Susanna Tamaro, perché ha deciso di pubblicare questo saggio intitolato Dopo il diluvio – Riscoprire la saggezza educativa per salvare i nostri ragazzi (Solferino)?
«Perché quando ci si guarda intorno e si incontrano le persone ci si accorge di una deriva che produce disperazione e distruzione. È in continuo aumento la quantità di ragazzi che abusano di alcol e stupefacenti, che si devastano nella ricerca dello sballo, che praticano forme di autolesionismo. Tutti questi fenomeni sono il segno di una società che non ama la vita ed è incapace di affrontare il futuro».
Quand’è iniziato il diluvio a cui si riferisce?
«Negli anni Novanta del secolo scorso, quando si sono messi in discussione i fondamenti etici della persona agendo sulla testa dei bambini. Le faccio un esempio: il telecomando in mano ai piccoli. Facendo click, un bambino vede la scena di uno spot, poi l’omicidio in un film e una notizia del telegiornale. È un disordine di immagini che gli fa percepire una realtà priva di senso».
In tempi recenti anche la pandemia è stata una forma di diluvio?
«Il Covid è stato uno spartiacque tra un prima e un dopo e, purtroppo, questo dopo manda bagliori molto sinistri. La Dad nelle scuole e l’annullamento della socialità hanno prodotto disastri. Oggi i ragazzi convivono con livelli di ansia sconosciuti».
Dopo il Covid siamo diventati più succubi della tecnologia perché ci siamo illusi che aiutasse la rinascita?
«Durante i lockdown abbiamo imparato a coltivare i rapporti a distanza e poi abbiamo continuato a farlo. Tutti comunichiamo attraverso i messaggi, ma sappiamo che i rapporti veri sono quelli che comprendono i corpi, i contatti e le loro complessità».
Perché rimpiange il tempo in cui i bambini giocavano per strada?
«Perché era la palestra dell’umano. Da bambina ero una vittima sacrificale perché mai vincente nei giochi di gruppo. Ma in quegli anni ho scoperto come una folgorazione che esisteva la menzogna: qualcuno si diceva tuo alleato e invece ti tradiva alle spalle. Così, ho imparato che ci sono persone leali, altre false, altre carogne. Nella dimensione del gioco infantile, per fortuna in assenza dei genitori iperprotettivi di oggi, si imparava a difendersi da soli. Oggi viviamo nell’era della permalosità, tutti si offendono e sono feriti».
Quando è accaduto che il bambino è diventato un essere da proteggere come una reliquia?
«Da qualche decennio si è prodotto questo capovolgimento antropologico, gli adulti pendono dalle labbra del bambino come da quelle di un saggio».
Le cronache pullulano di adulti menati quando chiedono educazione o di professoresse aggredite per un brutto voto: perché gli adolescenti non tollerano la correzione?
«Perché da bambini sono stati cresciuti come dei Buddha viventi. Le famiglie smembrate e le mamme single hanno distrutto il ruolo dell’autorità. Una volta c’erano anche i maestri maschi, una figura estinta. Risultato: tanti bambini e adolescenti sono certificati per sindromi particolari».
Perché?
«Perché le certificazioni tranquillizzano tutti, io stessa lo sarei stata. Per me andare a scuola era una tragedia, mi sarei tolta le scarpe e avrei strappato i quaderni, ma il livello di ordine che mi circondava rendeva impossibile seguire i miei istinti. Con un’insegnante di sostegno forse avrei sofferto di meno, ma alla fine ce l’ho fatta lo stesso. Credo che oggi le certificazioni siano esagerate, i problemi sono neurologici non psicologici».
Gli educatori moderni sono consapevoli, come diceva Pavel Florenskij, che i primi sette anni di vita sono determinanti per la vita di una persona?
«Secondo me no, perché, come abbiamo detto, si considera il bambino un saggio perfetto. Invece, come le piante, anche il bambino ha uno sviluppo progressivo ed è inabitato da sensibilità sottili che aspettano di essere riconosciute e coltivate. Oggi si tende ad anticipare l’avvento della razionalità, chiudendo le porte della fantasia e dell’apertura all’invisibile».
Come si spiega i tanti ragazzi che accoltellano, uccidono o si uccidono per noia, per futili motivi o, quando ne hanno uno, per gareggiare sui social?
«È stata rimossa l’idea che il male sia parte dell’animo umano. Così, quando lo si ignora, può prendere il sopravvento».
Qual è la patologia principale di questa società?
«L’odio per la vita. Viviamo in una società tanatofila, in cui si parla solo dei diritti delle donne e dei bambini, di quando si vuole morire, di come morire, di come essere smaltiti. È una società che considera la vita una malattia di cui liberarsi. Invece, dovremmo dire ai ragazzi che la vita è un’avventura straordinaria, a volte negativa, ma sempre da scoprire giorno dopo giorno».
Oggi l’istruzione ha sostituito l’educazione, ma il modo di proporla rimuove la ricerca di senso che abita i giovani perché la maggioranza degli insegnanti è figlia di una cultura che rimuove queste domande?
«È così. Ricordo con devozione l’insegnante di italiano delle medie dalla quale ho imparato molto. Dopo aver letto una mia intervista mi scrisse suo figlio, raccontandomi che sua madre gli aveva parlato di me come di un’allieva straordinaria. Una sola insegnante consapevole può fare la differenza rispetto a quei professori che ammanniscono istruzioni automatiche».
Lei scrive che «la semplicità è far capire che la vita è, prima di tutto, politically incorrect e che essere uomini vuol dire sapersi rapportare con la conflittualità e la contraddittorietà dei nostri giorni», ma le «mamme spazzaneve» e i «genitori elicotteri» fanno tutto per appianare ogni ostacolo.
«Per questo alla prima difficoltà i nostri giovani crollano. Quand’ero bambina, andavamo a scuola a piedi e anche allora c’erano i pedofili, ma senza spiegarci perché, i nostri genitori ci dicevano di non accettare caramelle da sconosciuti. Fidarci dell’autorità ci è bastato. Oggi c’è una preoccupazione continua, un’iperprotettività tossica, ultimamente diseducativa perché crea persone deboli».
«Crescere vuol dire saper scegliere e sapere che, scegliendo, si rinuncia a qualcosa. Ma sono proprio quelle rinunce a costruire l’impalcatura solida della vita». In realtà, l’intero sistema ci invita a non scegliere per possedere tutto…
«Dobbiamo consumare, mangiare e vedere tutto. Siamo una società pantagruelica come quella del Paese dei balocchi di Pinocchio, libro profetico. Ma sta arrivando Mangiafuoco e presto i ciuchini finiranno in fondo al mare».
C’è chi chiede i corsi sull’affettività a scuola, lei quale idea suggerirebbe al ministro Giuseppe Valditara?
«Prima di fare i corsi a scuola li farei ai genitori perché sono i primi ad aver bisogno di un indirizzo. Il problema evidentemente sta nel manico, nello stato di fragilità e di confusione in cui vivono ormai la maggior parte dei genitori».
A chi affiderebbe questi corsi?
«A psicologi, pedagoghi e personalità riconosciute che insegnino a distinguere tra il bene e il male. Dobbiamo, purtroppo, ammettere l’assenza della Chiesa su questi temi. Proporrei anche degli incontri per le neomamme e i neopadri perché fare i genitori è il mestiere più difficile del mondo e nessuno lo insegna. Una volta c’era la linea generazionale, c’erano i nonni e le nonne, oggi questa trasmissione si è affievolita».
Elogiando le scuole parentali vuol farsi scomunicare dal partito politico-mediatico?
«Esattamente. Sono maestra elementare, per questo osservo con attenzione i cambiamenti della scuola che da elementare si è trasformata in primaria perdendo così la vocazione a creare le basi del sapere. Forse per questo sempre più persone, quelle che se lo possono permettere, mandano i loro figli alle scuole parentali o d’ispirazione cattolica».
Ha anche difeso la famiglia del bosco, elogiando il libro della madre Catherine Birmingham.
«Certamente. È un caso gravissimo che inquieta buona parte del Paese perché è un’azione sintomo di uno Stato che sta diventando totalitario».
Grazie alla sinergia tra servizi sociali e settori della magistratura?
«Se si trattava di un problema di igiene, lo si poteva risolvere facilmente perché abbiamo di fronte persone colte e intelligenti che hanno un programma educativo che non mette a rischio la formazione dei bambini. Anzi».
Un’altra affermazione rivoluzionaria contenuta nel libro è: «La persona è la sua genealogia». Teorici del transumanesimo, fautori dell’eldorado tecnologico e del primato dell’egualitarismo antropologico inorridiranno.
«L’inorridimento è reciproco. Noi siamo la somma delle persone che, nel bene e nel male, ci hanno preceduto. Ho diversi amici della mia generazione che sono stati adottati da bambini e la ricerca del volto che li ha generati è stato un sottofondo costante, una grande domanda che fa parte della loro vita».
Se la sente di dare un consiglio al ministro per la Famiglia, Eugenia Roccella?
«Forse suggerirei che dobbiamo ricominciare da capo, provando a parlare dell’affettività come costruzione. Alla vita come consumo si deve opporre la vita come costruzione di senso. E soprattutto rimettere al centro il fondamento dell’etica: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso».
All’indulgenza nei confronti delle cosiddette droghe leggere oppone l’origine della parola assassino.
«Perché deriva dalla setta degli hashishiyyin della Persia del XII secolo, cioè coloro che, prima di uccidere, fumavano hashish. Una sostanza oggi molto potenziata rispetto ad allora, perciò, parlare di droghe leggere è ingannevole».
Dove intravede un bagliore di speranza?
«Nel sempre maggiore bisogno di silenzio delle persone. Il livello di confusione è tale che sta nascendo un prepotente desiderio di discernimento e di vera libertà interiore. Negli anni abbiamo visto crescere in maniera esponenziale il fenomeno dei cammini. E i cammini ci parlano di persone in ricerca di senso e di silenzio. L’invisibile parla nel silenzio».
Che cosa pensa di Papa Leone XIV?
«Ho seguito il suo viaggio in Francia in televisione e quando ho visto le folle a Lourdes partecipare al Rosario al lume dei flambeaux e cantare con lui Salve regina sono rimasta sorpresa che, in un mondo apparentemente scristianizzato, esistano ancora tanti “cattolici bambini”».
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