Forse è il caso di andarci con i piedi piombati, moderando gli entusiasmi. Come era prevedibile, la grandissima parte dei media italiani e occidentali si è lanciata nelle danze di festeggiamento, evocando lo sfaldamento della Russia, lo sbriciolamento del potere putiniano e la prossima vittoria dell’Ucraina. Tale reazione, benché ampiamente prevedibile, è anche un filo stereotipata. Non a caso Ming Jinwei, analista cinese sentito dal Global Times, ha subito proposto una narrazione calzante: «I media occidentali difficilmente possono descrivere il contrattacco e il lento progresso dell’esercito ucraino come vittoria, ma non perderanno occasione per esagerare le contraddizioni interne della Russia e accennare al fatto che “la Russia è finita”».
Ecco, prima di decretare la disfatta di Putin, forse, occorre aspettare il dispiegarsi degli eventi. Secondo alcuni osservatori autorevoli, parlare ora di disfatta putiniana è per lo meno prematuro. «Non credo che quella a cui abbiamo assistito nei giorni scorsi fosse una sceneggiata», dice il generale Marco Bertolini. «Secondo me c’è del vero in ciò che è accaduto, non è stata una operazione manovrata, anche perché Putin non ha bisogno di essere superato a destra dai falchi». A parere di Bertolini, in ogni caso, l’autorità di Putin «ne esce rafforzata. In questa fase credo che si debba soprattutto notare il fatto che ci sia stata una normalizzazione di Prigozhin, che viene mandato in Bielorussia dove ha meno visibilità, in attesa di tempi migliori. Che si tratti di una manovra per cambiare la gravitazione delle truppe forse è anche possibile, ma non mi pare probabile. Mi pare che, dal punto di vista occidentale, non ci siano cambiamenti drammatici, almeno per adesso. Anche perché in Ucraina stanno combattendo soprattutto l’esercito russo e quello delle Repubbliche, mentre Wagner negli ultimi tempi non stava partecipando attivamente alle operazioni».
Radicalmente diversa la visione di Aldo Giannuli, storico e grande esperto di intelligence. A suo dire, «in questa storia nulla è come sembra. Bisogna capire cosa l’intelligence russa sapesse e da quanto. Dice qualcuno che Putin sapesse 24 ore prima: sapevi e non hai fatto nulla? Non ho dubbi che ne esca indebolito, anche perché a rivoltarsi sono state le sue creature. Che per altro si sono ritirate dopo una mediazione esterna: da quanto tempo era pronta? A me pare», suggerisce Giannuli, «che ci sia un clima da Vogliamo i colonnelli. In quel film si faceva un colpo di Stato da operetta che però apriva la via a un golpe vero. Forse Prigozhin è stato illuso, ma credo che al momento di muoversi sapesse che l’esercito sarebbe stato fermo. Ho la sensazione che ci siano ancora molte sorprese in arrivo, e che qualcuno voglia aprire una sorta di processo politico in Russia. Per altro abbiamo visto che Shoigu e Gerasimov non sono così facilmente obbediti dai loro uomini… Insomma, penso che si stia preparando qualcosa e di sicuro non si può dire che tutto possa tornare come ieri. Dal punto di vista della guerra però cambia poco. Credo però che qualcosa in Russia si stia allestendo, anche se nella cucina russa certi piatti si servono molto freddi, dunque i tempi saranno lunghi».
Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, si spinge invece a descrivere un «golpe show». Anche per lui Putin «ne esce rafforzato, ma pure Prigozhin non ne esce male. In fondo ha potuto fare il suo spettacolo, anche se non è chiaro quanti uomini davvero avesse con sé di quei 25.000 dichiarati. La popolazione a Rostov lo ha accolto bene e tutto sommato si è preso il rispetto dovuto ai patrioti». Secondo Gaiani, il fatto di spedire il capo di Wagner in Bielorussia «ha un grande valore strategico. In Russia egli è ingrombrante, in Bielorussia può invece fare un lavoro utile anche dal punto di vista militare, puntellando Lukashenko».
Quanto a Putin, «ha dimostrato di poter incarnare l’unità nazionale, è stato in fondo magnanimo con l’ex amico divenuto traditore, ha fatto mostra di aver evitato spargimento di sangue russo. Ne esce da leader, insomma». Toni Capuozzo condivide questa posizione. A suo dire, Putin è più forte del giorno prima del tentato golpe, anche perché dalle sue parti contano poco i sondaggi e molto di più le dimostrazioni di forza. «Putin ha giocato molto bene, ha messo Prigozhin nelle condizioni di non nuocere». La Wagner schierata in Ucraina «tornerà sotto il comando russo. Vedremo se al ministero della Difesa ci sarà ancora Shoigu».
Decisamente cauto è Aldo Ferrari, professore a Ca’ Foscari e esperto dell’Ispi: «Di punti fermi ce ne sono ben pochi e il quadro è piuttosto confuso, dunque chiunque voglia mostrarsi “saputo” rischia una brutta figura. Ieri, di tante cose che potevano accadere, non è successo nulla e dovremo attendere i prossimi giorni per capire meglio. Capiremo qualcosa quando sapremo se Shoigu e Gerasimov resteranno al loro posto oppure no». Secondo Ferrari esistono due letture possibili, in questa fase. «La prima impressione, quando c’è un presidente autoritario o autocratico – come si dice in Occidente – che si trova assediato e deve cedere (anche se non si capisce bene se e cosa abbia ceduto), è che egli ne esca indebolito. Tuttavia Putin ha saputo controllare una situazione difficile, di sangue ne è stato sparso poco, egli è riuscito a rimanere in sella e mi pare, leggendo le fonti russe, che resti un punto di riferimento anche per i nazionalisti più estremi».
A questo proposito sono estremamente rilevanti alcune delle parole pronunciate ieri da Aleksandr Dugin, filosofo di robusta fede patriottica. «I punti deboli del nostro sistema sono stati mostrati ieri in tutto il loro splendore», ha detto Dugin. «Ma abbiamo visto anche la tenacia di Putin, la vera amicizia di Lukashenko e il pieno e intransigente sostegno al nostro presidente da parte di tutti i veri patrioti. Molti di loro la pensano come Prigozhin, ma hanno sostenuto Putin in una situazione critica, e questo vale molto».
Già, non è un elemento da trascurare. Anche se per Fulvio Scaglione, firma di Limes, a uscirne rafforzati sono piuttosto i vertici del ministero della Difesa russo e non il sistema di potere putiniano. «Questo tentativo di insurrezione condotto da un vecchio amico e sodale di Putin e da una creatura di Putin come il gruppo Wagner (che è stato così importante su molti fronti per l’implementazione della politica estera del Cremlino in questi ultimi anni) significa che è in corso un certo rimescolamento delle carte all’interno della cerchia ristretta putiniana, sicuramente a favore dei vertici del ministero della Difesa. Putin, che ha cercato di barcamenarsi a lungo, alla fine ha dovuto scegliere e ha scelto la Difesa e le forze regolari. Com’era peraltro inevitabile, visto lo squilibrio di forze tra l’armata Rossa e i Wagner. Questi ultimi, però, non potranno essere definiti traditori o demonizzati più di tanto, anche solo per il fatto che fino all’altro ieri erano descritti come eroi al servizio della patria. Con ogni probabilità entreranno nei ranghi dell’esercito regolare e per loro la cosa finirà lì. Per noi, per l’Occidente, in fondo non cambia molto».
Non resta che attendere, dunque. Soprattutto, conviene aspettare prima di esultare e di esprimere giudizi definitivi. Dare Putin per morto è facile, eliminarlo realmente un po’ meno.
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