Manifestazione pro Palestina a Bologna del 10 ottobre 2026, con riquadro del generale Antonio Li Gobbi
Una manifestazione pro Palestina a Bologna il 10 ottobre 2026. Sullo sfondo, l’analisi del generale Antonio Li Gobbi sui rischi per le basi Nato (Ansa)

Il generale Antonio Li Gobbi ha una lunga esperienza maturata nelle missioni Onu in Siria e Israele e Nato in Bosnia, Kosovo e Afghanistan. È stato direttore delle operazioni presso lo Stato maggiore internazionale della Nato.

Basi Nato, i rischi di attentati e sabotaggi

Quanto sono vulnerabili oggi le basi Nato al terrorismo?

«Le installazioni Nato vengono erroneamente percepite come propaggini Usa e in questo periodo di risorgente antiamericanismo tali installazioni possono rappresentare un obiettivo per diverse tipologie di attori che vedono negli USA, nella Nato e, più in generale, nei valori delle società democratiche europee “il nemico da abbattere”. Si tratta di attori che hanno obiettivi tra loro diversi, ma che comunque vedono in noi un nemico. Tra gli altri citerei agenti filorussi, agenti filoiraniani, movimenti islamisti, movimenti filopalestinesi, anarco-insurrezionalisti ed altri. I rischi ci sono, sono molteplici e di varia natura (ad esempio potrebbero non essere attacchi fisici con tentativi di penetrazione all’interno delle basi, ma attacchi cibernetici tendenti a neutralizzarne alcune capacità o a captare informazioni classificate). Peraltro, le autorità sia nazionali sia alleate competenti ne sono più che coscienti e operano con professionalità e in silenzio per ridurre le eventuali vulnerabilità».

Il caso Fairford può ripetersi anche in altre basi europee?

«Attacchi, cinetici o ibridi, ad installazioni militari o a industrie connesse in qualche modo alla difesa sono probabili nel prossimo futuro, non solo in relazione alle più note situazioni conflittuali in atto (Ucraina e Medio Oriente), ma anche in relazione all’autunno caldo che si prospetta in Italia all’approssimarsi di una campagna elettorale incandescente e alle ripercussioni che i fatti francesi e spagnoli sicuramente avranno anche da noi. L’obiettivo di tali azioni, più che il danno arrecato in sé stesso, è rappresentato dal senso di insicurezza che si vuole ingenerare nel pubblico e poter mandare messaggi talvolta farneticanti, tipo “si è colpita la macchina di morte militar-capitalista filo-sionista”».

Intelligence e sicurezza delle installazioni militari

Quanto è difficile individuare infiltrazioni e attività di sabotaggio?

«La responsabilità della sicurezza esterna delle basi alleate in Italia risale alle autorità italiane. La prevenzione delle attività terroristiche (anche di quelle rivolte contro basi Usa/Nato sul nostro territorio) poggia su un sistema integrato, che richiede la sinergia di servizi di intelligence (Aisi e Aise), forze dell’ordine e magistratura, ciascuno operante entro i propri settori di competenza. È ovvio che, per minacce del terrorismo internazionale, sia essenziale la collaborazione tra i nostri servizi di intelligence e quelli di altri Paesi (tra cui anche Usa, Israele, Egitto, Arabia Saudita). Forse alcuni nostri politici prima di rilasciare determinate dichiarazioni ad uso interno potrebbero tenerne conto. Né va tralasciata l’esigenza di attento monitoraggio del web che oggigiorno è divenuto strumento di comunicazione e di indottrinamento per tutti i gruppi terroristici transazionali».

Quanto sono esposte le basi Nato presenti in Italia?

«Credo che in Italia possano esservi rischi minori che in altri Paesi europei di azioni condotte da attori filorussi, stante il sostegno tutto sommato tiepido che si sta fornendo a Kiev. Diverso è il caso degli eventuali attacchi islamisti o pro Pal, anche in relazione al giusto supporto da noi fornito a monarchie sunnite anti iraniane e all’impegno nazionale a Bab el Mandeb. Vi è, però, in Italia un antiamericanismo latente in molti ambienti dell’estrema sinistra che verosimilmente si salda con movimenti pro Pal e pro Iran e tali elementi possono considerare basi Usa e Nato obiettivi da colpire. Dichiarare che in un caso era stato negato l’atterraggio a Sigonella a velivoli Usa, ha di fatto evidenziato che in qualche modo quella base poteva supportare lo sforzo bellico Usa e che altri aerei Usa la avevano utilizzata. Ciò non penso abbia giovato alla sicurezza della base».

Come prevenire gli attacchi alle basi Nato

Quali sono le principali misure per proteggere queste installazioni?

«Si possono introdurre tutte le misure che si vuole, incluse le tecnologie più avanzate, per impedire intrusioni nelle basi. Ma questo tipo di protezione è sempre solo “reattiva”. L’aggressore ha sempre il vantaggio di poter scegliere come vuole tempi e modalità dell’attacco e, pertanto, sarà sempre avvantaggiato. Serve soprattutto l’attività investigativa che riesca a prevenire gli attacchi. Attività cui ho già fatto cenno, che risale alle agenzie di intelligence nazionale. Peraltro, a monte di tali attività di prevenzione, servirebbe un diverso approccio culturale da parte anche delle forze politiche nazionali. Mi aspetterei che almeno le forze politiche più mature, quando non sono al governo, non utilizzassero la nostra collocazione atlantica come terreno di scontro, fornendo di fatto humus culturale a gruppi estremisti, delle cui azioni violente le medesime forze politiche tentano poi formalmente di dissociarsi».

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