Sono giovani, giovanissimi gli studenti scesi in piazza sabato a Milano e Torino che hanno devastato le piazze italiane, in un’ondata di violenza contagiosa che ha attraversato le Alpi ed è arrivata in Italia. Cerchiamo di capire chi sono, ma soprattutto le motivazioni di questi ragazzi, attraverso lo sguardo del filosofo e scrittore Stefano Zecchi, per anni professore all’Università degli Studi di Milano.
La rivolta degli studenti è arrivata anche in Italia, con una guerriglia che ha incendiato piazza Duomo e scontri anche a Torino. Una violenza che non si vedeva dai tempi dei black bloc. Professore, sa che la maggior parte dei fermati sono minorenni? Chi sono questi ragazzi?
«Sono ragazzi violenti, abbandonati a sé stessi e senza famiglie che li seguano, mi sembra evidente. Quelli di piazza Duomo sono giovani poco indirizzati a cogliere il senso e le regole della vita. Ma è inutile cercare di “capirli”: non andiamo a rincorrere le pecorelle smarrite come i violenti di ieri, ma sosteniamo gli altri ragazzi che erano in piazza perché convinti delle motivazioni. In ogni caso, il problema dei giovani è molto difficile da circoscrivere oggi: non c’è una categoria unica da definire, ma sono persone tra loro profondamente diverse, con classi sociali, preparazioni differenti… Piuttosto chiediamoci: perché questi giovani sono lì?».
Qualcuno parla di generazione Gaza, altri dei maranza…
«Chiunque siano, serve che questi giovani comprendano il significato di una società non violenta, dell’umiltà del lavoro e del far parte di una comunità».
Come si spiega questo odio per le forze dell’ordine?
«L’odio per la polizia c’è sempre stato, la polizia rappresenta lo Stato e diventa il simbolo di protezione del sistema di cittadini. Come diceva Pasolini, i poliziotti sono figli di contadini e operai che si ritrovavano contro la borghesia elitaria: i deboli sono loro».
«Non mi preoccupano i giovani, ma chi fomenta la rivolta»
Le motivazioni partono dalle scuole. Lo slogan è: ci piove in testa mentre si spendono miliardi per le armi. Da dove proviene tanta rabbia?
«Sono ragazzi spesso ingenui che cercano di rappresentare la realtà in modo manicheo, senza spazi grigi, così da poter sentire un’appartenenza a qualcosa di più grande e farne parte. Qualcosa per forza migliore e dove poter sfogare le frustrazioni. Terreno fertile per le strumentalizzazioni politiche. Ho letto una lettera di alcuni studenti di Padova con una presa di posizione molto netta verso altri ragazzi che avevano protestato: ci sono movimenti politici dietro alle manifestazioni che cercano di dividere la gioventù in fazioni.
Non mi preoccupano quindi i singoli giovani, ma la mano politica che vuole fomentare la rivolta, che nei suoi aspetti è banale: una violenza che fa il verso e scimmiotta, o almeno ci prova, un Sessantotto che era tutt’altra cosa. Forze politiche, come è sempre accaduto, vicine a una realtà studentesca che è troppo fragile e non dovrebbe farsi manipolare. Ci sono alcuni studenti che, avendo la consapevolezza dei problemi della scuola, sanno esprimersi a riguardo, ma le tematiche vengono oscurate dagli altri violenti.
Per cui torniamo ai problemi reali della scuola, così da poterli discutere con questo ministro che è molto, molto disponibile. Utilizzare criticità scolastiche per arrivare a manifestazioni così profondamente incivili e violente, e inneggiare a una realtà terroristica indecente, dimostra una profonda ignoranza. Uno studente dovrebbe conoscere le cose, proprio perché studia».
Al centro delle proteste c’è anche l’ultimo decreto Scuola che mira a integrare gli stranieri. In questo modo si creano cittadini di serie A e serie B?
«No, assolutamente, il problema dell’integrazione è talmente difficile da risolvere che liquidarlo con qualche slogan non porta da nessuna parte. Solo attraverso l’acquisizione dell’uso della lingua si può arrivare all’integrazione. Non c’è niente da fare: se vuoi integrarti in una cultura che non è la tua, devi rispettare chi ti sta ospitando».
Che ruolo ha la Cgil in queste manifestazioni studentesche?
«Leggo che soffia sul fuoco, non mi stupisce: è un antagonismo politicamente legittimo in democrazia, ma l’importante è che non fomenti l’accensione degli incendi».
Dalla Francia alla Spagna, le proteste in Europa
A Parigi la rivolta è cominciata davanti a un liceo di Créteil, poi è dilagata in tutta la Francia, fino alle fiamme del municipio di Limoges. Quella italiana è l’emulazione di quelle proteste?
«La cultura francese è molto diversa da quella italiana: c’è un processo domino con situazioni che dalla capitale si diffondono in tutto il Paese nel giro di poco tempo».
Secondo lei, il paragone tra questi studenti e i gilet gialli, insieme in piazza, regge?
«Certo. Le proteste si assommano l’una con l’altra, unite da un forte disagio nei confronti del governo Macron. Da una realtà scolastica si arriva come sempre al rifiuto totale della politica. Ma una scintilla può appiccare un incendio ed è esattamente quello avvenuto ieri a Milano e Torino. O appunto in Francia. C’è una volontà di manifestare, ma c’è anche una volontà di fare tabula rasa e quindi prestare il fianco a chi vuole annientare chi sta facendo qualcosa per una giusta causa. Non ci sono proposte, o possibilità di risoluzione: c’è soltanto rabbia».
E chi sono i manifestanti che bruciano cassonetti nelle periferie parigine?
«In Francia il controllo dell’immigrazione è complesso ma non c’entrano soltanto le banlieue: questa volta i manifestanti si sono mescolati a cittadini di altri ceti e alla sinistra di Mélenchon. Come in Italia, l’estrema sinistra trova alleati nelle piazze e il problema è culturale: di per sé io non ammetto mai che le proteste diventino occasioni di scontri clamorosi. Nel nostro Paese però non c’è una sinistra parlamentare che sostenga la violenza, forse soffia e fomenta ma per fortuna nessun politico è nella condizione di giustificare la violenza».
Anche le piazze di Madrid sono nate quasi contemporaneamente, per via dello sfratto di una signora di 87 anni. La sua storia ha innescato la rivolta contro gli affitti impossibili.
«La piazza è sempre stata un luogo di rifugio di proteste collettive, dove si esprimono prese di posizione che non riescono a essere assorbite dal Parlamento. La protesta spagnola è un esempio di protesta lecita, che è un segno di maturità di un popolo che non accetta l’operato politico e vuol far sentire la sua voce in modo più che democratico».
Ha ragione la sinistra italiana a definirla «La meglio gioventù che sciopera, blocca e manifesta»?
«Assolutamente no, la meglio gioventù è quella che ha consapevolezza della propria identità e delle proprie possibilità».
Una provocazione: perché i giovani che sono scesi in piazza per il Papa hanno avuto poca risonanza mediatica?
«Questa è una realtà giovanile che ha poco a che fare con la violenza, per fortuna esistono anche loro e teniamoceli stretti. I giovani hanno a che fare con differenze culturali tali da non poter essere considerati un blocco unico. Quali sono le forme di educazione migliori, ragioniamo su questo».
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