Dopo l’approvazione della nuova legge, siamo in campagna elettorale?
«Certamente. E speriamo di poter votare il prima possibile».
Cateno De Luca, sindaco di Taormina e fondatore di Sud chiama Nord, è prontissimo.
«Andremo con il centrodestra, per rappresentare la lista dei territori».
L’accordo è stato appena siglato con Fratelli d’Italia. Correrà al fianco di Giorgia Meloni.
«Il governo vuole invertire il rapporto tra politica romanocentrica e palazzi comunali. Basta usare i municipi come bancomat».
Un altro partito dei sindaci?
«Vogliamo portarne un bel gruppo in Parlamento. Saranno sentinelle e promotori delle loro comunità».
Riecheggia il progetto nel campo largo dell’assessore romano Alessandro Onorato.
«Che difatti non è mai stato sindaco».
Lei invece è un veterano.
«Fiumedinisi, Santa Teresa di Riva, Messina, Taormina. E altre quattro volte deputato regionale».
Flirtava anche con il campo largo.
«Sono sempre stato corteggiato. Ho vissuto una lunga fase rossiniana. Mi sentivo come nel Barbiere di Siviglia.»
Tutti la cercavano e tutti la volevano?
«Il campo largo mi usava come un amante clandestino. Il centrodestra mi ha frequentato alla luce del sole».
Nei sondaggi il suo partito vale l’1,5%.
«Ci siamo presentati in Sicilia e in qualche regione del Sud. Ora ci strutturiamo in tutta Italia per andare oltre il nostro intento fondativo: l’autonomia a trazione meridionale».
Quei voti potrebbero tornare utili.
«Già adesso nei sondaggi saremmo decisivi per la vittoria della coalizione, ma noi puntiamo al 3%».
Vannacci incombe.
«Bisogna occupare uno spazio strategico: il civismo inascoltato e inespresso. Perché alle amministrative la partecipazione al voto è sempre molto più alta che alle nazionali? Il localismo avvicina, il centralismo allontana».
Ci hanno provato innumerevoli volte.
«I sindaci si misurano ogni giorno con i problemi e devono risolverli. Se si rompe una tubatura per strada bisogna trovare i soldi per ripararla. Non possiamo sparare supercazzole come Vannacci. Siamo gente pragmatica. È quello che manca oggi alla politica».
Sud chiama Nord formerà la sua componente nel gruppo misto del Parlamento.
«Abbiamo già un eletto: Francesco Gallo. Si uniranno presto altri due deputati».
Tra cui l’ex meloniano Manlio Messina.
«E il commissario regionale di Fratelli d’Italia, Luca Sbardella».
Quando si voterà?
«Al massimo nella seconda settimana di maggio, con la speranza che le amministrative vengano accorpate alle politiche».
L’accordo con la maggioranza include pure la Sicilia?
«Resto fermamente all’opposizione di Schifani».
Le dimissioni del governatore sembravano imminenti.
«Quando accadrà mi vedrete accendere dieci ceri a tutte le nostre sante patrone».
Azzardi una previsione.
«Ormai frequento per necessità anche i salotti romani. Ho capito che somministreranno metadone politico fino a gennaio, per poi allineare pure questo voto alle prossime elezioni».
Ha chiesto mani libere.
«In Sicilia ero e rimango candidato presidente».
Senza alleati?
«Al centrodestra però conviene trovare un’intesa strategica con me, altrimenti perde».
Da aspirante governatore, alle regionali del 2022 ha preso più di mezzo milione di voti.
«Il 25%. Da solo. La nostra è stata una lunga traversata del deserto».
Il centrosinistra isolano le aveva chiesto di partecipare alle prossime primarie.
«Servirebbe un Tso collettivo, da Roma a Palermo. Perseverano con questo masochismo: sembra che godano nel farsi male da soli. Ma ormai è scritto: il campo largo presto si trasformerà in un camposanto».
Tra gli sfidanti potrebbe esserci il suo ex figlioccio politico: Ismaele La Vardera.
«Me lo auguro fortemente. Ora posso dirlo: è la mela avvelenata che ho lanciato nel campo largo. Come direbbe la buonanima di Pippo Baudo: “L’ho inventato io!”».
L’ex Iena ha aderito proprio al Progetto civico di Onorato.
«Diventeranno una piccola corrente dei 5 Stelle. Conte gli darà copertura al Senato. Ma con noi la differenza rimane sostanziale».
Non è una questione di decimali?
«Siamo gli unici in Italia a poter vantare un 1,5% fuori dagli schemi tradizionali. Dovunque andiamo, valiamo il doppio. Le altre operazioni invece non spostano voti».
Ma si sente più di destra o di sinistra?
«Non me ne frega niente. Ho realizzato il mio sogno: dopo aver costruito oltre vent’anni fa un partito di ispirazione sturziana, sono riuscito a ottenere un accordo politico con la coalizione che oggi governa».
Di centro, allora?
«Basta con le sedute spiritiche di quelli che vogliono riesumare la Democrazia cristiana».
In gioventù anche lei è stato un fervente diccì.
«A 14 anni guidavo gli attacchini del partito a Fiumedinisi. E nell’animo resto ancora democristiano».
Non pare aver ereditato la felpatezza di andreottiani e dorotei.
«Quando ti misuri con i problemi quotidiani, devi usare pure modi persuasivi».
L’hanno ribattezzata «Scateno».
«Posso piacere o non piacere. Ma nessuno è riuscito in Italia ad amministrare quattro comuni diversi, oltre alla città metropolitana di Messina. Ho indossato cinque fasce tricolore. Sono il sindaco d’Italia».
L’irruenza talvolta premia.
«Sono riuscito ad arrivare a questo punto risolvendo i problemi ereditati in un comune, per poi passare a un altro. C’è la fila per chiedermi di fare il sindaco. Questo è risaputo. Arrivo nei palazzi municipali come un treno».
Travolgendo i malcapitati?
«Smonto e rimonto tutto seguendo regole precise: efficienza, efficacia, economicità».
La sua pirotecnia sarebbe funzionale allo scopo?
«A chi pensa che io vada fuori di testa, lo dico con grande onestà: non ha capito un cazzo».
La ribalta arrivò quando si presentò in mutande all’Assemblea regionale siciliana.
«Era il dicembre 2007. Avevo annunciato una conferenza stampa per denunciare la svendita dei beni immobili che voleva fare la giunta Cuffaro. Un amico giornalista mi telefonò alle otto di mattina: “Stanno chiamando tutte le redazioni per boicottarti. Non verrà nessuno”».
Doveva inventarsi qualcosa.
«Gli dissi allora di far girare la voce: mi sarei spogliato davanti a tutti».
Coprì le parti intime con la bandiera dell’isola, tenendo un Pinocchio di legno nella mano destra e una Bibbia nella sinistra.
«Arrivarono tutti. Fu un successone».
Un’altra volta minacciò in vestaglia di bloccare gli sbarchi sullo Stretto.
«Durante il Covid, l’allora premier Conte aveva annunciato il decreto che avrebbe chiuso l’Italia entro 48 ore. Ci fu un assalto mai visto ai treni che tornavano al Sud. Un esodo che ci fece rischiare migliaia di contagi e morti. Allora improvvisai una diretta Facebook da casa, com’è capitato altre volte».
Sempre in abbigliamento da notte.
«A quella vestaglia sono affezionato. La definisco “da galeotto”. Ci ho fatto anche due arresti domiciliari».
Ha avuto 18 processi.
«Sempre conclusi con archiviazioni o assoluzioni. Sono incensurato. È stata una persecuzione giudiziaria mai vista».
A Taormina adesso obbliga gli abitanti a conferire i rifiuti all’una e mezza di notte.
«Alle nove di sera, quando chiudevano i negozi, migliaia di turisti erano costretti a fare la gincana per evitare i sacchetti della spazzatura in bella vista. La perla del turismo mondiale doveva lasciare questo ricordo schifoso ai suoi visitatori? Non è che si possono prendere i soldini dei turisti e poi trattarli così».
L’ultima trovata è la macchina acchiappa-cicche.
«Un’aspiratrice portentosa. Sfido tutti a fare una passeggiata in corso Umberto I e trovare anche un solo mozzicone per terra».
«Scateno» non perdona.
«Ho sempre dimostrato di non essere autoreferenziale. Possiamo rappresentare una rete civica potentissima».
Nemmeno Giorgia riuscirà a farle mettere la testa a posto?
«Stimo la premier, ma in Sicilia porto avanti il governo di liberazione».
E altrove?
«So essere più istituzionale degli istituzionali. Significa essere corretti e leali, mantenendo gli impegni e le promesse».
Anche in mutande?
«Soprattutto».
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