- Il presidente della Camera e il capo della commissione Finanze hanno stoppato vari emendamenti gialloblù. I battibecchi hanno peggiorato il testo finale. Prove tecniche di opposizione interna a Luigi Di Maio e a Laura Castelli.
- Prossimo banco di prova: le pensioni. I due vicepremier sono d’accordo nel muovere la pedina degli assegni d’oro. Servirà a fare gettito e avviare l’eliminazione della legge Fornero. In Parlamento sarà battaglia.
Raramente si è assistito a un decreto legge così divisivo come quello che domani approderà in Aula. Il dl Dignità dopo essere stato vidimato dal consiglio dei ministri ha attraversato le Commissioni Finanze e Lavoro della Camera. Ne è uscito trasformato e senza dubbio pasticciato. Mantiene la pecca di tanti i governi: alza le tasse e si finanzia con le slot, sebbene nel medesimo decreto metta al bando i giochi e li condanna moralmente. Una grande ipocrisia su aspetta, mentre su altre tematiche del lavoro numerosi passaggi sono stati migliorati. Va riconosciuto. L’ossatura è composta da norme che rendono più cari i contratti a tempo e li limita nel numero. Anche se già su questo singolo paragrafo del decreto la Commissione ha introdotto una palese contraddizione. Il tetto ai contratti a tempo e somministrati per una singola azienda è salito dal 20 al 30%.
Come dire, si fa la lotta al precariato per renderlo più costoso, ma si allarga il perimetro per farci stare dentro più persone. E al tempo stesso si mettono sul piatto 600 milioni per promuovere l’occupazione giovanile stabile, di fatto copiando gli incentivi introdotti dal governo Renzi e modificati nell’ultima manovra da Paolo Gentiloni. Il decreto, inoltre, è partito senza voucher poi li ha reintrodotti grazie a una serie di emendamenti della maggioranza frutto di un aspro dibattito tra Lega e 5 stelle e tra gli stessi grillini. I buoni lavoro potranno essere utilizzati solo dalle aziende agricole, alberghiere e dalle strutture ricettive che operano nel turismo e hanno fino a otto dipendenti.
Il Carroccio per far passare l’idea dei voucher ha concesso semaforo verde a tutte le richieste grilline sul comparto giochi.
A rendere difficile il tira e molla la vulgata racconta che sarebbe stata la Ragioneria di Stato che spesso avrebbe costretto le Commissioni guidate rispettivamente da Carla Ruocco (5 stelle) e Andrea Giaccone (Lega) a improvvisi quanto lunghi stop. La realtà è un po’ diversa. Il tema delle coperture esiste, indubbiamente. Ma chi ha vissuto la lunga settimana di lavori racconta un tira e molla diverso che vede emergere una precisa fronda dentro il partito dei 5 stelle. Da un lato si sono mossi in maniera estremamente coordinata Roberto Fico, presidente della Camera e la Ruocco che ha presieduto la commissione Finanze. Entrambi hanno utilizzato lo strumento della Commissione per far valere il proprio peso e per dare fastidio a due colleghi che rappresentano il governo.
Parliamo di Luigi Di Maio che da subito ha voluto mettere la faccia sul dl Dignità e Laura Castelli, giovane vice ministro all’Economia. La coppia Ruocco-Fico è intervenuta per bloccare numerosi emendamenti sui quali Lega e 5 stelle avevano già trovato l’accordo. Un modo per rendere l’alleanza di governo traballante oltre che far pesare divergenze molto personali? Sembrerebbe.
Un esempio su tutti. L’emendamento sul comparto sigarette elettroniche, che prevedeva un condono per i piccoli produttori di ecigarettes e pure un taglio delle tasse (del 25%) sulle sigarette del tipo Iquos, è stato bocciato due volte. Ritenuto inammissibile. La prima volta fermato dalla presidente della Commissione. Poi ripresentato a firma congiunta Lega- 5 stelle ha subìto un ricorso tecnico del Pd. La firma era di Debora Serracchiani. C’erano varie possibilità per aggirare il ricorso piddino, ma Fico in persona è intervenuto a chiudere la partita. Ha dichiarato il tutto inammissibile. Ufficialmente le cronache hanno raccontato di uno stop dei 5 stelle alla Lega in realtà, lo stop è stato al governo. Di Maio infatti era favorevole all’emendamento sul comparto fumo. Stessa manfrina è andata in scena per l’emendamento proposto dal sottosegretario Massimo Bitonci. L’obiettivo era quello di assegnare alle televisioni locali fondi stanziati dal governo Renzi e bloccati dal Tar. A detta di Bitonci, visto che i soldi sono già a bilancio si tratterebbe di una maniera semplice per salvaguardare qualche migliaio di posti di lavoro. Su questo il Pd, ovviamente non ha avuto nulla da ridire dal momento che ad aver avuto l’idea è stato Matteo Renzi. Anche la componente grillina di governo si è detta a favore dell’emendamento Bitonci. Ma a bloccare tutto ci ha pensato Fico. Che ha dichiarato la modifica inammissibile. Perchè? Per via del fatto che non c’entra nulla con il tema lavoro. Buffo, visto che il dl Dignità contiene alla data del 14 luglio già un po’ di tutto. Le norme che vietano la pubblicità dei giochi, quelle che ridefiniscono lo split payment e pure il redditometro.
Appare chiaro che per Fico i singoli emendamenti sono un banco di prova. Lo stesso vale per la gestione della Ruocco e tutte le interruzioni gestite durante la settimana dei lavori. L’iter del dl Dignità è diventato un calvario. Un modo per mettere i paletti e prendere le distanze dal governo. Poco importa se il rischio è rendere il decreto amorfo. Poco importa se la difficile mediazione fa partorire qualcosa di monco che riesce a fare arrabbiare quasi tutte le componenti. Il fatto che Di Maio ieri si sia detto soddisfatto e abbia ringraziato tutti gli attori non cambia la sostanza dei fatti. Fra un mese toccherà al decreto che mira a tagliare le cosiddette pensioni d’oro. E poi toccherà alla manovra.
È chiaro che sono in tanti a sperare che questo governo cada. Avrà contro le coperture economiche e su questo c’è poco da fare. Giacchè del Pd c’è poco da aspettarsi e Forza Italia sembra destinata ad aspettare alla finestra, ci sono le forze estere ed estere da prendere in considerazione. Parigi di cui anche ieri abbiamo scritto ha molto interesse nel destabilizzare il governo. Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi era una garanzia per Emmanuel Macron. Lo stesso discorso vale per Bruxelles. I funzionari dell’Ue tacciono in queste settimane. Ma torneranno a parlare in occasione della manovra. La palla sarà nelle mani di Giovanni Tria e in molti scommettono che Paolo Savona troverà l’occasione di dire la sua. Se qualche potenza straniera volesse sostenere l’opposizione al governo avrà buon gioco a cercare dentro i 5 stelle. La fronda già esiste, basta annaffiarla.
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