatti» regalandogli pure qualche buon consiglio, dall’alto della sua esperienza: «Nel Ferragosto 1991», aveva detto Scotti con qualche enfasi, «mi ritrovai dall’oggi al domani 30.000 albanesi sulle spiagge pugliesi. Rimpatriai tutti in tre giorni e avviai un programma di assistenza alla popolazione, portando le aziende italiane a investire a Tirana».
Fatti concreti, insomma. Come quelli del suo capo della polizia, Parisi. Il quale, secondo altre cronache di 27 anni fa, ai molti albanesi che non non avevano accettato nemmeno le 50.000 lire aveva fatto arrivare una bugia: «Avete vinto», era stato riferito loro, «potete restare in Italia». Usciti dallo stadio, al contrario, i fuggitivi erano stati messi su aerei e navi per Tirana. E senza neanche le 50.000 lire.
Su una delle imbarcazioni, il traghetto Tiziano, era salito clandestinamente un inviato del Messaggero, Marco Guidi. A bordo, aveva scritto, molti ignoravano di essere sulla rotta per tornare a casa. In tanti chiedevano: «E vero che ci portate a Venezia?».
Immaginatevi se lo avesse fatto Salvini. Anche il falso in atto pubblico, gli avrebbero contestato.
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